Perché sia fitto
il movimento la retina
disposta alla visione
e sincrono
lo slancio delle dita,
perché l’abbraccio sia
momento universale
occorre innanzitutto
un respiro più largo,
essere parte
dello stesso pane
dello stesso morso.
Rimani, c’è qui
abbastanza mondo
cielo larghissimo.
C’è da colmarsi
vastissimi
dentro un abbraccio, dal ventre
esplorarsi
il bene e il male, darsi
altre bocche
altra fame.
Se vai
mi farò valigia
mi farò stazione.
Invidio l’orizzonte
che si finge linea retta,
la foglia che si fa bella
in autunno
la farfalla
che non sa il suo tempo.
La mosca
che non cerca un posto
e capita per caso
dalle tue parti.
Nei suoi inediti, che oggi ospitiamo sugli spazi della Radura, Igor Giammanco senz’altro riesce a far percepire all’orecchio e allo sguardo, a una prima lettura, una costruzione del verso e del ritmo caratteristica e consapevolmente definita. L’autore, infatti, nella maggior parte del corpo del testo poetico opera per sottrazione, eliminando la punteggiatura: questo in particolar modo all’interno di uno stesso verso e preoccupandosi di porre poche ma nette pause tra un certo numero di essi e l’altro. In tal modo, ogni componimento si realizza e forma a sua volta attraverso gruppi di versi distinti ma comunque uniti tra di loro e, di conseguenza, si vengono a creare due movimenti precisi: uno melodico e uno tematico, narrativo quasi. Nel primo assistiamo a un ritmo che corre più veloce all’intero dei singoli gruppi privi di punteggiatura – anche grazie all’uso di parole per la maggior parte brevi, formate da poche sillabe – per poi assestarsi e rallentare in prossimità delle singole pause poste a separare i vari segmenti narrativi del componimento stesso: l’andamento generale, così, assume il contorno di un procedere lineare e definito, genuinamente articolato. Nel secondo, a livello tematico ogni gruppo di versi, appunto, riesce a delineare per sé stesso un’immagine, un concetto specifico che poi si aggancia e monta reciprocamente a quello degli altri spezzoni narrativi, creando infine l’intera poesia così come si offre agli occhi del lettore.
E questa narrazione procede, dunque, per incisi. Tra una pausa debole e una forte del discorso poetico, l’io ora dipinge con le parole un’immagine vivida a livello cromatico – foglia, farfalla e mosca – ora movimenti definiti e autonomi che si susseguono l’un l’altro (abbracci, respiri, distanziamenti etc.), dando luogo ad un unico movimento che procede, tuttavia, per incisi appunto, per tappe di un percorso che trova proprio nelle sue pause l’unità stessa che cerca nella parola. Così, il canto dell’io può davvero diventare un canto che aspira ad abitare più a fondo il mondo – nonostante la sua vastità – in un punto preciso e ad abitarlo con il tu che più volte ritorna e viene cercato e ricercato lì in un’immagine delle cose, qui in un movimento del corpo in ogni sua direzione e dimensione. La parola diventa, allora, il mezzo per trovarsi e ritrovarsi in un luogo, attraverso le sue immagini e i suoi tempi diversi ma che, alla fine, suonano tutti insieme nello stesso andamento del mondo.
- Paolo Andrea Pasquetti, 12 febbraio 2025