Tre poesie di Braian San Martín tradotte da Valentina Cottini

INSTRUCCIONES PARA TOMAR EL COLECTIVO

No elegir
todos los destinos son iguales
mostrar un interés
discreto
por su imperativo movimiento

el tiempo se detendrá

hasta que un impulso

– metafisico digamos –

te invite a sentenciar

la renuncia final

Istruzioni per prendere l’autobus

Non scegliere.

Tutte le mete sono uguali.

Mostrare un interesse

discreto

per il suo imperativo movimento.

Il tempo si fermerà

fino a che un impulso

– metafisico, diciamo

ti inviterà a stabilire

la rinuncia finale.


INSTRUCCIONES PARA CRUZAR UN CHARCO

Divisar el abismo

que es de agua y tiempo

existir

ser un cuerpo

humedo y fatal

crear un puente

de angustia

sobre el olvido

 

la muerte

Istruzioni per attraversare una pozzanghera

Individuare l’abisso

che è fatto di acqua e tempo

esistere

come un corpo

umido e fatale

creare un ponte

di angoscia sull’oblio

 

morire


INSTRUCCIONES PARA ESCRIBIR POESIA

Agarrar una palabra

cualquiera

y agitarla

hasta que caiga

como suelen caer las cosas

o sino

si uno no desespera

esperar

hasta que esa palabra

palabra abismo

sea

Istruzioni per scrivere poesia

Prendere una parola

qualsiasi

agitarla

finché non cade

come sempre cadono le cose

 

altrimenti

se non ci si dispera

aspettare

finché quella parola

parola-abisso

sia


Sugli spazi della Radura oggi arricchiamo in modo interessante i sentieri e le parole dei viandanti che la popolano con le proprie parole ospitando alcuni testi di Braian San Martín, poeta argentino classe 1995, nella traduzione offertaci gentilmente da Valentina Cottini. Entrando progressivamente all’interno del verso dell’autore, senz’altro qui la parola poetica è accordata, tra metro e lemmi, per riconoscersi all’interno di coordinate, traiettorie ed istruzioni (appunto) per attraversare il mondo e le sue cose senza dare però e volutamente – ed in questa labilità a priori sta sempre il disvelarsi dell’atto poetico stesso – determinazioni specifiche da seguire, direttive precise che offrano una meta certa che tranquillizzi, moderi il passo nel canto. Semmai, e meglio, gesti: posture e movimenti del corpo da una parte, dall’altra (anche) inazione e rinuncia a una scelta in attesa di una svolta che da sola si distenda di fronte al sentiero dell’io.

In tal senso, l’uso costante e quasi esclusivo dell’infinito verbale riesce perfettamente ad insinuare all’interno delle strofe una sorta di “colata sintattica” di gestualità quasi ritualistiche pur nella loro voluta noncuranza nel seguire una prassi definita, riuscendo a cementificarsi – grazie ad un ritmo che trova una sua stabilità, nonostante la privazione della punteggiatura, nell’attenta scaglionatura e parcellizzazione di ogni verso – in un calco, un’immagine distinta per il lettore di un io che viaggia, erra tra le cose del mondo cantandole in attesa di una parola che, se agitata bene e gettata con la giusta cura e parallela però sventatezza tra di esse, possa (forse) farle rialzare attraverso un nome da offrirle in pegno, per sé stessi ed il proprio viaggio. Così, è proprio questa discrezione del passo, dello sguardo che potrà permettere di viaggiare all’interno di un tempo che muta ma che sa anche fermarsi, per chi ne sappia cogliere il giusto interstizio con le parole: un solco (o un abisso sotto i proprio piedi) che farà parte e darà forma al viaggio di chi parla e canta. Non verso una meta definita ma, ancora e di più, verso un salto, un balzo sopra una pozzanghera a una svolta del cammino.

  • Paolo Andrea Pasquetti, 30 aprile 2025

Traduzione di Valentina Cottini

Rispondi