La guerra iniziava e io non sapevo
né nomi né fatti e solo pregavo
il tuo nome.
Adesso è finita e io come gli altri
grido che è violenta la pace non giusta
e non basta: noi vogliamo tutto,
noi vogliamo la vita.
Io prima non sapevo la bellezza.
Al tuo cospetto le luci del mondo
impallidiscono per la vergogna
di sparire
ed io accecata non ricordo più
cos’è che prima mi stupiva.
Mai altro viso o luogo o fatto
mi ha commosso come la tua visione
mai uomo o donna o essere vivente
solo entrando in una stanza
mi ha reso inutile guardare altrove.
Su un treno spinto dai movimenti dell’estate
la costa bassa fuori scorre e perde
la luce del giorno,
io sono stanca e sento nel petto il ricordo familiare
che da anni mi dispera e che trasforma la mia voce
in tenerezza se il tuo nome appare nelle mie parole.
Una bimba sul sedile di fronte
tra le braccia della madre ha inventato
una nuova parola
l’ha dimenticata tra una fermata e l’altra
e stanca del viaggio si è addormentata.
Siamo sveglie io e sua madre
e non parliamo,
il libro sta chiuso sulle mie gambe
la costa fuori è buia, finalmente.
L’arrivo ha l’odore delle mie notti bambine
sa di mare dietro la curva e di mia madre
che fa la doccia per ultima e porta il pane a tavola.
Il caldo del viaggio mi ha bagnato la pelle
e ora sono coperta di rugiada.
La bimba è sveglia, stanotte è l’alba:
io d’amore non parlerò più.
Nelle sue poesie, che oggi ospitiamo su Radura Poetica, Maria Rosaria De Santis si destreggia nel saper mettere in scena in maniera efficace ciò che abita all’interno, con i suoi movimenti emotivi e i ricordi incastonati e nascosti nei vari angoli dei suoi luoghi propri. Attraverso infatti l’uso di metafore lucide – come nei primi due testi – o immagini vivide, sciolte in un racconto in versi come quello che si dipana nell’ultimo testo, le parole riescono a dare corpo ad amore, nostalgia, stordimento o commozione.
L’andamento dei versi, nella loro forma irregolare, è franto ed offre una lettura ripida, in discesa lungo la narrazione poetica: quando il ritmo prende più velocità rallenta, poi, nella punteggiatura centellinata e disposta in punti precisi dall’autrice lì dove il sentimento interiore, dopo esser sgusciato fino a quel momento tra immagini, persone e cose emerge nella sua chiarezza, in particolar modo nel finale, sfociando in una chiusa che abbraccia, ora con consapevolezza, quel movimento che mano a mano nei versi ha preso sempre più conoscenza di sé. In questo senso, il canto dell’io è un canto che nasce per cogliere un fremito che nasce dall’interno, guidarlo fuori di sé per riuscire infine a comprenderlo e comprendersi, dentro.
- Paolo Andrea Pasquetti, 28 agosto 2024
Un pensiero riguardo “Tre poesie di Maria Rosaria De Santis”