Guarire carne prima di introdursi in altra carne – la via per l’Amore

Qui, su Radura Poetica, ogni orma lasciata sulla terra è una tangibile divinazione dei nuovi sentieri che, passo per passo, desideriamo condividere con voi viandanti.  Con questa speranza e fiducia, vorrei oggi proprio ripartire dalle parole di Rainer Maria Rilke, citate nel mio ultimo articolo (leggi qui: https://radurapoetica.com/2024/08/26/in-cammino-la-ricchezza-nel-lasciar-andare-le-cose/), per indagare intimamente e con tocco liliale su un argomento che coinvolge tutti gli esseri viventi: l’Amore.

[…] Amare anzitutto non vuol dire schiudersi, donare e unirsi con un altro […], amare è un’augusta occasione per il singolo di maturare, di diventare in sé qualche cosa, diventare mondo, un mondo per sé in grazia d’un altro […][1]

Se la relazione con l’altro rappresenta una preziosa occasione di creazione e connessione tra mondi, al tempo stesso, dovremmo prestare attenzione a non cadere in una fossa pericolosa. Affidare a quest’incontro un potere illuminante di salvezza e completezza che avvicina all’agognata felicità significherebbe, come scrive Eckhart Tolle, scrittore e oratore tedesco, rincorrere un tempo e uno spazio ancora inesistente e che, qualora raggiunto, si rivelerebbe di breve durata perché mosso da uno stato di mancanza e paura.

[…] La vera salvezza consiste nel riconoscere se stessi come parte inscindibile dell’Unica Vita senza tempo e senza forma da cui tutto ciò che esiste trae il proprio essere.[2]

Perché la bellezza si compia e l’amore celestissimo lieviti come cosa di materia sensibile, tra mani e farina, dovremmo come l’eremita acquietarci su un sasso sporgendo ogni sguardo sul presente, sui luoghi che dicono delle nostre fibre, «dell’Unica Vita senza tempo».


L’uomo, tuttavia, è figlio primogenito del proprio corpo di dolore, vi è affezionato nelle ossa perché cresciuto già con quello tramandato dai propri genitori: le sofferenze trascinate nel tempo e lasciate lì, senza carezza e cura, continuano fermamente ad evolversi e a trovare radice e nuovo spazio, di sangue in sangue. Liberarsi da tali macigni e legami generazionali è, quindi, l’accesso che fiammeggia, che avvicina e allontana, perché condurrebbe per la prima volta in quella Radura dell’Essere in cui siamo solo noi senza i nostri traumi e che, di conseguenza, favorirebbe una sana interazione con l’altro.

Per quale ragione, verrebbe allora da chiedersi, le relazioni continuano ad essere disfunzionali oscillando senza tregua tra i due poli opposti dell’Amore e dell’Odio? Probabilmente, ancora una volta, la nostra condizione umana ci spinge al vittimismo e a deresponsabilizzarci, a vivere il dolore identificandoci con esso pur di non rischiararne l’origine. Come riconosce sempre Eckhart Tolle in Il potere di adesso, «Ogni dipendenza nasce dal rifiuto inconsapevole di affrontare e superare il proprio dolore».[3]

Abbandonarci in relazioni che possano ovattare il rumore dei nostri passi, della fuga da noi stessi, in un primo momento ci farebbe sentire intensamente appagati e vivi ma, inevitabilmente, porterebbe poi alla luce ogni emozione repressa che andrà a risvegliare anche il corpo di dolore dell’altro.

[…] Se eliminassimo soltanto i cicli negativi o distruttivi tutto andrebbe bene e il rapporto fiorirebbe meravigliosamente, ma purtroppo non è possibile. Le polarità sono interdipendenti. Non puoi avere l’una senza l’altra. Il positivo contiene già dentro di sé il negativo non ancora manifestato. Infatti sono entrambi aspetti della medesima disfunzione. Sto parlando di quelle che chiamiamo comunemente “relazioni romantiche”, non di vero amore, che non ha opposti perché nasce al di là della mente.[4]

Non possiamo col corpo tendere verso degli spazi senza che essi siano nostro prolungamento ed estensione, con la nostra misura umana credere di trasmutare le cose restando per prima immutati: qualunque rapporto rivelerà ciò che per protezione la mente ha sotterrato.


Seguendo questo filone rigoglioso, Eckhart Tolle, con sguardo illuminato, approfondisce la ragione che, già sul piano psicologico, porterebbe l’uomo nel suo stato non redento a cercare quelle “relazioni romantiche” pur di affrancarsi da una condizione di paura e mancanza. Precisamente, anche sul piano fisico percepiamo l’incompletezza della natura umana, l’essere uomo o donna e, quindi, una metà del tutto. Ritornare all’Unità, a quel senso di perfetta integrità, è un richiamo che, come nelle sirene di Omero, ci donerebbe quella conoscenza assoluta che qui, sulla terra, non può appartenerci ma che, istintivamente, continua a manifestarsi attraverso il bisogno fisiologico e l’attrazione maschio-femmina.

[…] La radice di questo impulso fisico è di natura spirituale: è il desiderio di porre fine alla dualità, di ritornare allo stato di integrità e completezza. L’unione sessuale è quanto di più vicino possa esserci a questo stato sul piano fisico. Ecco perché è l’esperienza più appagante che il regno fisico è in grado di offrire. Ma essa non è che un barlume fuggevole della completezza, un istante di beatitudine. Se la desideri in modo inconsapevole come un mezzo di salvezza, non stai cercando altro che la fine della dualità a livello della forma, dove non può essere trovata.[5]

A tal proposito non possono, ancora una volta, non riaffiorarmi alla mente come infinite lucciole nascoste nella penombra del bosco, le parole di Rilke. Se, per citarlo, «la voluttà corporale è un’esperienza sensitiva»[6], dovremmo stringere tra le nostre dita la grazia di questo evento e accoglierlo non i quei «luoghi stanchi»[7] della nostra vita e, soprattutto, non «come distrazione invece che raccoglimento verso i vertici»[8] o, ancora, come desiderio di completezza. Sperare di scorgere nell’unione sessuale, nell’impulso fisico, un appagamento che duri e che non sfumi insieme all’istante di beatitudine, è un inganno che ci allontana sempre più dalla risoluzione dei nostri drammi e dall’unico amore eterno: quello che, dentro di noi, risiede come stato dell’Essere.

Ma se concedessimo alle cose che ci abitano di riconciliarsi, di prendersi il proprio tempo, potremmo iniziare a guardare con gli stessi occhi di Rilke l’esperienza carnale:

[…] è una grande, infinita esperienza, che ci vien data, una conoscenza del mondo, il colmo e lo splendore d’ogni conoscenza.[9]

Oltrepassando il velo della forma, allora, proveremmo quel senso primordiale di meraviglia nello scoprire che l’Unità tanto inseguita è già presente e operosa in ogni essere, creatura che ci circonda e che si realizza nel momento esatto in cui non concepiamo più la separazione. Questa è la via per l’amore, «ogni bellezza nelle piante e negli animali è una sommessa forma costante d’amore e d’aspirazione»[10] che si propaga come luce, non selettivamente.


E, se alla base dell’ «unirsi paziente e docile e moltiplicarsi»[11] ci sono «necessità che sono più grandi di piacere e dolore e più potenti del volere e dell’opposizione»[12], perché non fare della stessa relazione una pratica spirituale? Se considerassimo la relazione amorosa come uno strumento terreno che ci avvicina alla consapevolezza piuttosto che ad un’idea idealizzata di felicità, si creerebbe quello «spazio libero di presenza amorevole»[13] di cui scrive Eckhart Tolle, in cui ogni cosa e ogni persona può essere così com’è. L’amore, che sentiamo e che è in contatto con tutto ciò che esiste, non annullerebbe il dolore eppure lo supererebbe e trasformerebbe in altro favorendo la fioritura di un rapporto sano, che non conosce opposti.

Tutte le relazioni disfunzionali tenute in vita per il solo bene dei figli, per sicurezza emotiva e/o economica, per abitudine e per solitudine, potrebbero allora divenire, se riconosciute da entrambi i partner, un’occasione di guarigione e crescita personale e, se anche il cammino non dovesse essere più condiviso, ci si sentirà poi preparati a separarsi con amore. Giunti a questo punto del sentiero, i versi di Dino Campana ben possono allinearsi – muovendoci per metafore – a quanto detto fino ad ora.

[…] Nell’ali dei vivi pensieri ripeti ripeti Principessa i tuoi canti […][14]

Se la richiesta del poeta alla Notte di divenire interprete dei suoi canti gli concedesse di custodire nell’eternità parte della sua materia poetica e, quindi, di salvarsi dall’oscurità anche noi, seguendo la stessa via, come «poeti notturni» potremmo salvaguardare nel tempo quella pratica spirituale che ha risanato l’amore e il mondo corporeo di cui siamo parte. La mia Speranza, dunque, è che con questa grazia e concessione, potremmo garantire un senso più profondo al finire delle cose: piantare un seme in chi verrà dopo di noi ci avvicinerà a quell’idea di salvezza tanto ricercata da Campana.

Allora, quasi come in un improvviso refolo di vento, mi raggiungono i versi di una mia poesia a continuare lo stesso Canto:

 

Qui pettiniamo

il dolore delle ossa

piegate come ramoscello

da vento di mezza estate.

 

Guarire carne

prima di introdursi in altra carne:

è questo l’Amore bello

di cui scrivo.

 

Se tutti pettinassimo quel dolore delle ossa, se prima di introdurci in altra carne distendessimo le ore con noi stessi e con le nostre zone più vulnerabili, diverremmo spontaneamente l’uno poeta notturno dell’altro perché l’amore sano si tramanderebbe di figlio in figlio, di generazione in generazione rompendo qualsiasi tipo di ciclo disfunzionale.

E’ «questo l’Amore bello / di cui scrivo» e che auguro, a voi viandanti che ci leggete e ci seguite, di coltivare orizzontalmente e verticalmente lungo il vostro cammino.

  • Valeria Pasquarelli, 9 settembre 2024

[1]Rainer Maria Rilke, Lettere a un giovane poeta – lettere a una giovane signora su Dio, traduzione di Leone Traverso, Adelphi s.p.a., Milano, 1980, p. 49.

[2] Eckhart Tolle, Il potere di adesso – una guida all’illuminazione spirituale, traduzione di Katia Prando, My Life, Coriano di Rimini, 2013, p. 160.

[3] Ivi, p. 166.

[4] Ivi, p. 162.

[5] Ivi, p. 164.

[6] Rainer Maria Rilke, Lettere a un giovane poeta – lettere a una giovane signora su Dio, p. 31

[7] Ibidem.

[8] Ibidem.

[9] Ibidem.

[10] Ivi, p. 32.

[11] Ibidem.

[12] Ibidem.

[13] Eckhart Tolle, Il potere di adesso – una guida all’illuminazione spirituale, p. 174.

[14] Dino Campana, La speranza (sul torrente notturno), in Canti Orfici e altre poesie, Einaudi s.p.s., Torino, 2003 e 2014, vv. 3-4, p. 28.

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