Alba rossa, o vento o giozza
galleggia nel fuoco la laguna
sui marmi i ricordi si frantumano
la pelle trova sollievo al buio
continua a bruciare al sole
cerco quegli occhi nei visi mascherati
mentre il vuoto pulsa nelle vene
e l’abisso mi sorride voluttuoso
alla stazione corre uno zaino
sembra il suo quello bordeaux
è un lampo un battito
un breve varco nel tempo
un salto in un cerchio di fumo
inseguo tra la folla la mia follia
corro il fiato si spezza
la sagoma scatta subito via
e svanisce silenziosa tra i passi
riprendo il cammino
con il suo cuore in tasca
e i pensieri che annegano nel mare
coperti dalla tenue scia di una gondola
è stata luce attesa che freme
la grazia che vizia
la magia che mai sazia
ma poi alla sera mestizia e tristizia
ora è vento che tace
Alba
le labbra sfiorano il bordo
della tazza rossa bollente
il suo fiato caldo mi bacia
e gioca come una bimba
appannandomi gli occhiali
è il suo buondì
osservo assonnato
il vapore danzare lento
scorrere con garbo
sfaldarsi informe
tenue tremula bruma che vagando
imita la mente intorpidita
ed evoca l’eco
di un pensiero che non torna
forse perché devo destarmi
ma sento di voler dire
qualcosa che ho perso
è come un’ombra che indugia
con passo esitante sulla porta
rossa anche quella
fisso per un po’ un punto nel vuoto
il nescafé si sta raffreddando
il velo acqueo si dirada
assaporo gli ultimi sorsi
osservo l’immagine sul fondo
e la trovo indecifrabile
la luce si affaccia
bussando piano sui vetri
prima di stendersi sul tavolo
e illuminare
le briciole di ieri sera
il tempo si piega
ma il giorno
seppur senza fretta
senza scuse
s’incammina comunque
prima di me
Immersioni
Nella mia tazza rossa
si tuffa assonnato il cucchiaino:
un pesciolino argenteo
che nuota in latte e caffè.
Lo sollevo, lo osservo,
bevo, lo reimmergo
e con movimenti rotatori
lo mando all’esplorazione del fondale,
alla ricerca di pietre di zucchero
che scompaiono rapide.
Traccio spirali lente:
vortici minimi
che durano poco,
prima del ritorno della bonaccia.
Finisco così la colazione,
mentre il mattino mi mostra
la legge dei corpi:
ogni cosa muta,
ogni cosa gravita,
ogni cosa affonda.
La parola diventa l’atto di immersione tra le cose nel mondo, un setaccio attraverso il quale raccogliere e ricalcare gesti, impressioni cromatiche e sensoriali da trattenere per sé nella quotidianità in cerca, forse, di una legge fisica o lemmatica che offra all’io che si distende dentro di essa una garanzia per proseguire il suo esserci in quel determinato spazio, in quel delineato luogo. In tal senso, gli inediti di Jacopo Pignatiello che oggi ospitiamo con piacere all’interno della Radura offrono senz’altro l’idea, l’esempio di una poesia costruita vigorosamente sui gesti, sulle posture del corpo che a suo volta si lascia imprimere dalla parola che lo descrive. Proprio per questo la sintassi procede a scatti – come quelli di un obbiettivo fotografico – per catturare ogni singolo frame della scena distesa sullo spazio della pagina: il verso si piega a una lunghezza compressa in precisi battiti dati tanto da una punteggiatura ripetente e ripetitiva quanto dall’assenza della stessa riuscendo comunque ad ottenere, da un componimento all’altro, il medesimo risultato sincopato di una corsa agganciata al colore del ricordo o del sorso caldo inacidito dalle ansie del tempo.
Immergersi, dunque, nelle cose per ricavarne una cornice che tenga al quotidiano. In questo modo è proprio l’inserimento puntuale, centellinato di cose quotidiane, appunto (il nescafé, il cucchiaino etc.), a catapultare il lettore direttamente dietro la cinepresa del set narrativo dell’io che sceglie, senza remore, di narrarsi a chi voglia offrire il suo sguardo. In questo movimento doppio, l’io davanti alla camera (e cosciente della stessa) decide di riproporsi ogni volta in una sorta di operazione di scavo, di raccolta di ciò che rimane sul fondo dello spazio che abita ogni giorno in un tentativo perennemente frustrato di decifrarlo: il verso e la parola che lo contiene diviene quel lavoro di (auto)esegesi del quotidiano, ai limiti della divinazione dei segni, degli oggetti e dei colori che lo compongono in cerca non tanto di una crepa, una stortura tra questi quanto, semmai, proprio nella loro ripetitività, nell’iterazione della memoria e dei gesti medesimi quella stessa formula che possa offrire loro – e al sé che le vive – una sorta di assoluzione, di legge superiore che giustifichi la loro stessa esistenza a quel modo. Così, il racconto sciolto tra i versi assume il ruolo di saper (un giorno) leggere le cose, trovare un filo che le tenga assieme per ricavarsi un solco stabile tra mondo e canto.
- Paolo Andrea Pasquetti, 28 maggio 2025