Fermata Lisbona – Alla ricerca del tempo da vivere tra Proust e Pessoa

«Non c’è tempo». Per strada, fuori da un bar, da un locale, la mattina mentre si esce di casa o quando si va a fare la spesa. Una frase che riecheggia spesso nella quotidianità delle nostre vite, o perlomeno nella mia, quella di un trentenne, che forse ha più tesi di lauree che gioie, che ancora non è approdato nelle acque sicure di un lavoro stabile, che naviga ancora in balia della precarietà. «Non c’è tempo». Perché a trent’anni devi essere sistemato, con un buon lavoro, la famiglia, la casa al mare, i figli, il cane.

Sembra quasi il ritornello di una hit del 2009 degli Zero Assoluto – un duo musicale che forse la Gen Z neanche conosce – ma in realtà è il leitmotiv di questa società baumaniana, allegoria del melting pot di ansie e frenesie che inquinano le nostre menti. Ma perché chi non rispecchia questa condizione si sente fuori tempo? Me lo chiedo alle 9.00 di mattina di un lunedì qualsiasi di inizio maggio. Sono in viaggio a Lisbona, soggiorno a Chiado, storico quartiere della capitale lusitana, in una mansarda che affaccia su Praça Luis de Camoes – il “Dante” portoghese. La mattina presto le strade odorano già di aglio e bacalhao, ma da buon italiano la colazione, dolce, al bar è sacra.

Faccio le caratteristiche – quanto faticose – calçadas portoghesi e vengo attratto da un locale al centro piazza. C’è un po’ di fila, ma aspetto. Mi ricorda un bar della mia città, che frequentavo ai tempi del liceo, quando coi miei compagni di classe ci fermavamo a giocare a carte, a parlare di vacanze e di futuro. Mi siedo e ordino il classico lusitano ginja e pastel de nata. Dietro di me scorgo un tavolo sigillato con una statua poggiata sopra: è quella di Fernando Pessoa. Capisco la fila all’ingresso: stavo facendo colazione al bar dove abitualmente sedeva il grande poeta lusitano. Rido. Chissà cosa avrebbe pensato il poeta dell’insicurezza e dell’inquietudine sapendo di essere immortalato in una statua, ancorata su quel tavolino in Rua Garrett nel quartiere Chiado di Lisbona. Fermo, immobile, stabile. Una stabilità che per il cantore lusitano era sintomo di mille pensieri nel caos introspettivo dell’inconscio, ma che per i trentenni di oggi è diventata una chimera da inseguire in una ricerca costante, quasi ossessiva, di tempo. Tempo per fare le scelte giuste, per coniugare lavoro e svago, tempo per cadere e poi rialzarsi. Praticamente tempo per costruire un’identità, la nostra, quella di una generazione “sospesa” tra Millennials e Gen Z, lacerata da quell’inquietudine interiore che si nutre del «cieco mondo» dantesco, tra l’angoscia di un presente incerto e la speranza di un futuro migliore. In questo limbo, a volte capita di perdersi nel giorno dopo giorno, non capiamo cosa stiamo rincorrendo e spesso ci troviamo a dubitare su quello che abbiamo costruito fino ad oggi. Questa sensazione mi accompagna spesso a chiedermi qual è il mio posto nel mondo, nel tempo, hic et nunc. Mi giro di nuovo verso il tavolino di Pessoa:

Se c’è qualcuno oltre la curva della strada,

si angustino loro di quel che c’è oltre la curva della strada.

Quella è la strada per loro.

Se dobbiamo arrivare là, quando là arriveremo sapremo.

Per ora solo sappiamo che là non stiamo.

Qui c’è solo la strada prima della curva, e prima della curva

c’è la strada senz’alcuna curva.[1]

Come un’epifania, un’illuminazione improvvisa. È bastato uno sguardo alla statua del poeta lusitano per rievocare alla mente alcuni suoi versi, in una sorta di meccanismo di memoria involontaria proustiana. Come il demiurgo francese, la vista e i profumi del Portogallo rievocano in me flussi e sfumature di pensiero in un caleidoscopio di sensazioni. Quando annego nel mare dei pensieri, l’unica bussola è tornare in superficie aggrappandosi al salvagente della parola. E quella di Pessoa ci aiuta a riflettere su come le paure del presente e le ansie del futuro non sono altro che paranoie del cambiamento, che arrivano nella nostra mente come meccanismi di difesa ma che in realtà sono ladre di serenità e fiducia. Non sappiamo quali curve ci aspettano sulla nostra strada e quanto tempo ci metteremo per percorrerla. L’unica cosa che sappiamo è che c’è una strada, per ognuno di noi, indipendente dai dettami della società, dall’età e dal tempo.


Se ci sentiamo spesso “fuori tempo”, come se la nostra esistenza dovesse per forza essere scandita da rintocchi di tappe fisse, come se ad ogni età debba dipendere inevitabilmente un’esperienza già prescritta, come se l’immediato contasse più del futuro, è perché facciamo fatica ad avere una postura sul mondo che agisca sui tempi lenti. Siamo schiavi della velocità – per la digitalizzazione post pandemia, o magari perché, parafrasando Marinetti, la «velocità è il sintomo della modernità» – una velocità che ci impone di gareggiare col tempo e di perderlo inseguendolo. Ma in questo continuo correre dietro un tempo bloccato in forme e contorni già stabiliti, ci dimentichiamo di vivere la nostra interiorità.

«Un’ora non è soltanto un’ora […] Il tempo che abbiamo quotidianamente a nostra disposizione è elastico»[2]. Ancora una volta la memoria proustiana mi indica la strada per percorrere questo tempo, un tempo che frantuma e decostruisce la sua linearità, per abbracciare l’inconscio e la sua a-temporalità. Il tempo perduto e quello ritrovato nella ricerca di Proust non sono altro che allegorie della doppia invenzione freudiana dell’inconscio e della sua proprietà di «ignorare il tempo»[3]. Un’immagine squisitamente letteraria che invece si rende sempre più vivida se la si contestualizza alla società coeva. «Non c’è tempo» è un concetto che allora non esiste, se non nella selva oscura degli interstizi della nostra mente. Ma la poesia, la lettura, l’arte, possono liberare il nostro sentiero da ansie e paure. Ascoltiamo le parole sul nostro sentiero e godiamo del nostro tempo, aspettando il cambiamento senza timore, perché citando il filosofo francese Gaston Bachelard, «la casa dell’avvenire talvolta è più solida, più chiara, più vasta di tutte le case del passato»[4]

Sorseggio l’ultima goccia di ginja e penso che il liquore all’amarena non fa per me. Alzo lo sguardo e mi accorgo di essere da solo al tavolo. La mia ragazza è qualche metro più in là, già in strada, con la cartina in mano: «Dai che dobbiamo visitare l’Alfama e salire al Castello di Sao Jorge, sbrigati che non c’è tempo!». Forse per vedere Lisbona in 3 giorni davvero non c’è tempo. Corro.

  • Stefano Vecellio, 1 settembre 2025

[1] F. Pessoa, Oltre da Un’affollata solitudine. Poesie eteronime, Rizzoli, 2012.

[2] M. Proust, Dalla parte di Swan in Alla ricerca del tempo perduto, Mondadori, 2014.

[3] A. Green, La lettera e la morte. Le parole nella giungla, Alpes, 2024.

[4] G. Bachelard, La poetica dello spazio, Feltrinelli, 2024.

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