Tre poesie da Qualcosa resiste di Naomi Simeoli

Cosa indugi? Vedi, ci aggiriamo

come randagi tra residui di sogni

in frenetici via vai quotidiani.

 

Per chi non progetti il tuo domani?

Ti cerca ciò che ami

seppur proceda con necessari inceppi.

 

Saremmo noi studiati dagli antichi;

trovati dal fungo: scova tra i ceppi;

noi decifrati con cura dai papiri.


Meglio sentirsi altrove e oltre

le soglie della lingua dei giudizi,

dell’ossessione tua di definirci

e dare nome ai baci e rìdici

se per me somigliano a radici

o a vertigini d’acqua, qualcosa

che piove e si insinua ovunque.


Bruciati i dizionari,

i desideri vagano impazziti

in regni senza nomi;

sussultano gli occhi

come il mare di settembre,

già pronto alle tempeste,

alle pretese di arie più fredde.

Ma qualcosa gli promette

che fioriranno le ginestre,

tu impara a resistere.


C’è senz’altro un riallaccio, un dialogo sincronizzato nel tempo dal davanti verso l’indietro e viceversa nei versi di Naomi Simeoli, tratti dalla sua raccolta Qualcosa resiste (De Frede Editore, 2024) che oggi ospitiamo sulla Radura. Il racconto poetico che, infatti, si delinea nei componimenti è quello di un tentativo non tanto definirsi al modo degli altri, quanto semmai di dare una forma vera – e proprio per questo flessibile, malleabile ai propri luoghi –  a sé stessi e alle cose del mondo in un canto, con delle parole che abbiano un significato pieno per l’io che le produce, che le performa nel momento stesso in cui le raccoglie nel suo itinerario fatto di residui, sogni sbiaditi e frammenti incrostati sull’inchiostro delle carte. Le performa perché, ineludibilmente, l’autrice tenta con cura di incidere nel verso un ritmo, un andamento melodico che possa, appunto, essere cantato con precisione e premura: lo fa nell’alternanza di rime e assonanze e in una coerenza sillabica generale dei versi stessi che, in qualche modo, riflettono un movimento sincrono – sul piano tematico – di allaccio, appunto, e dialogo con una tradizione che è però al tempo stesso attiva e legge su una linea temporale tutta sua – che è quella dello spazio creato dal singolo componimento poetico –  il canto dell’io che le canta per primo.

Proprio per questo, la peculiarità dei versi dell’autrice sta nel saper rileggere in un contenitore, in un’orma tutta contemporanea (a partire dall’impianto ritmico stesso che rientra anche in quello della poesia performativa, del poetry slam) elementi, tematiche e lemmi di una tradizione poetica precedente conosciuta e proprio per questo ricercata. E questo avviene non solo, appunto, nell’incasellamento di termini, verbi e avverbi maggiormente elevati rispetto al linguaggio più quotidiano all’interno del quale sono distribuiti quanto, ancora, nel rimando ad immagini definite e specifiche di quel passato, di quella stessa tradizione con la quale dialogare non però (come detto) per darsi davvero dei contorni stabili da abitare ma, al contrario, un solco, un’orma, certo, in cui resistere al mondo per sé stessi. E non a caso emerge dal terreno dei versi l’immagine tutta leopardiana – e fortemente sentita dalla voce dell’io che la canta – della ginestra che una volta ha resistito e ora, tra le guaine del tempo, si lega ancora nelle parole di un altro sguardo che le osserva per mostrare un solco, appunto, nel quale farsi luogo e durare tra le forme.

  • Paolo Andrea Pasquetti, 12 marzo 2025

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