Un inedito di Simona Curcuruto

Nel mese più caldo e afoso dell’anno,

tra urla di bambini in giro per le strade

e adulti nervosi su un telo mare,

io sono il folletto dei boschi.

 

Aspetto, nell’arsura della mia stanza,

quei pomeriggi piovosi

che ripuliscono le strade troppo affollate,

i temporali che risvegliano l’uomo

dal suo stato di inerzia.

 

Aspetto, Autunno.


Oggi ospitiamo sugli spazi della Radura dei versi che, potremmo dire, ben si adattano al ritmo della stagione autunnale da poco iniziata e da molti di noi amata. In questo suo inedito, Simona Curcuruto esprime con la puntualità propria della poesia lo stato d’animo di chi attende, con un fremito costante ma lieve, la stagione ed il tempo che più gli è proprio. In tal senso, è proprio la struttura e la disposizione sintattica dei versi che riesce con efficacia ad offrire questa raffigurazione tematica: in ognuna delle due strofe a un’immagine dell’arsura estiva nel mondo esterno e reale posta in apertura se ne contrappone una fresca, umida, dell’autunno vissuto anticipatamente nel proprio mondo interiore con ancora più tangibilità rispetto a ciò che avviene sulle spiagge e le strade assolate, fuori dal corpo dell’io. Quello che viene a formarsi, nella mente del lettore, è una sorta di discromia pungente tra i colori, gli odori e le sensazioni delle due stagioni contrapposte di verso in verso.

Ad aumentare la percezione di questa collocazione oppositiva contribuisce, come accennato, proprio la struttura stessa del verso. L’uso delle pause sintattiche deboli riesce a dare più vividezza a questa opposizione stagionale, cromatica, tra l’inizio e la fine di ogni strofa pur senza renderle separate nettamente come nel caso di una pausa più forte: così, la sensazione è che proprio dalla prima impressione visiva scaturisca direttamente l’altra a lei opposta ma, dalla prima, ineludibilmente generata. In questo racconto poetico giocato tra esteriorità ed interiorità, ancora la disposizione delle parole gioca il suo ruolo nel delinearne la progressione: laddove, nella prima strofa, l’estate trattiene la maggior parte dei versi relegando l’autunno solo alla singola chiusa nella seconda, al contrario, l’ordine di forze si inverte e dopo un primo verso estivo l’autunnalità delle parole prende il sopravvento fino all’epilogo –  separato dal resto ma anaforicamente ad esso collegato – dove la stagione attesa riprende il nome e la forma, fino a quel momento evocata da assonanze e ritmi fluidi, che le corrisponde. L’attesa diventa quindi un canto che prepara la venuta delle forme in cui, di nuovo, riconoscersi a fondo.

  • Paolo Andrea Pasquetti, 16 ottobre 2024

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