Muta
Speravo bastasse tacere
per contenere il mio dolore.
Ma da quale spiraglio uscirà
l’eco di questo tonfo?
Il silenzio si annidava
nelle tonsille recise da bambina
buttate nel cestino dell’ospedale.
Leccavo il gelato per darmi sollievo,
l’infermiera rideva:
«Vedi adesso come stai buona?».
Alla ricreazione Ginevra diceva:
«Le bimbe brave hanno la bocca chiusa»
Allora me la cuciva, punto dopo punto
sfiorandola con due dita ben unite,
faceva la faccia da finta maestrina,
mi lisciava il grembiulino,
stringevo le labbra ed ero brava.
Il silenzio di una povera provinciale
cresceva. Cresceva.
Nonna,
dove siedi davvero?
Sembri masticare distante
da quell’uomo silenzioso,
convinto spetti solo a te
sparecchiare ingobbita
quella tavola di silenzio.
Quel maledetto tavolo
non osa scricchiolare.
Quelle sedie
si sollevano appena, vuote.
Una donna grembiule come te
si fa sottile, quasi trasparente
per infilarsi tra tavolo
e sedia.
Questo silenzio si allunga oltre quella cucina,
mi ha inseguita a otto, dieci, vent’anni.
Si stende ancora in tutta la casa
fino alla mia camera,
dove un soffitto muto
oscilla piano, piano, piano.
Lui si avvicina. Io mi ritraggo
verso i braccioli di stoffa
aprendo un abisso carnivoro.
Mi urla: «Parlami! Parlami puttana morta.»
È luglio ed io non ho più voce,
colpa della mia lingua seria, inflessibile.
Me la scuce con i denti.
Mi lascia muta a gorgogliare sì.
Briglia della comare
Fecero di me una processione
scalza, come l’asina del Giovedì Santo,
con la campanella appesa alla vergogna
lasciavo litanie di ruggine sul selciato.
Punzonai le cosce, prosciugai
tutta la linfa dal cuore
per lasciarmi tenera la carne.
Fui una delle figlie impazzite, mammina.
Un cucchiaio rovente bruciò la lingua,
arrivò il sapore d’uomo, ferroso, ruvido –
io non volli aprire. Era sapore di morte.
Credetti che ogni argento fosse per cena.
Madre, fu tuo un testamento sepolto.
Mi trovai infilata
tra le Madonne e le monetine,
tra la mandibola di nonna e l’anello del morto.
Mi donasti questo bavaglio di ferro,
un angelo lo sfilò piano dal tuo viso,
lo chiuse in un cassetto foderato a fiori
pronto come museruola per la figlia pettegola.
Portatemi pure come una bestia,
ma la vostra Santa? L’ho vista in ginocchio:
apriva le gambe a mezzo consiglio,
leccava il grembiule della serva.
Il giogo mi volle muta e pia.
Portai la mordacchia come un’ostia.
La lingua fu inchiodata alla sua croce,
a causa della mia voce sboccata
ogni vocale stillò sangue sul morso.
A ventiquattro passi dalla chiesa
si consuma la mia follia davanti al sagrato.
La bocca del paese è un altare offeso,
grida un verbo di castigo sotto i tigli secchi.
Una lingua per afferrare il proprio corpo, lasciarlo dissolvere nel mondo e riprenderlo ancora attraverso la propria storia, il proprio tempo e quello degli altri che sempre inclinano ed incrinano la traiettoria multiforme della propria crescita. I versi inediti di Luce Santoni che oggi trovano luogo e ascolto sulla Radura ci mostrano essenzialmente questo: un testo che dà vita ad una poesia di limine, di soglia della propria trasformazione affidata non tanto alla voce di per sé, quella materica e spesso abbozzata dall’urto delle forze esterne che la avvolgono quanto a quella metrica, di un metro interiore che riesce a tradire/trasmettere sotto la superfice del sangue, della pelle attaccata dal mondo, una purezza che si coagula e trasforma in canto. È proprio questo contrasto, infatti, tra la costruzione estetica/immaginifica ruvida, abrasivamente realistica dell’autrice e il sotto-canto che si muove al suo interno, un contro-testo aggrappato alla delicatezza del proprio Sé che genera una narrazione capace di avvolgere l’occhio, l’orecchio e la mente del lettore all’interno di un movimento più dimesso eppure molto più forte e vorticoso: quello di una lingua che, dentro, non ha mai smesso di parlare e vedersi davvero.
Il ricordo, l’immagine quasi sfumata nella ritualità sia domestica sia pubblica, sia sacra sia profana diventa così il tramite per un tentativo estremamente saldo, da un punto di vista tematico, di definire una vita, un sentiero percorso fino al momento in cui ci si ritrova volenti o nolenti a raccontarlo e raccontarselo. Non è tanto, qui, la forma e la musicalità del verso a stringere il filo d’accordo delle cose quanto, semmai e meglio, la sua più spiccata propensione narrativa all’interno del metro stesso. E se la narrazione – come nel caso qui dell’autrice – riesce perché è potente, perché è sincera nel suo darsi, allora il metro si accorda al racconto stesso e ogni strofa si incastona in un contesto sonoro omogeneo, quasi a voler riprodurre graficamente quella ritualità di passaggio, di crescita nel mondo e dal mondo che l’io pone di fronte a chi la voglia ascoltare. La voce si siede di fronte a un fuoco e racconta, ricorda ciò che non ha mai smesso di ricordare e lo affida a un solco che lo raccolga, lo incida in un segno.
- Paolo Andrea Pasquetti, 1 ottobre 2025