«Alice guarda i gatti»[1] o, probabilmente, è un coniglio bianco con un orologio da taschino quello che – lì davanti a lei – guarda nel sole «mentre il mondo sta girando senza fretta»[2]: e se, allora, il tempo procede lentamente seguire quell’animaletto dalle orecchie lunghe che – al contrario – corre borbottando non dovrebbe turbare e compromettere in alcun modo l’ordine di quelle giornate che sembrano scorrere imperturbabili anche in sua assenza.
E – così – il Bianconiglio muore nel sole, gira nel sole e con sé trascina la ragazza in quella luce accecante e confusa che «fa l’amore con la luna»[3], che si infiltra nel buio della tana e che conduce fino al centro della terra attraverso quella caduta improvvisa e violenta nel vuoto che – talvolta – a noi tutti accade di percepire di notte durante le ore più profonde del sonno.
Accedere per l’Alice di Francesco De Gregori e di Lewis Carroll in un’altra dimensione, in una galleria che guida ad una stanza piena di porte di varie dimensioni – dunque – è possibile semplicemente osservando le cose in modo distaccato, restando immobili mentre le stesse si capovolgono, si stravolgono in un gioco impazzito che morde le logiche dell’universo, del suo corso e del suo spazio o – ancora – è concesso chiudendo normalmente gli occhi, lasciando che la vita onirica si ribelli a quel libro noioso e a quella realtà che nel giardino di casa ci ha fatti addormentare.
Tuttavia, se quel mondo gira impassibile senza fretta, se quelle pagine non si voltano e inseguono con impazienza e curiosità – forse – è perchè mai davvero abbiamo cercato di stringerle tra le nostre mani, mai davvero ci siamo affacciati dal nostro davanzale per conoscere e scorgere il cammino di quei passanti che – quotidianamente – sfiorano la cornice in pietra su cui, invece, gli stipiti delle nostre finestre mai hanno smesso di posarsi.
Credere – allora – che quell’uomo che aspetta «da sei ore il suo amore»[4] sotto la pioggia perdendo anche l’ultimo tram di mezzanotte sia un pazzo è, certamente, la via più sicura e agevole che – senza quei dentelli del pettine a pungolarci, a smuoverci i capelli e i pensieri – ci aiuta ad isolarci in un non-luogo dove nulla accade, dove la vita con le sofferenze di ogni persona non può intralciare il nostro sentiero.
Divenire – così – Alice che non sa, Alice che si estranea e che si rimpicciolisce ed ingrandisce quando le circostanze appaiono faticose e frustranti concede a quelle porte, a tutte quelle grandi e minuscole porticine di aprirsi, di spingerci in un mondo che si misura unicamente con la nostra immaginazione.
Ecco che, però, anche in quei cunicoli di cui noi soli conosciamo le scorciatoie – come animali che non temono i passaggi sotterranei – possiamo restare coinvolti in situazioni sconosciute e bizzarre: potremmo imbatterci in un bruco che fuma un narghilè mentre sta seduto sopra un fungo, in una lunga tavolata sulla collina dove vi è una cerimonia del tè che dura all’infinito perché per i padroni di casa il tempo si è fermato alle sei di pomeriggio o, persino, potremmo scoprire che è possibile giocare a croquet con i fenicotteri.
Ancora una volta – dunque – inizieremmo a convincerci che vi è follia in tutto ciò che è ribaltato, in tutto ciò che non assomiglia più ad un tavolo, a quella consueta superficie orizzontale con il suo supporto verticale che – ordinariamente – funge da sostegno.
Allora, additeremmo anche quei personaggi così strambi creati dalla nostra stessa mente oppure, più consapevolmente, ci accorgeremmo che ciò che sfugge dall’impugnatura necessita per poter esser colto e compreso – prima di tutto – di uno sguardo che si inclina e avvicina: cari viandanti, facendo tesoro di quanto già in noi accade riusciremmo a trasformare quei momenti di ritiro e fantasia dove «i gatti girano nel sole»[5] in uno slancio che ci incita ad affiancarci al mondo interiore dell’altro, a non nasconderci in quei terreni sabbiosi e collinosi ricoperti di arbusti dove il riparo personale – in realtà – è un argine quasi privo di rivestimento che unicamente ci fa scontrare con la nostra indifferenza, con quell’egoismo che conduce ad una mancata integrazione sociale che è segno di uno sviluppo emotivo che vacilla poiché non è ben germogliato.
De Gregori, così, investe la sua parola di poesia e verità. Se le sue storie quasi irrompono nelle nostre vite in modo improvviso e frammentario come se fossimo giunti in ritardo e qualcosa – ormai – fosse stato già pronunciato e se gli stessi personaggi sono sbiaditi e privi di contorni è perché egli ci restituisce fedelmente attraverso le sue canzoni quegli andamenti dell’esistenza che non si possono controllare: tutto ciò che imprevedibilmente avviene dalla conoscenza tra due persone è un incontro-scontro tra due mondi già avviati che – allora – possono davvero salutarsi e integrarsi solo se si accetta quell’iniziale segretezza e nebulosità che appartiene all’altro e al suo cammino.
E – nello specifico – con il testo Alice è ancor di più indispensabile questo accordo e questa intesa perché ad essere raccontate sono più storie, più esistenze di uomini e donne che – però – seppure si muovano sfruttando una diversa propulsione del vento le loro vele si ormeggiano alla costa con gli stessi anelli di banchina per raggiungere quella stabilità che possa offrire loro recupero e riposo prima di prendere nuovamente il largo.
Dunque, custodendo questa comune esigenza umana di sospiro che cerca per un po’ la terraferma offenderemmo una parte di noi stessi se continuassimo ad essere quell’Alice che non si cura degli eventi circostanti poiché – in qualche modo – essi risultano connessi, non vi è una separazione che abbia delle ancore con punti di così solida presa da non concedere alle nostre imbarcazioni di condividere la medesima rotta.
Allora, con occhi più scrupolosi quei margini confusi incomincerebbero a divenire delle cornici che tratteggiano le vite appena accennate di quegli sconosciuti che – però – così bene abitano nella palazzina della stessa canzone: probabilmente, ci verrebbe da domandarci se quella tranquillità di «Irene al quarto piano»[6] che «si guarda nello specchio e accende un’altra sigaretta»[7] non sia più simile ad uno stato di rassegnazione e se – ancora – quel «mendicante arabo»[8] non nasconda nel suo capello anche quell’ultima nobiltà d’onore che non gli permetterebbe di chiedere – di conseguenza – «mai pane o carità»[9].
Ricordo, lucidamente, che da bambina durante i lunghi viaggi in macchina con i miei genitori amavo cantare ogni parola di questa canzone nonostante non ne afferrassi il significato poiché – nel più profondo – sentivo che c’era una melodia a conciliare quelle strofe e, difatti, nel tempo esse hanno davvero iniziato ad avvicinarsi e ad avvicinarmi alla certezza che per quanto possiamo essere piante erbacee, legnose o d’alto fusto, per quanto siamo organismi vegetali differenti apparteniamo – inevitabilmente – tutti allo stesso giardino.
De Gregori che come poeta con la sua voce calda e carezzevole partecipa vivamente alla creazione e alla narrazione delle sue storie musicali – allora – racchiude ognuna di esse in un’unica grande storia, quella della nostra vita.
Cari viandanti, seguire il suo passo, quell’orma che generosamente e genialmente ci lasciò incidendo nel 1973 Alice significherebbe compiere quel salto di Cavalcanti, liberarsi di quei cappelli dove con ignoranza ci si nasconde per mormorare e giudicare restando vittime delle convenzioni sociali: così, con ancora negli occhi quei gatti che giocano nel sole, con ancora quello sguardo che – per un po’ – si ritira nei suoi mondi per alleggerire i fusti delle cose potremmo sederci su un muretto a secco accanto ai silenzi di chi ci è più vicino per lasciare che le nostre gambe possano ritornare a penzolare insieme allo stesso ritmo mentre – lì davanti – tutto procede e continua a girare.
- Valeria Pasquarelli, 5 maggio 2025
[1] Alice, Francesco De Gregori, in Alice non lo sa, It, 1973, v. 1.
[2] Ibidem, v. 2.
[3]Ibidem, v. 26.
[4] Ibidem, v. 16.
[5] Ibidem, v. 25.
[6] Ibidem, v. 3.
[7] Ibidem, v. 4.
[8] Ibidem, v. 27.
[9] Ibidem, v. 29.