9. Siblings
Intanto la mia vita procede
(Procede?)
accanto alla sua,
una parallela sommersa
e poi riemersa
a sprazzi.
La perdita non ha forma,
diventa quindi la mia orma,
la traccia che mi distingue
per lasciare quel sapore in bocca.
Quali sono le mie parole?
Quali mi identificano?
In quali puoi ritrovarmi?
Finito, penso
Solo, penso
Diviso, penso
Il compito della mia vita
è imparare,
imparare di nuovo a trovarti
per poter scovare tutti gli altri
Ripulirmi anche la mia, di ferita,
per non vivere solo per essa
finché tutto poi s’incendia.
I tagli sulla pelle si confondono,
si sfocano,
diventano un ricordo
rimane solo l’osso
Io e lui, nel mondo, siamo questo
un nervo teso,
scoperto,
incompleto.
Canto americano
Arriva ogni mattina
uno strano
e meraviglioso senso
di allargare la visione
sopra questo campo,
sopra questa terra arida e calda dove
mani piene di calli
tornano ad interrogarci,
a noi, povere stelle.
A noi, umili astri.
Pregano ogni sera a noi,
appoggiati a un muretto
o seduti a fumare con accanto il cane,
mentre intanto il sole cala e poi scompare,
pregano con pura forza bruta,
le zappe accanto
e il sogno di un diamante puro.
Sognano parole che non sanno,
sognano una visione più ampia
comprensione.
Che poi vadano pure in città
e abbiano mille e più figli,
questo non cambierà il loro cuore
fatto di domande e terra.
Continueranno poi a cercarci di notte
e a domandarci
cose
di cui neanche noi
sappiamo la risposta.
Autismo
Corpo
voce, silenzio, bambino.
Cuore blu, urlo su rosse dita,
schiaffi in faccia, baci sul nasino,
tabacco, attesa viva, questa quindi è vita?
Questa è forse vita?
Imparare da capo ogni volta…
un tocco, uno sguardo, una scossa,
una parola, un sussurro, una tempesta,
lotta continua fatta di cartapesta,
riesce a farti tremare tutte le ossa
le mie ossa.
Ti si attacca e non ti lascia.
Un canto freddo e lacerante
puro incendio.
Umano, troppo
Amore, troppo
frammenti, troppi.
La parola, se pronunciata bene, in un certo modo distinto, può ricomporre i frammenti, far riacquistare (di nuovo) una visione che comprenda l’unità di fondo di/tra noi e le cose. Sembra saperlo bene anche Gerardo Novi che in questi tre testi tratti da Blu, sua raccolta ancora inedita che ospitiamo con piacere tra le volte della radura – distende in un modo molto vivido, tra immagini e ritmo, il tentativo di trovare la linea che regga l’urto del mondo, riavvolgere il corpo del proprio sé in una forma distinta ma che sappia comunque donarsi all’altro che ci guarda. La lingua diventa il messaggio che ci si affida da soli per cercare di mantenersi (o riscoprirsi, nonostante tutto) umani, di fronte a un ritmo – che è quello della propria storia – che si stacca di fronte allo sguardo, si frammenta in scaglie di versi appuntite o smussate a seconda di come le si tocchino.
Comprendere, appunto, i propri frammenti. Per farlo serve anzitutto una lingua, poi una voce che abbia la forza e la visione per dirla: sapersi far luogo tra le intersezioni più vuote del verso, come fa Novi, è senz’altro un carico che potrebbe pesare sulle spalle dell’io che le narra eppure l’autore riesce qui a trovare una quadra – che poi è un ritmo al quale accordarsi – per non descriverle semplicemente ma abitarle. E, nel momento in cui ci si fa luogo nei propri frammenti, ci si riacquista allo sguardo, al tatto e agli altri sensi rimasti attutiti dai continui scontri col/nel mondo. È in questo modo che la perdita diventa un’orma da seguire, si incanala in una forma perché, prima, chi l’ha subita nel tempo ha deciso (ri)trovarla dentro di sé abbracciandola con un segno, un canto.
- Paolo Andrea Pasquetti, 24 settembre 2025