Tre poesie da Anedonia (o i piaceri scomparsi) di Pietro Edoardo Mallegni

Dietro l’aorta, tra bronchioli neri di tabacco

e interne storture della mia schiena,

c’è un lazzaretto, pieno di giorni peggiori,

crudeli voci e i baci rifiutati delle sconosciute,

vuoto, come le terre dove, si dice, nascano

le nuove democrazie fatte di gente distrutta.

 

Nel mio incustodito lazzaretto transita un treno,

porta insieme grazie e sconsolati prigionieri,

un capriccio: tirare solo sassi ai vagoni che passano.

Ho trovato l’aorta sbranata da una tigre e una lettera,

e ho sentito l’assurdità dell’uso della singola notte,

rimangono solo scomparse e sciroppo per la tosse,

qualche possibile che alla fine è un costante fastidio.

 

Nel mio lazzaretto ho chiuso vari me stesso,

ed ogni giorno gli tiro i sassi, uno stupido bambino.


C’è un lessico turchese che non riesco

a cogliere, tra capanne di curcuma,

ogni giorno mi invita a un’infanzia

mentre riporto morti bambini

e affronto un lutto bucaneve

tra suoni di aerei, magrezze e voci

che non ce la fanno più.

 

Ho respirato l’adesso e la sua vera età,

che non inizia da Cristo ma da te e me,

e collega l’oppio nero dei figli

alle catene violacee dei papaveri dei padri.

 

Brucio del cirmolo sulla fronte abbronzata,

per profumare le perdite che ho tra le mani.


Adesso, il mondo ha consumato la magia che era in me,

spaccato, trito di mannaia sul tavolo, agnello tra i macellai

ragiono da ruggine di betoniere e caldaie dismesse,

fuso nel cemento di ogni casa che vedo, abbandonato

tra le strade e verdi ponti di muschio e dimenticanza.

 

Un taglio a me sconosciuto, sembra che alla rovina

siano necessari infiniti laureati ingegneri per capire

le grigie città di ossa frantumate che si ergono in me,

non voglio costruire castelli ariosi di luce,

ne dita di legni per curare la mia calligrafia

o decori di prosciugate edere sul mio viso,

 

voglio essere divorato dalla muffa, odorare di bieta

e raperonzoli e su tutto me germogliare solo erbe selvatiche.

Niente foglie tonde o carezzevoli profumi di piante,

ma soli rovi di more, luppoli e asparagi pungenti,

niente dolore ruffiano del vostro mondo levigato,

ma solo anosmia e ageusia dei vostri lessici.


La poesia di Pietro Edoardo Mallegni, così come ci si mostra in alcuni estratti da Anedonia (o dei piaceri scomparsi) (NeroLatte Edizioni, 2025) e che oggi ospitiamo sulla Radura, è una di quelle che aggrappa e si aggrappa ai sensi con forza tattile, olfattiva e uditiva per costruire con una certa vividezza il proprio verso all’interno del quale, successivamente, riversare il racconto di sé nel mondo. Non è un caso, infatti, che tutto all’interno dei testi di Mallegni ruoti attorno alla percezione bruciante, urticante dello stare-tra-le-cose, in una tensione continua tra quelle attese, desiderate e quelle estranee, rigettate dal corpo stesso che sembra si trovi costretto a farsi da quelle tritare, tagliare e consumare nella lotta che l’io dichiara a priori al resto: una lotta costruita sul suo canto.

In questo sentiero che si costruisce nei versi emerge, senz’altro, una caratteristica interessante offerta dall’autore: la tensione col e nel mondo non si innesta sull’aspirazione a comprenderne le cose, adattarsi ai suoi flussi e alle sue coordinate già definite (da altri) quanto, semmai, esattamente il contrario. È, infatti, in quel trito dell’io che resta sul tavolo – dissezionato da ciò che sta fuori e che squadra e misura nel taglio freddo dell’occhio – che la voce stessa aspira, invece e meglio, alla perdita totale delle capacità sensoriali proprie di un luogo che traspira, nella sua perfezione superficiale, la menzogna di fondo delle cose improprie ed espropriate. In tal senso, allora, l’io ha un cammino ben definito da percorrere per come viene immesso dalle parole dell’autore medesimo: accettare il proprio dilaniamento, il proprio sacrificio sull’altare delle cose per poter – ora con la calma di chi ha sciolto la propria forma dal resto – a fondo fondersi appieno nel mondo che (davvero) odora, colora e tocca i sensi (re)infusi in esso. Non è un atto di resa alle cose ma un’aspirazione, dentro di esse, a una loro comunione in cui ritrovarsi. È nel momento in cui i muscoli della gola si sfaldano tra i miceti che le crescono sopra che la voce può dirsi, infine, propria nel proprio ritorno.

  • Paolo Andrea Pasquetti, 27 agosto 2025

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