Tre poesie di Luigi Pellegrino

Se il vino è sangue di Dio

 

la morte del vecchio 

passò sul mio corpo 

come un notturno 

nelle pance dei gigli 

 

se il vino è sangue di Dio 

bisogna ucciderlo per averne ancora 

bestemmiava all’amico prete 

per tirare indietro il loro tempo 

 

e il vento indossava i limoni 

come orecchini, si svestiva 

delle nostre ombre, 

tra le vigne coscienti 

 

la campagna del vecchio, 

il solo regno conosciuto

i pomodori, baci di un fuoco 

che lavava i nostri piedi, 

i fieni, merli

di castelli teneri 

 

osservava il vecchio 

seduto sulla sedia di vimini, 

lo spettacolo caotico

del candore

 

arrivava l’ora del nascondino 

il vecchio, come un Dio ubriaco, 

mi sussurrava dove nascondermi 

una confessione al peccato, 

una preghiera al vizio 

 

all’angolo della banderuola, 

nel ventre della trebbiatura 

 

poi arrivarono dei gendarmi 

come grandine che sputa sul raccolto 

e il vecchio si mise dietro la vita 

senza mai più uscire


il fiume ti verrà a cercare, alba

non è il mare che aspetta come una

figlia sposa il martirio della stirpe

lettera che condanna è il fiume

 

berranno i lupi sulla nostra testa

la politica degli olmi alla riva

ci proibirà alle piene severe

pene gracili degli amanti in fiamme

 

e tra le sponde del nemico viene

a galla un elmo è la cavalcata

della morte che bacia il nostro giorno

tutto scorre allo scorrere di tutto


Vinili dispersi al confine

della finestra diafana.

L’alba è una mano troppo

grande per resistere ancora.

 

Si è spogliata la notte furiosa

come l’Orlando che vestì

il suo brando col fango

 

ora gli amanti dormono sicuri

dopo il tumulto dei cuori

 Il pane viene al mondo,

inconsapevole profeta.

Il suo verbo, ancor più del poeta,

sfama gli uomini semplici.

 

La ramazza, sul marciapiede,

inizia il suo assolo inconfondibile

la canzone di David, antico re,

stride al pattume del mondo.

 

Il giorno inizia così, imparando

che non c’è nulla

di veramente mio


A volte, quando si sceglie più o meno consapevolmente di porsi nella parola del verso può accadere di scegliere ancora e, conseguentemente, di assumere una particolare postura rispetto a quella media dell’io che siamo soliti trovare sulla pagina impressa. In tal senso, nelle poesie che oggi ospitiamo sulla Radura di Luigi Pellegrino, quella postura ha la caratteristica abbastanza evidente di chi sceglie di porsi, tra il seduto e rannicchiato, sulla riva del fiume delle cose che scorrono, per osservarle e cantarle meglio proprio perché a priori nasce ogni volta nella voce la consapevolezza di un non-possesso grazie al quale, tuttavia, si può stare-nel-mondo con l’attenzione giusta per cogliere e cogliersi, narrare immagini e storie nel canto. È un consapevolezza quella di Pellegrino, dicevo, aprioristica e che proprio per questo non è assolutamente banale: spesso l’io lirico è il principale elemento di barriera, quella membrana vischiosa nella quale si impiglia sovente la parola che esce dall’interno e si confonde confondendo anche il resto in un fraintendimento costante, un misunderstanding che, inevitabilmente, fa sempre parte del linguaggio.

Pellegrino però riesce a porsi fuori e proprio per questo dentro le cose: il risultato è il getto lirico di immagini narranti sugli occhi del lettore, vive e vivissime grazie al loro essere lasciate scorrere nella corrente sotto i propri piedi che penzolano lenti al ritmo del corso della terra. È una riuscita felice che non si arresta, anzi assorbe e rende più validi anche i riferimenti alla tradizione letteraria, agli archetipi inconsci che, appunto, si legano bene insieme al narrato scorrendo nello stesso fluido indistinto ma che la parola-non-possedente dell’io sa illuminare dando contorni per chi andrà, poi, a osservarle attraverso il filtro dell’alfabeto, della parola distinta. Il poeta sceglie – nella maniera un po’ orfica, un po’ moderna – di lasciare il suo corpo nel mondo affinché “subisca” ogni cosa: sussurri sulla sua pelle, passaggi sulle sue ossa. Dopo il canto, allora, il giorno può rincominciare in un nuovo modo: quello più proprio, proprio perché a suo tempo non posseduto ma custodito di lato.

  • Paolo Andrea Pasquetti, 3 settembre 2025

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