Se il vino è sangue di Dio
la morte del vecchio
passò sul mio corpo
come un notturno
nelle pance dei gigli
se il vino è sangue di Dio
bisogna ucciderlo per averne ancora
bestemmiava all’amico prete
per tirare indietro il loro tempo
e il vento indossava i limoni
come orecchini, si svestiva
delle nostre ombre,
tra le vigne coscienti
la campagna del vecchio,
il solo regno conosciuto
i pomodori, baci di un fuoco
che lavava i nostri piedi,
i fieni, merli
di castelli teneri
osservava il vecchio
seduto sulla sedia di vimini,
lo spettacolo caotico
del candore
arrivava l’ora del nascondino
il vecchio, come un Dio ubriaco,
mi sussurrava dove nascondermi
una confessione al peccato,
una preghiera al vizio
all’angolo della banderuola,
nel ventre della trebbiatura
poi arrivarono dei gendarmi
come grandine che sputa sul raccolto
e il vecchio si mise dietro la vita
senza mai più uscire
il fiume ti verrà a cercare, alba
non è il mare che aspetta come una
figlia sposa il martirio della stirpe
lettera che condanna è il fiume
berranno i lupi sulla nostra testa
la politica degli olmi alla riva
ci proibirà alle piene severe
pene gracili degli amanti in fiamme
e tra le sponde del nemico viene
a galla un elmo è la cavalcata
della morte che bacia il nostro giorno
tutto scorre allo scorrere di tutto
Vinili dispersi al confine
della finestra diafana.
L’alba è una mano troppo
grande per resistere ancora.
Si è spogliata la notte furiosa
come l’Orlando che vestì
il suo brando col fango
ora gli amanti dormono sicuri
dopo il tumulto dei cuori
Il pane viene al mondo,
inconsapevole profeta.
Il suo verbo, ancor più del poeta,
sfama gli uomini semplici.
La ramazza, sul marciapiede,
inizia il suo assolo inconfondibile
la canzone di David, antico re,
stride al pattume del mondo.
Il giorno inizia così, imparando
che non c’è nulla
di veramente mio
A volte, quando si sceglie più o meno consapevolmente di porsi nella parola del verso può accadere di scegliere ancora e, conseguentemente, di assumere una particolare postura rispetto a quella media dell’io che siamo soliti trovare sulla pagina impressa. In tal senso, nelle poesie che oggi ospitiamo sulla Radura di Luigi Pellegrino, quella postura ha la caratteristica abbastanza evidente di chi sceglie di porsi, tra il seduto e rannicchiato, sulla riva del fiume delle cose che scorrono, per osservarle e cantarle meglio proprio perché a priori nasce ogni volta nella voce la consapevolezza di un non-possesso grazie al quale, tuttavia, si può stare-nel-mondo con l’attenzione giusta per cogliere e cogliersi, narrare immagini e storie nel canto. È un consapevolezza quella di Pellegrino, dicevo, aprioristica e che proprio per questo non è assolutamente banale: spesso l’io lirico è il principale elemento di barriera, quella membrana vischiosa nella quale si impiglia sovente la parola che esce dall’interno e si confonde confondendo anche il resto in un fraintendimento costante, un misunderstanding che, inevitabilmente, fa sempre parte del linguaggio.
Pellegrino però riesce a porsi fuori e proprio per questo dentro le cose: il risultato è il getto lirico di immagini narranti sugli occhi del lettore, vive e vivissime grazie al loro essere lasciate scorrere nella corrente sotto i propri piedi che penzolano lenti al ritmo del corso della terra. È una riuscita felice che non si arresta, anzi assorbe e rende più validi anche i riferimenti alla tradizione letteraria, agli archetipi inconsci che, appunto, si legano bene insieme al narrato scorrendo nello stesso fluido indistinto ma che la parola-non-possedente dell’io sa illuminare dando contorni per chi andrà, poi, a osservarle attraverso il filtro dell’alfabeto, della parola distinta. Il poeta sceglie – nella maniera un po’ orfica, un po’ moderna – di lasciare il suo corpo nel mondo affinché “subisca” ogni cosa: sussurri sulla sua pelle, passaggi sulle sue ossa. Dopo il canto, allora, il giorno può rincominciare in un nuovo modo: quello più proprio, proprio perché a suo tempo non posseduto ma custodito di lato.
- Paolo Andrea Pasquetti, 3 settembre 2025