Tre inediti di Jacopo Pignatiello

Alba rossa, o vento o giozza

 

galleggia nel fuoco la laguna

sui marmi i ricordi si frantumano

la pelle trova sollievo al buio

continua a bruciare al sole

 

cerco quegli occhi nei visi mascherati

mentre il vuoto pulsa nelle vene

e l’abisso mi sorride voluttuoso

 

alla stazione corre uno zaino

sembra il suo quello bordeaux

è un lampo un battito

un breve varco nel tempo

un salto in un cerchio di fumo

inseguo tra la folla la mia follia

corro il fiato si spezza

la sagoma scatta subito via

e svanisce silenziosa tra i passi

 

riprendo il cammino

con il suo cuore in tasca

e i pensieri che annegano nel mare

coperti dalla tenue scia di una gondola

 

è stata luce attesa che freme

la grazia che vizia

la magia che mai sazia

ma poi alla sera mestizia e tristizia

 

ora è vento che tace


Alba

 

le labbra sfiorano il bordo

della tazza rossa bollente

il suo fiato caldo mi bacia

e gioca come una bimba

appannandomi gli occhiali

è il suo buondì

 

osservo assonnato

il vapore danzare lento

scorrere con garbo

sfaldarsi informe

tenue tremula bruma che vagando

imita la mente intorpidita

ed evoca l’eco

di un pensiero che non torna

 

forse perché devo destarmi

ma sento di voler dire

qualcosa che ho perso

è come un’ombra che indugia

con passo esitante sulla porta

rossa anche quella

 

fisso per un po’ un punto nel vuoto

il nescafé si sta raffreddando

il velo acqueo si dirada

assaporo gli ultimi sorsi

osservo l’immagine sul fondo

e la trovo indecifrabile

 

la luce si affaccia

bussando piano sui vetri

prima di stendersi sul tavolo

e illuminare

le briciole di ieri sera

 

il tempo si piega

ma il giorno

seppur senza fretta

senza scuse

s’incammina comunque

prima di me


Immersioni

 

Nella mia tazza rossa

si tuffa assonnato il cucchiaino:

un pesciolino argenteo

che nuota in latte e caffè.

 

Lo sollevo, lo osservo,

bevo, lo reimmergo

e con movimenti rotatori

lo mando all’esplorazione del fondale,

alla ricerca di pietre di zucchero

che scompaiono rapide.

Traccio spirali lente:

vortici minimi

che durano poco,

prima del ritorno della bonaccia.

 

Finisco così la colazione,

mentre il mattino mi mostra

la legge dei corpi:

ogni cosa muta,

ogni cosa gravita,

ogni cosa affonda.


La parola diventa l’atto di immersione tra le cose nel mondo, un setaccio attraverso il quale raccogliere e ricalcare gesti, impressioni cromatiche e sensoriali da trattenere per sé nella quotidianità in cerca, forse, di una legge fisica o lemmatica che offra all’io che si distende dentro di essa una garanzia per proseguire il suo esserci in quel determinato spazio, in quel delineato luogo. In tal senso, gli inediti di Jacopo Pignatiello che oggi ospitiamo con piacere all’interno della Radura offrono senz’altro l’idea, l’esempio di una poesia costruita vigorosamente sui gesti, sulle posture del corpo che a suo volta si lascia imprimere dalla parola che lo descrive. Proprio per questo la sintassi procede a scatti – come quelli di un obbiettivo fotografico – per catturare ogni singolo frame della scena distesa sullo spazio della pagina: il verso si piega a una lunghezza compressa in precisi battiti dati tanto da una punteggiatura ripetente e ripetitiva quanto dall’assenza della stessa riuscendo comunque ad ottenere, da un componimento all’altro, il medesimo risultato sincopato di una corsa agganciata al colore del ricordo o del sorso caldo inacidito dalle ansie del tempo.

Immergersi, dunque, nelle cose per ricavarne una cornice che tenga al quotidiano. In questo modo è proprio l’inserimento puntuale, centellinato di cose quotidiane, appunto (il nescafé, il cucchiaino etc.), a catapultare il lettore direttamente dietro la cinepresa del set narrativo dell’io che sceglie, senza remore, di narrarsi a chi voglia offrire il suo sguardo. In questo movimento doppio, l’io davanti alla camera (e cosciente della stessa) decide di riproporsi ogni volta in una sorta di operazione di scavo, di raccolta di ciò che rimane sul fondo dello spazio che abita ogni giorno in un tentativo perennemente frustrato di decifrarlo: il verso e la parola che lo contiene diviene quel lavoro di (auto)esegesi del quotidiano, ai limiti della divinazione dei segni, degli oggetti e dei colori che lo compongono in cerca non tanto di una crepa, una stortura tra questi quanto, semmai, proprio nella loro ripetitività, nell’iterazione della memoria e dei gesti medesimi quella stessa formula che possa offrire loro – e al sé che le vive – una sorta di assoluzione, di legge superiore che giustifichi la loro stessa esistenza a quel modo. Così, il racconto sciolto tra i versi assume il ruolo di saper (un giorno) leggere le cose, trovare un filo che le tenga assieme per ricavarsi un solco stabile tra mondo e canto.

  • Paolo Andrea Pasquetti, 28 maggio 2025

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