Tre poesie di Rosa Pecovela

il mio sterno balla la taranta e non si stanca,
maledetto è furioso al passo di danza.
si toglie le maledizioni che spasma,
si toglie la voce che canta,
si fa più agitato tra le pareti di questa stanza.



aversa città di santi e pazzi,
piangiamo latte di bufala
nei vicoli a cerchio storto dei bambini,
siamo giano bifronte con le lancette
inscritti nei portali dell’inferno urbano.
aversa città di pazzi e santi
che fanno a pezzi i chiasmi:
distruggiamo i punti di origine,
liberiamo dai chiassi gli anfratti.


La necessità più chiara e schietta che emerge dai versi di Rosa Pecovela, che oggi si depositano tra i cespugli della Radura, è quella dell’appiglio più forte e slanciato nel ritmo, in un passo sincopato del corpo che, a sua volta, accompagni nel sentiero il proprio degrado nel tempo e nello spazio. È, senz’altro, un fervore tanto linguistico quanto ritmico che non accetta di fermarsi semplicemente intorno alle coordinate della trovata metrica: semmai, la assorbe più personale e più vera in un prodotto versificatorio che finisce per assomigliare, quasi, a un gettito capace di rapprendere dentro di sé le cose che scorrono attorno per riversarle di nuovo su quegli stessi luoghi ma ora fuse, alchimizzate in altre e nuove immagini che diano non solo un contorno, ma un senso più ampio in cui continuare  a camminare.

La forma stessa del verso diviene così sintomo di questa tensione al raggruppo, all’accatastare esperienze sul versante più ripido del canto in cui ritrasformarsi, poi, insieme ad esso: a volte incuneato e quasi rappreso su sé stesso e altre, al contrario, dove si apre in frange diverse per ogni suono che ritorna a costruire il ritmo in cui si avanza di nuovo. E questo è un modo, probabilmente, di durare insieme a sé stessi e agli altri nel mondo: dare una sfocatura alle cose, alle ferite scavate sui muri dei propri luoghi per riproporli in qualcosa che da quelle stesse crepe si liberi senza che possa essere afferrata e strozzata da una realtà che finora, solamente, disattende ogni promessa. Per questo, allora, riscoprirsi proprio in un altro gesto, un salto o un balzo mentre si canticchia qualcosa di nuovo per veder nascere accanto, forse, un sentiero in cui le orme coincidano davvero.

  • Paolo Andrea Pasquetti, 10 dicembre 2025

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