Il Canto di Antonia Pozzi – verso un Amore che afferra le radici

Se potendo segretamente assistere al Sogno della nostra ultima sera ci scoprissimo come «un cercatore d’oro, / che va, che va per un’ignota landa / e mai non trova, / mai non trova il suo oro»[1], che guardandosi intorno si accorge che poca acqua stagna tra i giunchi e che – eppure – quell’acqua a nulla gli servirebbe se è il pane, qualcosa di «fermo»[2] e buono a mancare più di ogni altra cosa – allora – dovremmo non sprecare quest’opportunità rivelatrice.

Se sempre in questa visione profetica avessimo con noi solamente un sacco donatoci da un nostro caro e, scorgendo le nostre dita disperate rovistarci dentro, ci accorgessimo che «grani leggeri»[3] di pane ora le ricoprono e se – ancora – comprendessimo che quelle briciole bianche fossero il frutto del «povero pianto»[4] di quella persona amata versato per noi in quell’ultima sera, dunque, riusciremmo a percepire che l’Amore è più potente della morte, che quel sentimento persiste lievitando sulla terra, rilasciando altra sostanza e altra farina e continuando a salvarci persino quando il sonno eterno preme «con mani grigie»[5] il nostro capo.


Ecco – viandanti – io sono pienamente persuasa che se durante l’intero corso della nostra vita anche solo sfiorassimo quell’Amore che conosce «il nome d’ogni fiore / che fiorirà»[6], che avverte quell’ «esiguo mondo / d’erba e di terra»[7], che entra in uno stato di comunione con le cose e con il primordiale non potremmo credere che l’ordinaria fine del giorno, degli ultimi nodi sfatti e dell’esistenza abbia la forza e il consenso universale di spezzarlo, di concluderlo come fa con la materia negandogli di divenire altra carne, altro passaggio e altro scambio.

E, dunque, stringendo al proprio petto una devozione così viva che spinge le sue radici «nel grembo di un monte»[8], che conserva «un sepolto segreto / di origini»[9] come si può presumere di non aver trovato quell’Oro? Esso si fonde ad ogni passo di chi ci è passato accanto, ad ogni pensiero di chi ci ha amato, ad ogni grido di campana.


Il mio pensiero, allora, inevitabilmente viaggia raggiungendo colei che con la Poesia si sedeva su una panca lasciando che «le cose sorelle»[10] parlassero tra di loro, che come spighe di luce si raccogliessero in un fascio invisibile sprigionando nel vento la propria verità: Antonia Pozzi che quel Sogno dell’ultima sera lo aveva attraversato con tutta quella sua «magrezza acerba / inguainata in un color d’avorio»[11], che con le sue parole aveva percorso quel freddo terreno incolto convincendosi di non esser stata in grado di recuperare quell’Oro – indiscutibilmente – è la testimonianza che quell’Amore che discende con «ginocchia avide al balzo»[12], che con una «forza ignota e vergine»[13] penetra nell’elemento sacro di ciascun principio vitale non può essere sradicato perché – ancora oggi – quel suo «tenue fiato di bianco»[14] ci scuote il respiro e ci accompagna verso la nostra personale Radura.

Quest’Amore che ha nelle proprie mani tutto «il mistero dell’essere»[15] – ora – l’osservo scavare con cura nella sua stessa sorgente come se, in qualche modo, volesse lasciare lungo il suo intero tragitto la prova di una legittimità verso quell’aspirazione di ricerca: ebbene, dalla terra spuntano pian piano – ma inarrestabilmente – radici salde e antichissime che avvalorano l’esistenza di una vicinanza tra la natura etimologica della parola amore e la sua fedele missione di scoperta e rivelazione.

Allora, sul suolo si formano dei disegni ancestrali di origine indoeuropea che sussurrano di afferrare, segni che – però – poi si distendono abbracciando altri floridi germogli appartenenti sempre alla medesima famiglia che esprimono giuramento.

Difatti, in questa volontà da parte dell’Amore di acciuffare e di estendere il proprio braccio interviene quel meccanismo che – allo stesso modo – controlla anche la postura del suo corpo, quel suo atteggiamento di devozione e sbilanciamento nel momento in cui si impegna a rispettare una promessa: ecco che quel prendere e quel giurare troverebbero la propria potenza esattamente in quella radice ama- che dichiara forza e che, inevitabilmente, si concilia perfettamente a quell’ideale di Amore primordiale che si addentra nella pienezza delle cose stringendole a sé con preghiera.


Volendo ulteriormente spingerci nella terra scovando radici meno robuste potremmo scoprire come, cari viandanti, l’etimo a-mors (senza morte) – seppure sia meno riconosciuto – regga religiosamente il velo a quell’Amore bianco che varca le grandi porte della Chiesa, che si confessa con i palmi aperti, che afferra l’ostia consacrata per giurarle nella sua bocca altra vita. 

Antonia – allora – che con la sua «voce»[16] color «dell’acqua»[17] evocava l’anima delle cose, che desiderava che esse con il loro nome, con la loro storia e con il loro dolore le si raccogliessero intorno come bimbe in attesa di una carezza, che sempre indossava quel velo quando issava il suo «corpo molle»[18] sulla pietra per poter lasciar andare nelle «nere, / profonde crepe»[19] della roccia tutto il suo pianto divenuto pane in nessun modo può – di conseguenza – essere allontanata da quell’Oro, da quell’Amore che crea e trasforma e che è celestialmente più potente della morte.

In tutti quei momenti teneramente umani in cui avanza il timore di una fine, dunque, è l’essere a conoscenza di un Amore autentico che ha autorità su se stesso e il saper di riuscire a provarlo a far levare quelle «colombe sull’altana»[20] poiché in quel tremore «per troppa vita»[21] che vi è nel sangue si racchiude in un modo esageratamente necessario un’esigenza assoluta di ricerca: così, indossare quell’anello nuziale e atavico significherebbe avvicinarsi sempre un pò di più all’Unità di tutte le cose, attraversarle permettendo che «nervi e carne, / pazzi di forza»[22] vengano assecondati nel loro desiderio di divenire anima, di superare la vita ma per entrarci dentro, per far ritorno al primo Canto, al primo frutto cresciuto sulla terra.

E se Antonia con il suo tocco delicato si preoccupava di poter sciupare le cose del mondo circostante, in realtà, ha lasciato su di esse delle impronte che ci guidano verso quella luce in cui lei stessa per prima si sdraiò denudandosi affinché «il morente dio s’abbeverasse»[23] del suo sangue: ecco che – allora – in quello scambio così primordiale, in quelle vene che si svuotano la morte s’innalza per rilasciare la nudità del principio ma – al tempo stesso – sacralmente si piega alla completezza rievocata, a quell’Uno che sancisce solennemente l’eternità di quell’Amore febbrile che illumina il sentiero.


Seguendo questa scia di pensieri così «frementi ancora di carezze d’oro»[24] mi sembra davvero – dunque – di poter scorgere il suo passo tra le zolle, di poter vedere «fiorire / i gerani e la zàgara selvaggia»[25] in quel suo Sogno dell’ultima sera, intorno al suo corpo disteso sul prato dinanzi all’abbazia di Chiaravalle in quel gelido dicembre del 1938: e – ora – che tra le mani ho quell’Oro, ora che m’incammino per quell’«ignota landa»[26] dico a voi – viandanti – che sempre «resterà qualchecosa»[27] di noi nel nostro mondo se l’Amore che nutriamo ci trascina e ci dissemina nelle cose, ci dissoda in profondità e ci spoglia facendoci Nudi e Sangue, Fango e Polvere come da principio per prepararci ad accogliere il primissimo vagito della terra.

  • Valeria Pasquarelli, 10 febbraio 2025

[1] Antonia Pozzi, Sogno dell’ultima sera, in Poesie, Garzanti s.r.l., Milano, 2021, vv. 22-25, p. 75.

[2] Ivi, Grido, v.3, p. 86.

[3] Ivi, Sogno dell’ultima sera, v. 46, p. 76.

[4] Ibidem, v. 54.

[5] Ivi, Sogno dell’ultima sera, v. 17, p. 75.

[6] Ivi, Radici, vv. 17-18, p. 262.

[7] Ibidem, vv. 9-10.

[8] Ivi, Radici, v. 23, p. 263.

[9] Ibidem, vv. 24-25.

[10] Ivi, Largo, v. 27, p. 49.

[11] Ivi, Canto della mia nudità, vv. 4-5, p. 392.

[12] Ivi, Canto selvaggio, v. 11, p. 28.

[13] Ibidem, v. 12.

[14] Ivi, Novembre, v. 7, p. 50.

[15] Ivi, Le mani sulle piaghe, v. 25, p. 395.

[16] Ivi, Funerale senza tristezza, v. 11, p. 232.

[17] Ibidem.

[18] Ivi, Dolomiti, v.9, p. 34.

[19] Ibidem, vv. 12-13.

[20] Ivi, Sgorgo, v. 15, p. 250.

[21] Ibidem, v.1.

[22] Ivi, Alpe, vv. 11-12, p. 39.

[23] Ivi, Canto selvaggio, v. 21, p. 28.

[24] Ibidem, v. 16.

[25] Ivi, Confidare, vv.7-8, p. 241.

[26] Ivi, Sogno dell’ultima sera, v. 23, p. 75.

[27] Ivi, Novembre, v. 2, p. 50.

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