Rintocco di Campana – li sento bisbigliare con Sillabe di Fuoco

Metto il gancio alla porta poi, azionando le levette, serro le persiane della mia stanza e – per sentirmi più sicura – le spingo con tutta la potenza che mi nasce tra le dita per assicurarmi che non si muovano e che nessun vicino, nessuna presenza o spiritello della casa possa disturbare quel momento che solennemente e con fedele regolarità mi sta attendendo.

Potrei dire, cari viandanti, che quello di sistemare la pila di libri che in questo tempo prezioso di vita ho raccolto e custodito come un cimelio trascenda ogni possibile significato legato al puro e semplice atto pratico a cui – invece – è richiesto di ordinare, di assegnare un’estetica affinché quei volumetti non restino lì in modo disordinato ad accumulare polvere, magari.

Ecco, si tratta di questo allora: più di un Rintocco di campana che scandisce le ore e le funzioni religiose, più di un Rito che rassicura instaurando un legame col divino.

Tutto questo e di più.

Di più perché quando giunge Quel momento e tra le mani stringo ogni lettura, ogni persona che nel presente di quel libro sono stata e che, in qualche modo, ancora è saldamente ancorata alle mie ossa ho la certezza più profonda di non aver sprecato il mio tempo sulla terra, che i miei sono stati e sono «giorni di Investitura Sacra»[1]poiché non hanno mai smesso di provarci, di cercare nelle parole di Altri il proprio «filo di seta»[2] per poter raggiungere – poi – partendo dal primo punto della catenella quel «tappeto glorioso»[3] dell’esistenza in cui ogni nostro anello è ben intrecciato.


Proteggendomi da qualunque sorta di interruzione, così, con quella cerimonia di precisissima disposizione sento davvero di avere un’occasione per poter onorare quel devoto lavoro di uncinetto e filo che – pian piano – tra i diversi ripiani della libreria mi aiuta anche a ricordare la bellezza e la fragilità della contraddittorietà umana e l’incessante movimento aggrovigliato del pensiero.

Posizionando – infatti –  nella stessa mensola, uno accanto all’altro, due autori lontanissimi per fede e ideologie sul mondo riesco ad accettare e accogliere la transitorietà delle cose, l’instabilità del bulloncino che non sempre ci congiunge alle medesime teorie e parti meccaniche comprendendo che – in realtà – quella coppia di libri ha trovato serenamente il modo per esistere in quel nuovo spazio, per stabilire dei punti di contatto e comunicare con saggezza.


Viandanti, è come se dalla loro posizione regale Essi sapessero e vedessero di più e – allora – con sillabe di fuoco mi dicessero, sottovoce, che le risposte che ogni giorno ci conquistiamo nel silenzio della necessarissima solitudine sono identiche al corso d’acqua di un torrente poiché cambiano frequentemente e si increspano sulla roccia toccando sempre diversi punti e altezze inesplorate.

Ed è Qui il segreto (sembra ancora mi dicano dalla cara libreria): è nell’irregolarità delle onde che la luce può nascere illuminando alcune frazioni della pietra e lasciando altre – invece – alla loro porzione di oscurità.

Senza i fluidi giochi di natura non esisterebbero i contrasti, il sole non si impegnerebbe a rincorrere le ombre per rivelare le proprie particelle e – in egual modo – anche noi senza i continui movimenti di fluttuazione, di ritiro e avanzamento della mente non potremmo scoprire ogni singola venatura e minerale che nel tempo si è aggregato per formarci.

Poco conta che le risposte combacino tra loro ininterrottamente, poco se non ci poniamo e non viviamo le giuste domande: mi pare – infine – siano state queste le parole sussurrate da quelle pagine sapientemente ingiallite.

A Mezzogiorno ho eseguito il Rito, ho accolto i consigli più illuminanti, rispettato ciascuna richiesta di collocazione e – adesso – potrei giurare di aver udito le campane.

Adesso, che è notte e mi rimbocco le coperte, potrei giurare che il batacchio all’interno di una Campana ha suonato per me.


Ammettere l’esistenza di un Dio, di un’Autorità che con «un semplice Sgambetto»[4] inventa una Vita, che con noncuranza «nel suo Disegno»[5] inserisce un Sole lasciando – però – nel contempo «un Essere Umano»[6] là fuori, là fuori dal grande progetto diventa più sopportabile quando stesa sul mio letto ho dinanzi a me quel pinnacolo liscio e vivo carico di libri e – allora – quel corpo metallico in bronzo rintocca con dolcezza.

Con tracce di cellulosa ancora sui polpastrelli, ogni faccenda di vita che durante il giorno si è accumulata sulla sedia – insieme a quei panni che non si ha mai voglia di piegare e riporre nell’armadio – inizia improvvisamente ad abbassare il capo, a divenire una lunga e infinita gugliata che attraversa l’ago per prepararsi a cucire e raggiungere la Luce di quel «tappeto glorioso»[7].

I libri fanno questo: ci riportano nelle πόλεις dell’antica Grecia per aiutarci a non dimenticare che l’apprendimento del mestiere di vivere è un fatto imprescindibile della vita stessa e che solo non smettendo di interrogarci su ciò che siamo e su ciò che ci circonda – proprio come i grandi filosofi – possiamo trovarci non del tutto impreparati e turbati da quel filo Invisibile che tira.


In una civiltà che progredisce ma non cresce, che ci fa accumulare ma non locupletare, non arricchire di Valore poiché abbiamo perso le nostre terre, abbiamo scordato come lavorarle e «quanta costanza»[8] serva «prima di poter vedere il Sole»[9] – allora – quei fogli di carta intimamente adunati come in un fascio di fiori sono petali che con il loro profumo riabituano i nostri muscoli alla fatica, alle antichissime e ordinarie difficoltà del quotidiano (senza troppe agevolazioni innovative) affinché possiamo rimettere con consapevolezza le mani in quell’impasto madre di acqua e farina che dalla nascita ci è stato consegnato.

Così, assaporare quel processo di fermentazione spontanea, apprendere quei rinfreschi periodici che nutrono e mantengono attivo il nostro lievito naturale è più semplice se prepariamo lo spirito e la mente introducendo prima nel corpo «come piccole / prugne selvatiche»[10] tutti quei minuscoli disagi e tutte quelle scomode incombenze da cui cerchiamo – normalmente – di sfuggire.

Un altro rintocco di campana.

Dal mio letto Li sento ancora bisbigliare e – senza troppe esortazioni – dichiarare a voce più forte e comprensibile che questo esistere che non finge di non esserci, che finalmente non ignora più la sua stessa carne«corre / vicino al fulcro del miracolo di cui ogni cosa / fa parte»[11].

Cari viandanti, così a stretto contatto con la «trama febbrile»[12] della vita dovremmo come chiromanti provare a studiarci le linee sul palmo della mano per entrare nelle cose e per accorgerci che le nostre strie sono assai vicine a quei piccoli vasi conduttori che risalgono i fusti degli alberi: siamo tutti falangi-fratelli dello stesso piede.

E, allora, come falangi-fratelli dello stesso piede dovremmo provare ad incamminarci insieme  lungo il nostro rispettivo sentiero stringendo intensamente sotto il braccio quel buon compagno di carta che con fedeltà mai smette di additarci la via.

  • Valeria Pasquarelli, 25 settembre 2025

[1] Emily Dickinson, Sillabe di seta, traduzione di Barbara Lanati, Feltrinelli s.p.a., Milano, 2014, v. 10, p. 123.

[2] Rainer Maria Rilke, I Sonetti a Orfeo, traduzione di Rina Sara Virgillito, Garzanti s.r.l., Milano, 2000, v. 11, p. 99.

[3] Ibidem, v. 14.

[4] Emily Dickinson, Sillabe di seta, v. 3, p. 137.

[5] Ibidem, v. 11.

[6] Ibidem, v. 12.

[7] Rainer Maria Rilke, I Sonetti a Orfeo, v. 14, p. 99.

[8] Emily Dickinson, Sillabe di seta, v. 7, p. 169.

[9] Ibidem, v. 8.

[10] Mary Oliver, Primitivo americano, traduzione di Paola Loreto, Einaudi s.p.a., Torino, 2023, vv. 15-16, p. 165.

[11] Ivi, vv. 8-10, p. 103.

[12] Ivi, v. 19, p. 109.

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