Leggo ogni giorno i silenzi che mi invii,
annuso l’intenzione che ci metti
anche se evapora, cerco nell’aria
un segno, un distico elegiaco nel vento.
Sai, conosco la potenza
delle cose lontane, la metamorfosi
che non dà scampo e trasforma
i punti interrogativi in punti fermi.
Immaginare santi
per rispetto dei grandi,
andare in processione intorno al verso,
col cero che cola il moccolo nell’ipertesto
dei tuoi rimandi, dacché mi amavi
ad oggi, i pianti
e che ne sanno i grandi,
e che ne sanno i santi.
Vien voglia di staccare la spina alle parole
più muta e vicina alle cose
senza scorza, saprei abbaiare un odore
riportare alla luce i resti sepolti
Ceci n’est pas une pipe
senza dover spiegare cos’è
e se si può fumare.
Nelle poesie di Teresa Valentina Caiati – oggi ospitate qui sulla Radura – e tratte dalla sua raccolta Togli le parentesi ( ) (Eretica Edizioni, 2024) emerge senz’altro quella dimensione tutta sua del gioco linguistico attraverso il componimento poetico stesso. La narrazione dell’io, degli altri e del mondo diviene in realtà semmai la cornice, il contesto per l’attuazione costante di una sorta di divertissement – tutt’altro, però, che scherzoso – linguistico e metrico alla ricerca delle forzature della parola poetica stessa. C’è, appunto, la volontà da parte dell’autrice di comporre un verso provocatorio tanto nell’accortezza del metro tra rime, assonanze, costruzioni circolari e non solo quanto nell’andamento, a volte, che si ripiega musicalmente in quello della filastrocca, in un andamento che tra espressioni e trovate linguistiche vivaci riesce, allo stesso tempo, ad offrire una riflessione continua non tanto – come detto – sul contesto narrativo quanto semmai sulla parola stessa.
In tal senso, l’iterazione riflessiva (e melodica) sul linguaggio si esprime poeticamente tramite immagini, metafore variegate e senz’altro vivide; anch’esse che ben si allineano nei loro frames cromatici e visuali all’andamento del verso all’interno del quale sono contenute. Così, il ragionare in versi sul verso si alterna tra richiami alla tradizione e/o citazioni più o meno velate, passando per simbologie corporee e concrete fino allo spazio audiovisivo e digitale. In questo, c’è un tentativo interessante – attraverso il componimento poetico stesso – di forzare il discorso sulla poesia e la parola all’interno della medesima forma poetica: l’io inserisce così all’interno di quel contenitore metrico immagini e giochi linguistici, rimandi simbolici ed aforismi del canto. L’idea, forse, è quella di arrivare ad una comprensione ed un uso più consapevole attraverso il quale – oltre e con lo spazio bianco della pagina – ricomprendere e riabbracciare più a fondo le cose del mondo e sé stessi.
- Paolo Andrea Pasquetti, 5 febbraio 2025