Tre poesie da Di carie venute di Sophie Di Silvio

Preghiera

 

Piove. Dio si sta scrollando

le spalle da tutte le preghiere.

Non è acqua quella che inzuppa

i piedi quando cammini —

sono tutti i «Ti prego»

sussurrati dei bambini prima di dormire.

Chi chiede la salvezza, chi l’amore,

chi un pasto e un caro, chi l’assoluzione.

Anche io, ho spedito un Amen al cielo.

. . .

Caro Dio, sei in ascolto?

Non sono più bambina:

i denti da latte sono cascati,

i capelli sfibrati, le ossa cresciute,

le menzogne svelate.

Non è per me, che ti parlo.

C’è un uomo, che tanta più fortuna

non potevo avere nell’accogliere.

L’hai creato tu, io lo so.

Hai preso ogni cosa bella

che hai pensato del mondo

e prima di donarla a noi tutti,

l’hai conservata in lui.

Dio, mi senti?

Preserva la minima e la massima

ambizione, della tua prima creatura.

Manda sulla sua fronte un bacio

ogni notte, in assenza delle mie labbra.

Scaccia via le paure che attorniano

la mente. Fai bussare alla mia porta

la mantella nera, fammi sfilare via

un anno e dona a lui un altro.

Proteggilo nelle tue braccia,

quando le mie foglie cadranno.

È il primo figlio che hai amato, io lo so.

Fa’ che siano gli ultimi occhi a chiudersi.

Ti prego, Dio…

Rendi la terra più fertile mai stata.

Trasformami in tutte quelle cose

che hai inventato per quel sorriso.

Amen.


Amabili resti deturpati

 

Scrivere è la mia condanna:

il cuore palpita velocemente,

il corpo trema,

la mente s’abbuia.

 

Gli scheletri nell’armadio si fanno vivi;

bussano all’anta di legno

esclamando: «è il mio turno?»

sì lo è, mettiti comodo.

Sdraiati: dovrò analizzare ancora,

romperti di nuovo, compiangerti finché non sarai polvere da arredamento.

Una volta spazzato via, e di me – ma tanto di te –

non ci sarà rimasto più nulla, potrò tornare alla ringhiera del letto a dondolarmi con le ginocchia.

Quando, come per magia, gli scheletri saranno terminati,

mi ritroverò feti sparsi per la casa:

quelle saranno le occasioni perdute per scrivere di voi tutti.


Dopo il velo

 

Troppe cose hanno danzato davanti ai tuoi occhi,

si sono riflettute nella tua pupilla,

ogni istante si è piegato alla luce,

lasciando un’impronta invisibile

che sfiora la pelle della tua memoria.

 

L’attenzione t’ha consumato le ciglia,

le lunghe fronde che un tempo ti proteggevano

sono cadute, fragile corona,

abbandonando lo sguardo nudo, scoperto,

alle pieghe del mondo che non smette di entrare.

 

Ogni silenzio che hai ascoltato,

ogni parola che ti è stata sussurrata,

ti ha portata più lontano,

ti ha spogliata di ogni residuo di quiete,

e ora, il mondo ti si riflette

come un mosaico che non sa più ricomporsi.

 

Il viso t’ha lasciato,

come una foglia che non ha più radici,

non riconosci più l’ombra

di ciò che un tempo chiamavi casa.

Troppe cose hanno chiuso gli occhi,

per te.


 Oggi, tra gli spazi aperti della Radura, ospitiamo con piacere nuovamente Sophie Di Silvio con tre poesie dalla sua ultima raccolta Di carie venute (Affiori, 2025). Sembra, in effetti, di scorgere tra le righe dell’operazione dell’autrice l’idea di una scrittura poetica come veicolo, mezzo corporeo e linguistico per potersi insinuare a fondo nel mondo, nelle sue sfaccettature più corrosive tanto per l’io quanto per l’altro al quale guardare durante il viaggio. In tal senso, ogni testo diventa un evidente tentativo di micronarrazione episodica, a sé stante ma contemporaneamente allacciata all’interno di una macro trama, si direbbe, che caratterizza lo spazio all’interno del quale essi sono a loro volta raccolti: il racconto di dover crescere nel mondo, tra le sue cose scontando l’inevitabile degradamento fisico – tanto interiore quanto sulla propria superfice di pelle, capelli e unghie – che esso porta con sé. Per questo, il solco sul quale l’io si immette volutamente (o per una condanna da scontare) per raccontare e raccontarsi diventa ogni volta una consapevole elisione di sé stessi: uno sfibramento, un consumo fisico necessario per alimentare la parola che fuoriesce accorta in un canto.

C’è, infatti, una certa “accortezza” nella forma che l’autrice cerca di infondere ai propri componimenti che si realizza in modi differenti tra un testo e l’altro. Ora , ad esempio, nella coerenza quantitativa tra le strofe ora, invece, nell’iterazione di formule, domande o ancora – e più in generale – attraverso una costruzione sintattica che tra punteggiatura e conseguenti pause rielabora la narrazione poetica in un racconto stabile, che fluisce tra le crepe dei versi allo stesso modo del corpo dell’io tra le intercapedini delle cose per narrarle a loro volta. Il canto diventa così una formula per scontare i propri debiti contratti col passato, scontarli cantandoli in una voce che corrode la propria bocca: ci si può appellare a un Dio per gli altri – forse – ma non per sé stessi: la strada porta più a fondo, più lontano tra i propri contorni sbiaditi. È in questa perdita reiterata che trova luogo la poesia, in questa spazzata decisa che (tuttavia) lascia dei residui sul fondo: da questi si può ricostruire e ricostruirsi, grazie alla parola che li ha prima scrostati dal resto.

  • Paolo Andrea Pasquetti, 7 maggio 2025

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