Per i casi della vita, come si suol dire, dopo un cambio di cattedra intervenuto rocambolescamente (da prassi del nostro sistema scolastico italiano) a metà anno ora insegno nella scuola media di un paesino di meno duecento anime, nelle zone più interne della mia provincia. La prima volta che (dopo aver sbagliato strada) parcheggio con la macchina in prossimità di quello che, dall’aspetto sebbene assai minuto, mi sembra un edificio scolastico, chiedo a un anziano che passa di lì sul suo bastone se quella sia la scuola che cerco. «Scuola…? …Media?! Qui i ragazzini mica ce stanno eh…» mi fa con un piglio genuinamente sorpreso o, perlomeno, del tutto ignaro della questione. La prendo col sorriso dicendo che, alle brutte, me ne sarei tornato da dove ero venuto se davvero non avessi trovato alcuna scuola, lì.
La scuola poi era davvero lì sotto – nonostante lo stupore del signore – e anche i ragazzi ad aspettarmi per iniziare questo nuovo percorso insieme. La classe riflette un po’ la realtà in cui vive: poco più di una decina di studenti curiosi di vedersi davanti questo strano tizio coi baffi imperiali ottocenteschi venuto dalla città e che – manco a dirlo – fin dalla prima lezione senza perdere tempo inizia a parlare loro di poesia. La cosa che, tuttavia, m’ha colpito di più in questa nuova esperienza è stato vedere e percepire in loro un’attenzione a quei concetti così di solito lontani dalla quotidianità tanto fuori da scuola quanto in quella dentro di essa (ne ho parlato non troppo tempo fa in un altro articolo, qui: https://radurapoetica.com/2024/12/09/tra-letterale-e-simbolico-sulla-necessita-della-poesia-a-scuola/) più viva e reattiva, una capacità di recepire l’idea della musicalità di un verso o del numero delle sue sillabe più fluida e attenta. Magari è solo una sensazione ma, di solito, le sensazioni a primo impatto con qualcuno o qualcosa sono sempre genuine. I prossimi mesi potranno dirlo meglio ma quella sensazione, appunto, di occhi e menti interessate più del solito – un solito che di base è molto poco, se non nullo – alla poesia mi rimane in testa e continua a farmi pensare, insieme a quella di insegnare in un luogo, per certi versi, così “remoto”.
Io, in provincia, ho scelto di tornarci qualche anno fa, dopo aver finito il mio percorso universitario. L’ho fatto senza farne un vanto o con particolari proclami. Semplicemente sentivo che per me, per il mio benessere di abitare, fosse la scelta più naturale rispetto alla calca metropolitana di Roma, riconoscendo comunque a quest’ultima tutte le opportunità che mi aveva continuato ad offrire in quegli anni di studio appassionato in filologia. Ho scelto di tornare perché – nonostante la mia, come tante, sia una provincia bella incasinata per i suoi vari motivi – ha al suo interno quei luoghi, naturali e storici, culturali e sociali di cui mi sento, banalmente, parte. In quei luoghi, soprattutto i boschi e le montagne intorno, ci sto bene: ci son cresciuto e continuo a crescere e vorrei che anche gli altri che ci abitano, in qualche modo, possano sperimentare quella sensazione di abitare davvero un luogo come accade a me.
Ci tengo a sottolineare che questo “abitare i luoghi” non rappresenta, per me, una catena che mi trattiene da altro. Sento che potrei tranquillamente prendere e partire, radicarmi da altre parti con la stessa tranquillità e forse, in futuro, questo potrebbe anche accadere. Ho solo scelto di tornare qui perché sentivo di volerlo e doverlo fare, perché quei luoghi della mia infanzia e prima giovinezza in qualche modo necessitano da parte mia un nuovo momento per essere vissuti, per non sbiadire e svanire senza che possa dire di averli davvero abitati, sentiti dentro di me.
Nel tornare ad abitare “i miei luoghi”, in tutto questo, mi ha aiutato senz’altro la poesia. Lo ha fatto in tanti modi, a dire la verità: dall’esercitare sulle cose e persone attorno a me una sguardo più “poetico” all’ispirarmi direttamente, ad esempio, in ciò che ho scritto nel mio primo libro di poesie o in quello di cui scrivo ancora. Far sì, insomma, che attraverso le parole io riesca a comprendere meglio – non tanto con la testa quanto, semmai, più col corpo, i piedi, il naso e la pelle – un posto che magari prima, dietro quel vicolo del centro, non avevo mai visitato oppure che avevo visto solamente da bambino e da ragazzo senza dargli la giusta attenzione. Scoprire, magari, un’ansa del fiume della propria città dove rifugiarsi per buttar giù qualche parola sul proprio quadernino o, più semplicemente, starsene una mezzora a pensare piano e respirare con calma fino al crepuscolo.
Facendola breve – non vorrei finire per annoiarvi con le mie esperienze personali, viandanti – la poesia è, tra le varie e tante cose, quello strumento assai utile per saper vivere a pieno i propri luoghi. È una caratteristica, forse, di cui a volte ci si scorda rispetto ad altre più in vista. Ma se è vero che per l’essere umano, per questo strano animale sempre diviso tra raziocinio ed emotività, saper nominare le cose, darle un nome riconoscibile per potersi orientare nella propria esperienza quotidiana, nel mondo, è un elemento fondamentale della sua esperienza di abitare un luogo e viverlo appieno allora la parola poetica rappresenta, forse, la parte più dinamica e allo stesso tempo minuta di quello stesso processo nominativo. Quella capacità che è propria della poesia di evidenziare attraverso una luce sbiadita ma estremamente persistente un oggetto, un contorno o un qualsiasi essere animato – evitiamo di essere, per una volta, troppo antropocentrici – senza compromessi o fraintendimenti sensibili e sensitivi diventa così l’esatto momento in cui, attraverso parole nostre o di altri, ci rendiamo conto di saper vedere una cosa, un luogo: riuscire a toccarlo e ad abitarlo essendo consapevoli dei suoi contorni e, in una qualche misura, ci sentiamo anche chiamati ad esserne i custodi, nel nostro piccolo.
Tornando all’immagine iniziale di quel paesino di duecento anime – e senza volerne fare una questione politica, che ora né mi interessa né pertiene ma esclusivamente umana e sociale – l’idea che queste realtà stiano svanendo o già, de facto, siano svanite di fronte ad una sorta di iper metropolizzazione mi lascia sempre una sensazione strana. Il paesino del nonno della mia compagna, nella stessa zona della mia scuola, ormai ha solo 3 abitanti, forse, stabili: da anni una parte della strada sta venendo lentamente inghiottita da uno smottamento ma nessuno se ne cura. Chi ci abita davvero, dopotutto. Eppure, in quei fine settimana quando prendiamo la macchina e andiamo lì, anche solo per fare una passeggiata nei dintorni, avverto dentro di me che quel luogo lo abiterei decisamente meglio di un sottotetto di qualche semiperiferia metropolitana.
Il punto è proprio questo: in quel paesino a un certo punto, probabilmente, si è smesso di percepire i suoi luoghi, di nominarli come abitabili nella quotidianità, di vederne il loro valore intrinseco. L’abbandono – più o meno progressivo – ne è stata la fisiologica conseguenza. Ma nel posto dove insegno mi piace pensare che ci sia ancora modo, ancora tempo per arrestare l’abbandono progressivo. La poesia, allora, potrebbe essere quel mezzo di resistenza contro lo svanire di un luogo da abitare: far capire ai ragazzi che saper nominare una cosa, riuscire attraverso le parole a scorgerla meglio sia un modo per capirne più a fondo il valore e, quindi, a saperla abitare davvero. Magari qualcuno di loro – crescendo e ricordandosi dei testi letti in classe o dei versi scritti assieme ai compagni nei lavori di gruppo – ricorderà che attraverso la poesia si può esercitare proprio questo sguardo sul mondo e potrebbe prender coscienza che il suo desiderio, forse, è quello di rimanere in un luogo piuttosto che sentirsi costretto ad appoggiarsi su un altro.
Direi, allora, leggiamo più poesia e scriviamola anche, magari: soprattutto per chi come me vive in provincia e sente in qualche modo di volerla abitare o che, anche se da lontano, voglia che essa conservi il proprio valore. Forse le cose resisteranno un po’ di più all’abbandono se continuiamo a guardarle e dare loro un nome.
Un ultimo aneddoto personale, parafrasando il buon vecchio Tolkien. All’uscita del nucleo industriale della mia città, accanto alla rotatoria per imboccare la superstrada, c’è un bel prato che avanza per un po’ di spazio fino ai margini del bosco della collina della quale è ai piedi. Lo scorso anno ci passavo ogni mattina presto, dopo aver accompagnato la mia compagna a lavoro, per andare a scuola (in un altro paesino ben più popoloso però). Era sempre bello coglierlo tra la nebbia bassa e umida delle prime ore di luce fioca, soprattutto tra inverno e primavera. Una volta, vidi persino un cerbiatto silenzioso che, uscito dal bosco, se ne stava lì tranquillo a brucare l’erba: una bella immagine prima di andare a lavoro. Oggi quel prato è stato sventrato e la sua terra sta lì nuda, esposta al sole per dei nuovi lavori di edificazione. Un nuovo – l’ennesimo – supermercato, mi pare di aver capito. Forse mi sbaglio ma, per me, la differenza non è poi troppa. Non credo che qualcuno compianga quel prato e la scene che offriva allo sguardo di prima mattina, tranne me e qualche cerbiatto.
- Paolo Andrea Pasquetti, 27 gennaio 2025