Tre inediti di Gaia Parlato

  1. Dimenticata a memoria
 

Se tocco

le cose

le cose

si guastano.

 

Il mio corpo

è troppo

grande

per questa

stanza – se tocco

le cose

le cose

si guastano.

 

Ho vissuto

tutta

la vita

in una casa

sola,

le mura

mi

trattengono

a

malapena:

 

se tocco

le cose

le cose

si guastano.

 

Le cose

della testa

se non

le scrivo

si scassano si

disperdono.

 

Se tocco

le cose

le cose

si guastano

 

mi devo

raccogliere

mi devo

raccogliere

 

mi devo

raccogliere

continua

mente.


  1. Il lago
 

Le correnti di sotto

hanno il verso contorto

del suono del muto:

solo una voce

risponde al mio richiamo.

 

io piango

un padre mai amato

 

Le mani del lago

mi guastano le gambe

mi strappano le parole

che ho cucito tutt’attorno

 

io piango

una madre che mi fu bambina

 

e mentre mi appantano

nel nero di ciò che è stato

sento

nella folla i bambini

che giocano e cantano.

 

io piango

una bambina che mi morì dentro

 

io la piango

la curo e la conservo

finché lei non inizia a marcire

e mi avvelena lo stomaco:

 

Io piango lo slabbro dei miei vent’anni

io piango il sangue del mio sesso

io piango quel

filo della vita

strappatoci da dentro.

 

Ritorniamo insieme

nella conca del buio

che un giorno

ci vide luce

e attendiamo.


  1. Lo scorpione
 

Cammino

a piedi nudi

tra i rovi

della pineta

ho la sensazione

di essere tornata

al punto

di partenza

posso, mi dico,

non aver timore

dell’altro

posso, mi dico,

non difendermi

da questi rami

io

per la difesa

ho sempre

ucciso

ingiustamente

e per la paura

ho sempre

ingiustamente

ucciso

e mentre lo facevo

lo sapevo

lo sapevo

lo sapevo

ad un tratto

un dolore:

mi punge

il dito,

lo scorpione

lui

per difendersi

mi uccide

e non lo sa.


C’è un ritmo, negli inediti di Gaia Parlato che oggi trovano luogo tra gli scorci degli alberi della Radura, che in qualche modo rimanda, quasi, all’atto della lauda, della preghiera costante e ininterrotta per sé stessi e per le cose che si abbraciano e dalle quali, allo stesso tempo, si è costantemente abbracciati. Le vistose ripetizioni lessicali e anafore, infatti, sfinano e modellano il verso dei testi in un modo tale e con una certa definita costanza che portano lo sguardo e l’orecchio interno del lettore – pur in presenza di una metrica lontana dalla tradizione alla quale abbiamo fatto riferimento in apertura – proprio all’idea di una iterazione di ritornelli recitati con la cadenza di chi recita, tuttavia, sottovoce, bisbigliando e con l’affanno del fiato che corre sulle sillabe sofferte. La riduzione al minimo della punteggiatura o la sua completa eliminazione in altre parti dà e scandisce, infatti, proprio questo specifico tempo della recitazione del canto.

Un canto, in tal senso, che si affaccia e fa uso ineludibilmente del corpo di chi lo performa. Tra i versi si incastra così la narrazione del proprio corpo tanto come contenitore emotivo e linguistico in continua effervescenza, pronto ad esondare all’esterno e che necessita l’apposito e accorto raccoglimento del salmista, quanto allo stesso tempo di simulacro di contatto col il  mondo stesso delle cose al di fuori di esso. In altre parole, il movimento esteriore contemporaneo e perfettamente opposto a quello interiore è proprio quello di una realtà che – tra simbolo e letterale – si getta sempre sul corpo dell’io ferendolo, pungendolo e comprimendolo. Si innesta così, come movimento propulsore del canto, una spinta bidimensionale tra fuori e dentro caratterizzata dal comune denominatore del dolore, la sofferenza (tanto fisica quanto spirituale) della propria storia – quella di che prega per le cose e per sé nel canto – e quella del mondo stesso: in questo modo, con questo perno tematico che lega interno ed esterno del e dal corpo dell’io, viene a crearsi una terza e ultima dimensione della parola, infondendo quella tridimensionalità alla poesia che le è propria e che si realizza pienamente (non a caso) proprio in quei ritornelli separati ed uniti allo stesso tempo al resto delle strofe del racconto poetico. Il luogo della preghiera non è più la cappella ma il mondo, la melodia non più quella della preghiera composta ma di quella sofferta e contemporaneamente rifiutata: così si può trovare un luogo in cui darsi e svelarsi nella parola.

  • Paolo Andrea Pasquetti, 29 gennaio 2025

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