- Dimenticata a memoria
Se tocco
le cose
le cose
si guastano.
Il mio corpo
è troppo
grande
per questa
stanza – se tocco
le cose
le cose
si guastano.
Ho vissuto
tutta
la vita
in una casa
sola,
le mura
mi
trattengono
a
malapena:
se tocco
le cose
le cose
si guastano.
Le cose
della testa
se non
le scrivo
si scassano si
disperdono.
Se tocco
le cose
le cose
si guastano
mi devo
raccogliere
mi devo
raccogliere
mi devo
raccogliere
continua
mente.
- Il lago
Le correnti di sotto
hanno il verso contorto
del suono del muto:
solo una voce
risponde al mio richiamo.
io piango
un padre mai amato
Le mani del lago
mi guastano le gambe
mi strappano le parole
che ho cucito tutt’attorno
io piango
una madre che mi fu bambina
e mentre mi appantano
nel nero di ciò che è stato
sento
nella folla i bambini
che giocano e cantano.
io piango
una bambina che mi morì dentro
io la piango
la curo e la conservo
finché lei non inizia a marcire
e mi avvelena lo stomaco:
Io piango lo slabbro dei miei vent’anni
io piango il sangue del mio sesso
io piango quel
filo della vita
strappatoci da dentro.
Ritorniamo insieme
nella conca del buio
che un giorno
ci vide luce
e attendiamo.
- Lo scorpione
Cammino
a piedi nudi
tra i rovi
della pineta
ho la sensazione
di essere tornata
al punto
di partenza
posso, mi dico,
non aver timore
dell’altro
posso, mi dico,
non difendermi
da questi rami
io
per la difesa
ho sempre
ucciso
ingiustamente
e per la paura
ho sempre
ingiustamente
ucciso
e mentre lo facevo
lo sapevo
lo sapevo
lo sapevo
ad un tratto
un dolore:
mi punge
il dito,
lo scorpione
lui
per difendersi
mi uccide
e non lo sa.
C’è un ritmo, negli inediti di Gaia Parlato che oggi trovano luogo tra gli scorci degli alberi della Radura, che in qualche modo rimanda, quasi, all’atto della lauda, della preghiera costante e ininterrotta per sé stessi e per le cose che si abbraciano e dalle quali, allo stesso tempo, si è costantemente abbracciati. Le vistose ripetizioni lessicali e anafore, infatti, sfinano e modellano il verso dei testi in un modo tale e con una certa definita costanza che portano lo sguardo e l’orecchio interno del lettore – pur in presenza di una metrica lontana dalla tradizione alla quale abbiamo fatto riferimento in apertura – proprio all’idea di una iterazione di ritornelli recitati con la cadenza di chi recita, tuttavia, sottovoce, bisbigliando e con l’affanno del fiato che corre sulle sillabe sofferte. La riduzione al minimo della punteggiatura o la sua completa eliminazione in altre parti dà e scandisce, infatti, proprio questo specifico tempo della recitazione del canto.
Un canto, in tal senso, che si affaccia e fa uso ineludibilmente del corpo di chi lo performa. Tra i versi si incastra così la narrazione del proprio corpo tanto come contenitore emotivo e linguistico in continua effervescenza, pronto ad esondare all’esterno e che necessita l’apposito e accorto raccoglimento del salmista, quanto allo stesso tempo di simulacro di contatto col il mondo stesso delle cose al di fuori di esso. In altre parole, il movimento esteriore contemporaneo e perfettamente opposto a quello interiore è proprio quello di una realtà che – tra simbolo e letterale – si getta sempre sul corpo dell’io ferendolo, pungendolo e comprimendolo. Si innesta così, come movimento propulsore del canto, una spinta bidimensionale tra fuori e dentro caratterizzata dal comune denominatore del dolore, la sofferenza (tanto fisica quanto spirituale) della propria storia – quella di che prega per le cose e per sé nel canto – e quella del mondo stesso: in questo modo, con questo perno tematico che lega interno ed esterno del e dal corpo dell’io, viene a crearsi una terza e ultima dimensione della parola, infondendo quella tridimensionalità alla poesia che le è propria e che si realizza pienamente (non a caso) proprio in quei ritornelli separati ed uniti allo stesso tempo al resto delle strofe del racconto poetico. Il luogo della preghiera non è più la cappella ma il mondo, la melodia non più quella della preghiera composta ma di quella sofferta e contemporaneamente rifiutata: così si può trovare un luogo in cui darsi e svelarsi nella parola.
- Paolo Andrea Pasquetti, 29 gennaio 2025
Un pensiero riguardo “Tre inediti di Gaia Parlato”