Tra letterale e simbolico – sulla necessità della poesia a scuola

Mi capita, spesso, durante il mio lavoro come insegnante a scuola, di incontrarmi con un fenomeno a prima vista curioso e che può anche generare, a primo acchito, un sorriso ironico e bonario ma che, probabilmente, nasconde dietro di esso il corpo di un problema ben più profondo. Come detto, nella vita insegno italiano da qualche anno, specialmente alle scuole medie: dopo aver capito che nella scuola di oggi – soprattutto quella degli ultimi tempi – la figura del professore alla Robin Williams in Dead Poets Society non è decisamente realizzabile (o perlomeno non quanto ingenuamente credessi qualche anno fa) non ho mai lasciato da parte quello che, a mio avviso, dovrebbe essere l’obbiettivo primo dell’insegnamento, soprattutto nelle materie umanistiche: formare esseri umani, futuri adulti consapevoli di essere nel mondo.

In questo la poesia ha sempre avuto nella mia didattica un ruolo centrale, anche solo per il fatto banale – ma le cose banali vengono spesso proprio per questo trascurate – che non si può pretendere da un dodicenne che comprenda alla buona i primi testi della tradizione letteraria italiana senza sapere cosa sia un verso, delle strofe, le principali figure retoriche e via dicendo; tanto meno senza conoscere la cultura religiosa dell’Europa medievale, se per questo. Dopo varie itineranze tra altrettante varie scuole mi accorgo, però, che tanto la poesia quanto spesso il contesto culturale e storico della stessa non godano della medesima attenzione che sono solito riservare loro durante le mie lezioni. «Probabilmente una mia deviazione professionale…» mi ripeto ogni tanto nella testa sorridendo, «… magari dovrei tenere più netti e separati i confini tra Radura Poetica e la scuola» penso mentre preparo i libri di testo per la lezione tra qualche minuto, prima di un doveroso caffè (soprattutto se si profilano quattro ore di fila all’orizzonte con i miei “discoli”).

Tuttavia, non c’è nulla da fare: ogni anno, qualsiasi classe essa sia, inizio sempre nelle ore di antologia partendo dal genere poetico. Lo affrontiamo tutto, senza riserve (beninteso, nei limiti del grado di istruzione in cui opero): dalla semplice differenza – ma sconosciuta – tra parole tronche, piane e sdrucciole fino ad arrivare a tutti i tipi di figure retoriche, dalle allitterazioni fino alla sineddoche, per capirci. Ed è sempre un momento preziosamente curioso, quasi irripetibile, sperimentare negli occhi degli studenti lo straniamento di fronte – durante le primissime lezioni – a quello che sembra un linguaggio di folli e stregoni arcani della lingua, fino man mano ad arrivare a una comprensione più o meno concreta della cosa. Il passo successivo, di solito, è fargli scrivere poesia, ex abrupto quasi: mettere in pratica quello che hanno imparato per comprendere come non si tratti di disegni e regole astratte ma di formule da poter recitare (come degli studenti incerti al primo anno di lezione di incantesimi ad Hogwarts, e vi parla un fierissimo Corvonero) da soli per sperimentarne la realtà, tra emozioni che di solito faticano non solo ad esprimere ma a sentire dentro sé stessi e immagini del mondo che vivono quotidianamente alla loro strana età, quanto strana lo era per me ai miei tempi non così antichi ancora, per fortuna.


Trasmettere poesia ai ragazzi, dunque. Perché tutto questo discorso? La risposta è più semplice di quanto possiamo immaginare, viandanti e potrete rendervi conto – almeno quanto lo abbia fatto già io – di  come allora la poesia si renda tanto più necessaria nelle vite degli adolescenti. Si parla spesso, spessissimo (senza far nulla, a quanto pare) dell’impoverimento linguistico estremo degli studenti, la loro scarsa  educazione etc. eppure, mi pare, nessuno sembra sottolineare – o, perlomeno, non in molti – un altro problema che, credo, sia ben più preoccupante: le ragazze e i ragazzi di oggi non sanno più distinguere consapevolmente tra linguaggio letterale e linguaggio simbolico (quello allegorico lasciamolo da parte perché diventa ancora più alieno alle loro orecchie). Un esempio banale: quando, durante le mie lezioni di storia, letteratura etc. uso un modo di dire o una figura retorica (anche una banale metafora) molti dei miei studenti rimangono corrucciati, quasi storditi: l’espressione simbolica che ho appena pronunciato per loro non ha senso perché – confrontandosi con me subito dopo per non aver capito il concetto – sono abituati a comprendere la realtà (e quindi il linguaggio) in soli termini letterali.

Le cause di questa de-simbolizzazione, mi verrebbe così da definirla, della visione dei giovani contemporanei verso il mondo e le cose credo vadano ricercate in più rami del contesto socio-culturale nel quale oggi si trovano (più o meno loro malgrado) sommersi ed immersi. Senza dubbio, una di queste ha a che fare con quell’estremo impoverimento linguistico di cui parlavamo poco sopra: inevitabilmente conoscere poche (o pochissime) parole ed il loro significato, il non essere in grado di saper nominare le cose del mondo esterno ed interiore (soprattutto) rappresenta un handicap ineludibile per un adolescente nell’arrivare a costruirsi, progressivamente, una pur minima comprensione e consapevolezza di sé stesso.

Tuttavia, penso, una causa più profonda risiede in un certo cambio di paradigma del vivere e percepire l’infanzia prima e l’adolescenza poi da parte delle attuali generazioni. Mi spiego meglio: fin da bambini, i giovani di oggi recepiscono passivamente una concezione del mondo estremamente letterale, che non si sforza neanche di provare a grattarne via la superfice e accontentandosi semmai di percepire le cose così come sono, o meglio, così come si dice che siano fatte o vadano fatte. È, questo, un modo di pensare molto adulto, mi verrebbe da dire. Infatti, noto sempre con un certo sgomento che i miei alunni strabuzzano gli occhi con morboso interesse solo quando si parla, essenzialmente, di due cose: soldi e gossip. Fa senza dubbio parte dell’età adolescenziale voler emulare nel proprio piccolo la vita adulta e sentirsene già, tra una trasgressione l’altra, partecipi in qualche modo: ci siamo passati tutti e sarebbe strano il contrario, dato che funzioniamo essenzialmente per apprendimento dei modelli che abbiamo di fronte. Se ripenso, però, alla tipologia di riferimenti culturali e sociali ma, soprattutto, banalmente ludici o videoludici che avevo circa 15 anni fa o più mi accorgo, appunto, di un certo e abbastanza netto cambio di paradigma.


Se ancora nelle generazioni precedenti – per rimanere agli esempi più incisivi nella vita di un adolescente, ovvero quelli ricreativi e ludici – l’offerta culturale sembrava offrire dei prodotti, degli strumenti che valorizzassero la fantasia, la creatività del giovane che li utilizzava, oggi tale caratteristica sembra farsi sempre più sbiadita, opaca. Un esempio concreto, per capirci meglio: quando ero un ragazzino si vivevano gli anni della piena fioritura dei videogiochi fantasy, sci-fi, fantastici etc. Penso a titoli come The Elder Scrolls o Halo, tanto per citarne alcuni. Penso anche ai fenomeni letterari del tempo: Eragon, The Witcher (anche videoludico) o, qui in Italia, Le cronache del mondo Emerso. Nel cinema, resistevano ancora le grandi narrazioni fantastiche, sulla scia della trilogia di Jackson de Il Signore degli Anelli: nel primo decennio degli anni 2000 sono stati prodotti moltissimi lungometraggi che facevano della fantasia l’elemento principale, al netto della maggiore o minore qualità del prodotto stesso. In altre parole, un adolescente ancora fino al 2013 – ma siamo già ai margini temporali massimi di questo fenomeno – circa poteva dire di avere numerose possibilità di stimolare la propria fantasia attraverso più di un medium culturale. Oggi, seguendo l’ordine inverso, il cinema sta vivendo una profonda crisi con il genere fantastico (usando questo termine a cappello per vari sottogeneri dello stesso): i tentativi di affrontare questo tipo di narrazione, semmai, sono virati sulla serialità televisiva con risultati spesso, se non disastrosi (vedi la serie Netflix di The Witcher) perlomeno mediocri o non convincenti. A livello letterario non sembra riescano, al momento, ad imporsi fenomeni di interesse che coinvolgano i giovani lettori mentre, a livello videoludico, lo spostamento estetico e tematico è risultato, a mio avviso, ancora più netto. L’adolescente di oggi non ha alcun interesse nei “vecchi” giochi di ruolo fantasy o sci-fi: l’asse ondeggia freneticamente tra l’edizione dell’anno di vari giochi sportivi come FC o alle battle royale o multiplayer sparatutto come Call of Duty o Fortnite. Quale caratteristica lega tutti questi prodotti videoludici tra di loro? Il fatto che non ci sia più una trama da giocare, dei personaggi, delle storie da seguire: solo la contingenza della singola partita online dove l’unico elemento estetico che presenti un minimo di fantasia rimane nelle skins da sbloccare nelle varie seasons, de facto però riducendo in tal modo quest’ultimo a semplice ricompensa estetica, appunto, senza alcun valore creativo. La cartina da tornasole di tutto questo fenomeno, a mio avviso, è una ed evidentissima: oggi i videogiocatori che continuano a giocare (quei pochi, e non sempre di buona qualità, anzi) prodotti videoludici narrativi e fantastici sono i ragazzini di un tempo, quindi gli adulti o i giovani adulti, come il sottoscritto, affezionati a una modalità ricreativa e culturale che ormai non è più seguita dal target anagrafico per il quale, in teoria, dovrebbe principalmente essere pensata e prodotta.


E poi ci sono i social. O meglio, l’uso che gli adolescenti sono portati a fare dei social più o meno inconsapevolmente. È inevitabile che, se la principale fruizione di un giovane oggi dei contenuti che offrono i vari social risieda (nei casi migliori) in consigli di abbigliamento griffato e make up o (nei casi peggiori) nel fenomeno trash del momento prima che venga sostituito dopo pochi giorni dal seguente, la loro visione del mondo e di sé stessi si plasmi inevitabilmente su paradigmi estremamente letterali. Dicevo che questo è un modo di pensare molto “adulto” (nel senso negativo del termine) ed è vero: l’occhio dell’adulto, infatti, è di solito assuefatto al paradigma – oggi uso molto questo termine perché a quanto pare mi piace parecchio – della “superficie delle cose”, modellato dalle preoccupazioni tipiche della sua età, da quelle economiche a quelle lavorative e familiari. La fantasia e tanto più la poesia assumono le connotazioni di quelle cose “carine ma alla fine inutili e che non risolvono certo i veri problemi della vita” (una frase che avremo sentito parecchie volte e in vari modi e tempi diversi, viandanti).

Insomma, lo sappiamo bene, uno sguardo che vada oltre la letteralità delle cose di solito, se non si perde del tutto, perlomeno sbiadisce sensibilmente nella vita adulta di un individuo medio. Tuttavia, se quell’individuo non ha saputo sperimentare almeno da bambino e da adolescente una visione del mondo più simbolica, fantasiosa (nel senso positivo e “concreto” del termine), ho un certo timore di che tipo di persona possa diventare negli anni, tanto a livello banalmente cognitivo quanto a livello più profondamente sensibile.


Mi tornano in mente le parole di Tolkien nel suo saggio On Fairy-stories a proposito del far leggere ai bambini storie fantastiche al di sopra delle loro possibilità attuali in modo tale che, col tempo, la loro fantasia cresca, si sviluppi e quei libri siano per loro come dei vestiti larghi dentro i quali prima o poi entreranno meglio:

Though it may be better for them to read some things, especially fairy-stories, that are beyond their measure rather than short of it. Their books like their clothes should allow for growth, and their books at any rate should encourage it.[1]

Per Tolkien incoraggiare la crescita della fantasia di un bambino era una parte essenziale dello sviluppo di quest’ultimo che avrebbe saputo, un giorno, renderlo un adulto in grado di leggere e apprezzare ancora (e magari creare anche) fairy-stories. Perché un adulto privo della capacità di avere uno sguardo sulle cose, una comprensione del proprio linguaggio non solo letterale ma anche (e soprattutto, aggiungerei) simbolica corre il rischio sempre più concreto – tutt’altro che fantasioso – di divenire un individuo incapace di saper conoscere sé stesso e il proprio mondo interiore, ancor prima di quello esteriore. E se è vero che siamo noi, dal nostro interno, a rivestire di senso il mondo esterno, allora, le conseguenze di un avvizzimento dell’interiorità perché non nutrita con fantasie e simboli a dovere saranno – e lo dico senza mezzi termini – disastrose, tanto per il singolo quanto  per la collettività.


La poesia, allora, diventa quel rimedio, quel φάρμακον da offrire ai giovani di oggi in costante balia di un numero esorbitante di imput che sembra spingerli a ritenere che una persona sia solo l’orologio che porta e il profumo che utilizza; che un albero che spunta fuori dalla finestra della propria aula sia solo un albero perché, dopotutto, lo è sempre stato. Abituare invece le ragazze ed i ragazzi a capire che le cose possono essere nominate; a saper costruire relazioni di significato tra le parole per crearne di nuovi; utilizzare quell’albero che scorgono ogni tanto, distratti dalla lezione di turno, per riconoscere nelle fronde che si muovono al vento quel desiderio di leggerezza che sentono dentro. Educare i giovani alla poesia significa educarli a una conoscenza del linguaggio – e quindi della realtà – non solo e non più letterale ma anche (e soprattutto, quindi) simbolico. Quella studentessa o quello studente avrà con sé, da quel momento, un mezzo, uno strumento tutt’altro che banale: la capacità di poter usare la parola per guardarsi dentro e tentare di capirsi, per poi guardare nuovamente fuori e ritrovarsi nel mondo, invece che scorrerlo passivamente tra genitori che (spesso) li ignorano e reels o tiktok che, quel mondo, glielo ricuciono addosso (altrettanto spesso) attraverso abiti troppo corti per le loro sensibilità.

Per questo, dunque, leggere e fare poesia nelle scuole. Se non lo facciamo noi insegnanti dietro le cattedre, nella stragrande maggioranza dei casi, nessuno lo farà per i nostri ragazzi e ragazze. L’invito allora – che spero possa trovare una qualche risonanza anche nei colleghi che leggono – è proprio questo: prima ancora che educare ai concetti, alle narrazioni, educare al linguaggio, fare linguaggio. L’unico strumento adeguato si rivelerà proprio la poesia e, vi assicuro, superando quelle difficoltà iniziali e didattiche e di competenze spesso mancanti tra gli studenti si apriranno sentieri e mete tanto inaspettate quanto fruttuose, soprattutto per loro che riceveranno in dono da chi sarà in grado e vorrà offrirglielo quello strumento di linguaggio e scoperta continua che è la poesia.

In attesa che la campanella suoni ancora, preparo alcuni libri di poesia: compassi e squadre per indirizzarci insieme nel mondo.

  • Paolo Andrea Pasquetti, 9 dicembre 2024

[1] J. R. R. Tolkien; On Fairy-stories, edited by Verlyn Flieger & Douglas A. Anderson, HarperCollinsPublishers, London, 2014, p. 58, corsivo mio.

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