Allarme
È trascorso questo mondo disadorno,
su cavalloni che s’infrangono al pensiero,
severo come un cerchio di mattanza,
sto aspettando come un’onda il tuo ritorno.
Parola meridiana
Rimetti a posto le tue lacrime,
sipario sul respiro della sera.
Una parola meridiana di troppo
insieme alla terra infuocata che singhiozza,
un’altra alba non spunta.
Pomeriggi afosi scordati in fila indiana,
oscurità, tremano giorni nel sangue,
il ventre gravido ribolle.
Uno stormo cristallino si perde,
nella pioggia disperata di domani.
Prisma
Con barbari inneschi danzeremo,
tra gli spicchi di un sole liminale.
Non si può non notare, leggendo i testi di Stefano Tarquini tratti dalla sua raccolta Cucina vigliacca – ricette per rimanere in vita (Affiori – Giulio Perrone Editore, 2024) e che oggi ospitiamo qui sulla Radura, il background da musicista dell’autore – impegnato da anni come voce del gruppo Palkosceniko al Neon – che continuamente si allaccia alla penna che scrive sullo spazio bianco della pagina, tra un verso e l’altro. La sensazione, infatti – e in poesia questi sono casi assai fortunati – è proprio quella di un’aderenza stretta, circolare del metro allo spartito che suona sugli occhi di chi legge, a un’intonazione di un brano che ronza intermittente nella testa, intervallandosi alle immagini del racconto poetico stesso. E non è solo e tanto (certamente) la coerenza sillabica dei versi, i ganci di rime ed assonanze a rinforzare nel testo la sua musicalità, quanto semmai (e in più) il modo in cui l’io che canta decide di raccontare le immagini del mondo che vive e attraversa di continuo nel proprio tempo quotidiano.
C’è, infatti, un vero e proprio susseguirsi di immagini che scorrono una dietro l’altra sulle rotaie del verso: ognuna con una sua partitura cromatica, visiva, riconoscibile e a sé stante e allo stesso tempo collegate insieme sull’unico binario sonoro sul quale viaggia la medesima narrazione poetica. In modo assolutamente non banale ogni immagine, appunto, ogni sprazzo-fotogramma che l’autore incastra ritmicamente riesce a realizzarsi all’interno di uno spazio breve, se non brevissimo: non il gruppo di versi ma all’interno del singolo verso stesso, ognuno (o quasi) separati l’uno dall’altro dal segno di punteggiatura che interviene puntualmente a dettare il tempo, lo spartito lessicale da seguire. Così, l’impressione visiva da una parte è quella di una pellicola cinematografica che si srotola e si riavvolge di continuo, di fronte allo sguardo e alla mente con immagini cromaticamente e scenicamente vividissime, grazie anche al continuo interscambio tra sostantivo e aggettivo che l’autore ogni volta utilizza. Dall’altra, su un piano ancora melodico, ne consegue un ritmo quasi sincopato ma coerente, che rimbalza da virgola a virgola, punto a punto per raccontare e cantare tra una croma e una semicroma lemmatica uno stare nel mondo tra le cose, il tempo che scorre e avvolge chi ci si trova dentro insieme agli altri che ama e, sempre insieme, tenta un resistere costante ad ogni ora del giorno. Il racconto del verso di Tarquini, allora, è uno spartito che narra una danza ora un po’ scossa, ora un po’ stabile all’interno del quotidiano tra la luce e il buio, tra le lacrime e i sorrisi in un momento – che è quello del canto, quello della poesia – dove tutto si fonde in un unico corpo, un unico suono che ancora, forse, fa pensare a un ritorno dove riconoscersi insieme all’altro che, accanto, cammina sul nostro sentiero.
- Paolo Andrea Pasquetti, 5 marzo 2025