Tre inediti di Maria Bochicchio

Arrendevolezze

sfioriva l’eucheria in un presente predisposto a lungo sfidando la barbarità delle pigne, aperte nella scortesia delle eliche. ciò che non cambia non lo puoi cambiare. covano le croci sui tetti della chiesa la sera, covano l’arroganza di chi si sente in vetta. non è l’altezza dei ben nati o l’uso dei pronomi ma l’ignoranza delle onde, di chi torna sempre indietro. i sepolcri. da parte di madre la vita adulta delle emozioni lasciate sciolte, incustodite, il grano santo delle tombe. parla ai vivi, dondola in chicchi il tempo la nitidezza dei cerchi nel legno. ci dice chi siamo, più dei cercati altrove, nell’arsura delle fiumare secca la spinta del mondo, la compostezza delle gru.


Multipli del melograno

eravamo un morire in piedi di sorrisi scartati, viola, blu e neri, ispidi al tatto. stava tutta dentro, nei multipli del melograno, l’esperienza di un abbraccio, noi, la ritirata. eravamo nei piccoli vuoti della malvarosa, incapricciamenti di bordi ai lati delle strade. la mia e la tua. come splendide ferite d’uccello dentro minuscole finestrelle di voci. vuole assomigliarci ancora questa placentazione di bocche, la mia e la tua, bocca a bocca limpidi nel dialogo dell’attesa. si attacca alle dita la grammatica dei semi, apre alla cura dei giorni questo spaccamento di intenti, la covata delle api.


Spontanee

che venga dalle cavità il matrimonio coi confini, quando l’io resta io nella molteplicità aperta e sfondata dei baccelli e si corica a sera il sonno degli onesti, annodati alla pace spontanea dei susini. sia, tra le spine del mondo, il peso lacerante di chi fuoriesce senza ferire, del dilucolo il primo, primissimo albeggiare.


Gli inediti di Maria Bochicchio che accogliamo oggi su Radura Poetica si inseriscono vistosamente in quel solco prima di tutto (ma non solo) grafico di quella varietà vegetale – se possiamo azzardare una metafora arborea – di poesia tipica di quelle piante rampicanti come l’edera o il gelsomino, che si allungano sullo spazio della carta cercandone un supporto nel quale infondere la propria voce. Ecco, proprio in questo caso i versi dell’autrice cercano di avvolgersi su più spazio possibile, trasfondendosi quasi in una prosa poetica che, tuttavia, ha proprio nella musicalità e nel ritmo che le sono propri un’evidentissima – tanto all’occhio quanto all’orecchio – vocazione al canto. Risalta con chiarezza infatti l’uso profuso, soprattutto, di assonanze che vanno ad intrecciarsi (come rampicanti, appunto) ai numerosi e sapientemente collocati segni di punteggiatura: in questo modo la lunghezza del verso scorre su una melodia ben distinta e scandita punto dopo punto, virgola dopo virgola assieme alle figure retoriche di suono alle quali le prime sono poste accanto. In aggiunta, le non meno presenti ripetizioni lessicali aumentano la cadenza ritmica dei componimenti trasformando, dunque, la lettura allungata in una scansione melodica definita come la scelta stilistica, altrettanto peculiare, di privarsi del tutto delle maiuscole all’inizio di ogni periodare: in questo modo la musicalità si fa ancora più fluida e quel legame tra suoni e punteggiatura sopra espresso trova definitivamente il proprio corso da seguire tra i versi.

All’interno di questa forma non meno evidente è la narrazione che vi si distende. L’io che canta non si limita semplicemente a guardare e descrivere il mondo attraverso la natura ma sente che la sua unica possibilità narrativa riposa proprio in una trasfusione completa con quegli elementi – soprattutto vegetali, arborei e floreali – che esso stesso racconta. È, infatti, un panorama naturale di immagini composto da spacchi e cavità, sfioriture e morti, lacerazioni e aperture: tramite di esse l’io si trova, ritrova e comprende nelle sue esperienze tutte umane – nel mondo – del soffrire e dell’amore e del trovare il proprio posto tra i luoghi delle cose. In tal modo le metafore vegetali disposte tra i versi giungono a quel livello, più profondo, di concretizzazione dei gesti quotidiani della vita dove poter trovare, tra le parole, un sentiero da seguire.

  • Paolo Andrea Pasquetti, 11 settembre 2024

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