Che stare in silenzio sia dove l’essenza
dipana nel prolisso fragore
della mano connaturata.
Chiave assente le particelle
che muovono il vento
da cui provengo –
silenzio.
Le nubi stanno in ascolto, la mano corre
lungo le calde vivacità sanguinee.
Mi chiamo Notte, senza timore
di essere blasfema.
Così sta una donna all’ascolto:
mentale e solenne nello spazio.
Non c’è dimensione senza enunciato.
Va’, scoprilo! E poi ritorna a dirmelo:
hai parlato dove non pensavi di parlare?
Io sì.
Ma se mi canti,
coi tuoi denti bianchi e dritti
non posso che
poggiare al muro questo corpo.
Non afferro alcuna delle tue parole:
sei arrivata grigia e ignota
e io ti sono soltanto stata,
davanti e dietro, ombra.
E se tu mi canti – di nuovo –
altri sabati d’un anno,
io rimarrò col solo scopo
di prendere dalle tue tenebre
quei denti bianchi e dritti
che parlano a me,
la lingua più conosciuta al mondo.
Lo senti? È qui che giace il miracolo,
sulla punta degli occhi, quella disfatta al mattino.
Ti chiedi se ci sei, se stanotte sei esistita davvero.
Il miracolo sta lì,
senza di te.
E da me che ti abbraccio ronfante.
Mi piace pensarci finiti,
la possibilità di ricostruzione è il sogno
di chi danza nell’estremo incosciente:
appendersi sul nulla è l’arte viva
che non guarda i fili da cui verrà schiantata.
Tra gli spazi della Radura sempre più popolati di viandanti oggi ospitiamo tre poesie di Giusi Maria Puglia tratte dalla sua raccolta Dei ruderi (Affiori, 2024) che, a ben vedere e leggere, assomigliano nel suono e ritmo che emettono a quello dei ceppi vivi gettati sulla brace del camino: a volte versi – tanto nel senso grafico quanto in quello sonoro – rapidi e secchi e altre, invece, con sibili più lunghi d’aria che ne fuoriescono dall’interno in continua combustione. Senz’altro è la presenza costante e densa dei segni di punteggiatura che articolano il verso stesso (ad esempio) ora in domande, esclamazioni o frasi quasi assertive a dare al corpo della narrazione poetica un ritmo, appunto, ben riconoscibile e che riesce a passare con fluidità da spazi sonori più brevi, concisi, ad altri più allungati e distesi. A livello lessicale, la medesima scelta di condensare in punti distinti dei medesimi testi gruppi di parole brevi, piane rispetto ad altre zone popolate da creature lemmatiche più corpose, sdrucciole o più ricalca sempre la stessa scelta ritmica che infonde ai componimenti, più delle varie assonanze o allitterazioni, la melodia principale alla quale accordare il proprio canto intrinseco.
Un canto, appunto, che offre sé stesso nella dimensione del dialogo inseguito con la costanza della ricerca profonda che non teme di affondare le mani nel sangue interno, nell’ombra o sulle zolle più rarefatte del cielo fuori dall’io. Così, torna più volte l’azione del parlare, con un tu sempre evocato che poi diventa, allo stesso tempo, lo specchio del volto dell’io che ne riceve ogni volta il canto che, con esso, dialoga ininterrotto. È ancora – e sempre – la parola a cui affidare i propri contorni corporei che sembrano ogni volta sbiadire; la parola pronunciata in luoghi impensati tanto interni quanto esterni e che riesce a dare, in qualche modo, ai primi dei confini tangibili anche solo nello spazio dialogico del pensiero. Una parola, tuttavia, che non può essere afferrata dall’io: ricevuta come un soffio sul volto che lo lascia chiazzato di fuliggine al suo passaggio. Tentare comunque di stringerla a sé fa restare, tra le dita, solo l’organo vocale che le ha prodotte, precludendosi il suo ritorno. In questo modo il racconto poetico diventa racconto di un’attesa ulteriore: stavolta per accogliere senza stringere, forse, aspettando di riconoscersi più chiaramente in essa.
- Paolo Andrea Pasquetti, 15 gennaio 2025
Un pensiero riguardo “Tre poesie da Dei ruderi di Giusi Maria Puglia”