Benvenuti, viandanti, a Incontri sulla via: la rubrica di Radura Poetica di interviste a vari personaggi del mondo dell’arte e della cultura in genere dove cercare, insieme, di trovare delle “bussole” attraverso le quali orientarci nel mondo della cultura contemporanea. Il primo appuntamento si apre con una chiacchierata avuta con il cantautore Galoni che abbiamo poi trascritto di seguito per condividerla con voi, qui sugli spazi della Radura. Buona lettura!
Ciao Emanuele, eccoci qui sulla Radura: ci piace pensare che ognuno – lungo il proprio personale cammino – a volte incontri un altro viandante lungo la via, appunto, e con lui si fermi a riposare davanti a un falò tra gli alberi o simili, a scambiarsi parole ed esperienze (prima di riprendere il sentiero) portandosele poi dietro conservate come in un libro da bisaccia, insomma, da tirar fuori dalle tasche per future mete. Siamo felici che questo primo incontro sulla via avvenga proprio con te che con la parola, la musica e il canto porti avanti da anni il tuo percorso artistico da cantautore.
La prima domanda – importante e da porre prima di ogni altra – che viene in mente ascoltando, leggendo e pensando ai testi delle tue canzoni, alla loro evidente intensità poetica è la seguente: quale pensi che sia, soprattutto oggi, il rapporto tra musica e poesia? Quanto sono (e se lo sono) labili i confini tra una forma poetica che rimanga solo sulla carta o venga riprodotta attraverso una forma musicale, appunto?
Più che poesia parlerei di poetica. Ogni cantautore lavora affinché abbia una poetica, un linguaggio proprio. Io ci lavoro molto, mentre scrivo i miei testi piace molto utilizzare anche il vocabolario, il rimario. Uso molti sostantivi, preferisco chiudere un verso con un sostantivo anziché un verbo, per mio gusto personale. Uso termini che richiamano la fisicità, il corpo, l’oggettistica. Inoltre, senza dubbio mi piace molto utilizzare nei miei brani il linguaggio figurato. Detto questo, a mio avviso occorre tenere a mente una certa differenza che comunque esiste tra poesia vera e propria e poetica. Il lavoro di cantautore, per me, è molto più di poetica, appunto. Che qualcuno ritenga poi i miei testi poesia mi rende contentissimo anche se è una grande responsabilità vedere che qualcuno ti riconosca, in qualche modo, in questi termini. A mio avviso va anche tenuto conto di un’altra differenza tra canzoni e poesie. La canzone è un lavoro più difficile perché ci sono delle regole meno libere rispetto alla poesia, alle quali non ti puoi sottrarre: metrica, sillabe, assonanze etc. Nello scrivere una poesia (specie oggi) si può, al contrario, fare a meno di tutto ciò e avere molta più libertà. Questo è il senso: cambia moltissimo tra cantautore e poeta. C’è da fare i conti con la musica, il ritmo, il suono delle parole cose che ambito poetico si può, come dicevo, affidare meno. A me, poi, viene naturale fare canzoni verbose con testi lunghi, forse a volte mi dico «dovrei cambiare, tagliare un po’…» ma alla fine in realtà non ci riesci. E proprio questo il senso: puoi pensarla come ti pare ma poi la tua natura ti porta a fare quello.
Spostando lo sguardo, invece, su corde maggiormente personali ci viene ora in mente un tuo verso: «Possiamo dire di tenere ad una storia solo se riusciamo ad invecchiarla». Ripercorrendo il tuo sentiero artistico senti di esserti affezionato ad uno dei personaggi delle tue storie tanto da avergli donato tempo, spazio ed evoluzione canzone dopo canzone?
Bella domanda… di personaggi ce ne sono tanti, in effetti. Se ne devo scegliere uno al momento mi viene in mente quello di un testo dell’ultimo album, sul quale sicuramente ho lavorato tantissimo e che mi ha dato parecchio filo da torcere, che è Patrimonio dell’Unesco. Ho immaginato questo personaggio che vive su questo tram per anni e anni solo per incontrare di nuovo la persona che aveva visto lì anni prima e, intanto, osserva ogni giorno una varietà enorme di umanità. L’unico modo per rincontrarla era salire di nuovo su quel tram, appunto. In quel brano e in quel personaggio c’è poi, in effetti, anche un discorso legato alla sanità mentale che oggi a mio avviso è molto importante da affrontare e di cui bisognerebbe parlare di più. Così questa canzone è un modo un po’ di raccontare l’evoluzione della società, attraverso personaggi e ed eventi osservati dal protagonista. A me, poi, piace molto la prosa, le storie… per cui questo personaggio l’ho visto crescere ma, come dicevo, mi ha dato molto filo da torcere perché ho dovuto lavorare di fino ad ogni parola per dare senso al contesto generale. Tuttavia, è un brano così denso che, alla fine, non lo suono neanche dal vivo perché è abbastanza difficile da fare. È però quel brano che dà senso a questo disco, che riesce a introdurre il disco con questo personaggio che racconta lo spaccato di oggi. L’idea, appunto, che lui stia in questo tram per anni, che è poi per me il senso della vita: sono molto legato a questo personaggio. Le mie canzoni, in realtà, nascono sempre intorno a tanti personaggi e, inevitabilmente, c’è molto del biografico in essi.
C’è sempre una possibilità, che ha la parola, di svelare ai nostri occhi le cose del mondo che ci circondano, della quotidianità spesso dimenticata dai ritmi confusi e rincorsi della routine, di farci sedere in una certa postura per permetterci di osservarle da un’angolatura differente. Nelle tue canzoni – pensiamo, ad esempio, a pezzi come Stachanov, In mezzo alla fretta o Primavere arabe, tanto per citarne alcuni – è da sempre evidente, quasi come un tuo marchio di fabbrica, il saper e voler descrivere la realtà sociale di oggi riuscendo sempre a coglierne quei lati, appunto, nitidi e definiti eppure con la delicatezza e leggerezza propria della poesia. Ecco: quanto pensi sia importante, in tal senso, il ruolo della parola, della poesia e scrittura in generale nel descrivere la realtà che viviamo, narrare storie spesso dimenticate tra le fila degli ultimi e riportarle all’evidenza dello sguardo, dell’ascolto?
Ho sempre pensato che noi siamo fatti prima di linguaggio che di ogni altra cosa. L’importanza della parola noi la stiamo riscontrando, ahimè in negativo, nel mondo di oggi con un linguaggio sempre più ridotto e semplicistico. C’è un altro verso di Mare Magnum a cui tengo molto e che cito spesso anche ai miei studenti in classe: «Possiamo dire di conoscere una cosa solo se sappiamo spiegarla». L’idea che spesso non riusciamo a raccontare quello che abbiamo dentro perché non abbiamo la giusta conoscenza del linguaggio ci dovrebbe far capire, secondo me, che dovremmo lavorare proprio per esprimerci al meglio per tornare a fare discorsi più articolati, profondi. Ormai i nostri discorsi sono quelli di un linguaggio senza profondità. Prima c’era molta più profondità, anche nelle cosiddette “chiacchiere da bar”: oggi, al contrario, c’è una sorta di bidimensionalità del linguaggio. Non c’è più quella profondità ma, quella profondità, cosa te la dà alla fine? Te la dà la conoscenza, l’esperienza, la formazione che prima c’era mentre adesso, mi sembra, siamo tornati indietro a un dibattito bidimensionale. Ci manca la conoscenza ma anche il linguaggio per esprimere quella conoscenza. A me piace scrivere canzoni anche per esprimere concetti, appunto. Proprio così, forse, questo lavoro mi consente di essere totalmente felice in un momento particolare, quello che avviene quando ho scritto un brano e ho scritto proprio quella cosa lì: sono felicissimo quando riesco a scrivere bene un concetto. Ritornare alla parola quindi sì, alla sua importanza, soprattutto in un mondo oggi di linguaggio sloganistico e ridotto, anche attraverso i social. Prima c’erano, se ci pensiamo, i quotidiani italiani con quaranta pagine e la maggior parte di esse era di approfondimento, oggi invece assistiamo anche in questo caso a una superficialità e banalizzazione. Poi certo il digitale ha cambiato le cose. Un esempio forse buttato un po’ lì, ma secondo me significativo in qualche modo: ho letto recentemente Il Conte di Montecristo sul Kindle… alla fine mi son detto: «L’ho letto ma mi manca qualcosa». Non c’era quella parte cartacea e, per me, è stata una mancanza che ho avvertito. Oggi ci sono strumenti, mezzi e scorciatoie che tendono a eliminare quella fatica che in realtà serve.
Riguardo poi al raccontare le realtà spesso ai margini della società, io ho avuto una formazione sin da ragazzino di attivismo politico, legato ad esempio al cantautorato sociale: me la porto dentro da sempre. Quindi, vuoi o non vuoi non posso non scrivere di quelle realtà non tanto, alla fine, con l’idea di cambiare le cose ma con quella, almeno, di accendere un riflettore su di esse e proprio per questo la ritengo, personalmente, anche una missione. Sociale non solo dal punto di vista collettivo ma anche e soprattutto individuale.
Una domanda, di nuovo, più intima: se dovessi pensare al tuo bambino interiore, credi che attraverso la tua musica tu sia riuscito a farlo vivere su quella casa progettata sopra gli alberi?
La musica per quanto mi riguarda è anche una bella terapia, ragazzi. Mio padre se ne andò quando io ero piccolissimo e sono cresciuto senza, di fatto, una figura paterna in una casa con una forte struttura matriarcale. Un’infanzia, quindi, diversa e proprio per questo cercavo dei posti dove potermi rifugiare e la musica è stato proprio questo per me: un rifugio e una valvola di sfogo importante, una terapia che tuttora è tale. Con la musica ancora riesco a lavorare, infatti, anche su quel bambino che ha avuto un percorso particolare. La musica per me quindi è un percorso di psicoterapia, c’è poco da fare: c’è chi fa yoga, chi fa meditazione, chi fa tantissime altre cose… perché la musica per me ovviamente è un modo per raccontare anche mie cose molto personali, che magari prima non avrei mai aperto agli altri ma non davanti a uno psicoterapeuta ma ai miei ascoltatori. E in questo lavoro nascono inevitabilmente delle relazioni. Ad esempio, rispondere a dei messaggi di persone che ti raccontano delle esperienze personali e lì nasce un’interazione che ti porta poi a uno scambio, una relazione. Buoni propositi per il nuovo anno è stato un pezzo che ha smosso molto quest’ultima cosa ed è lì che mi sono dovuto confrontare anche con delle persone per raccontare le mie cose e ascoltare a mia volta le loro… nascono delle interazioni e relazioni sconosciute e ti ritrovi a raccontare di queste cose, della tua storia e di quelle degli altri: è un modo di salvarsi.
Assolutamente d’accordo… se possiamo chiedere, quando hai iniziato a scrivere brani, a fare musica insomma?
A scrivere musica in realtà sin da quando ero piccolo ma, seriamente, a partire dai venticinque circa. Prima scrivevo cose ma non ero così coinvolto, preso… studiavo, facevo l’università, vivevo a Roma e pensavo, in realtà, di fare anche altre cose. Per un periodo, per quattro anni, ho fatto anche il giornalista. E poi alla fine, invece, ho cominciato a scrivere ed è uscito questo disco (Greenwich) che è andato molto bene e poi da lì ho cominciato, l’ho presa seriamente… perché poi alla fine diventa un lavoro, fai le cose con molta più serietà. E quindi questo è, per me, il senso del mio lavoro con la musica: capisci che vai a toccare le corde degli altri e da lì nascono altre cose, altre situazioni. Soprattutto se scrivi un certo tipo di cose… in “Buoni propositi” come dicevo, ho messo questa storia di mio padre, il periodo in cui ho scritto quel brano lui morì e quindi, per me, è stato un disagio anche ricevere le condoglianze dalle persone: non avevo mai ricucito con lui i rapporti ma andai lo stesso al funerale in una situazione surreale… è stato tutto un percorso: scrivere quella canzone, poi raccontarla e condividerla con gli altri per me è stata sicuramente una terapia importante.
Tornando su un piano più generale: viviamo oggi tempi nei quali la performance artistica – e in particolare quella musicale – sta vivendo una significativa rielaborazione all’interno della fruizione sul web e, più nello specifico, dei social. La parola, tuttavia, è anche e soprattutto luogo di incontro fisico, ancor prima che virtuale: dal live, ad esempio, di un concerto ad una serata di poetry slam o simili. Credi che sia possibile un equilibrio tra fisicità e virtualità dell’arte, oggi? E, in ogni caso, quale potrebbe essere a tuo avviso una direzione, una sorta di vademecum per noi stessi a cui rifarci in tutto questo?
Guarda, in realtà questa roba qui a me dispiace molto: fino a dieci anni fa trovavi dei posticini in cui si suonava chitarra e voce, dove c’era una partecipazione e un modo di condividere la musica molto diverso e adesso non c’è più questa cosa o almeno io non riesco a raggiungerla, trovarla più. Manca quella condivisione fisica, mancano queste cose perché tutto si svolge in questa dimensione virtuale. Anche trovare ventenni, come facevamo noi una volta, che prendono la chitarra, vanno in posti e fanno ascoltare le proprie canzoni… Anche lo stesso modo di comporre la musica, a pensarci bene: io che ho vissuto la provincia da adolescente dove con gli altri ci ritrovavamo nei famosi tinelli di campagna, sedici-diciassettenni con le chitarre a scrivere lì delle canzoni o in osteria, addirittura. Oggi, invece, il modello anche di componimento è diverso: il comporre musica in cameretta al computer che viene prima dell’aspetto fisico. Guardando un po’ indietro, per me l’avvento dei social (parlo di quindici anni fa circa) era qualcosa di bello, di importante perché si conciliava bene col mondo esterno: vivevi musicalmente il mondo esterno, reale e poi i social ti davano una mano per avere più visibilità per un concerto ad esempio; gli amici erano quelli, veri e così via. Adesso, al contrario, è come se questi due mondi viaggiassero su rette parallele e non si toccano più. Così, quando ora faccio un pezzo la mia preoccupazione non è più dove andare a suonarlo ma come promuoverlo sui social etc. Questa perdita dello spazio fisico è un problema reale, che esiste. Sembra anche che la musica abbia poi fatto un passo indietro rispetto ad altre realtà che invece si muovono bene al suo interno, come la stand up comedy ad esempio, ma la musica c’è: i numeri però, in fin dei conti, li fanno i giovani e se un giovane a vent’anni è cresciuto ascoltando un altro tipo di musica è difficile che vada a vedere un Galoni etc. Per me, nel rapporto tra musica e social, quella decina d’anni tra il 2010 e il 2020 circa è stata una piccola età dell’oro che poi è finita e ora dobbiamo fare i conti con la società che evolve e cambia: dal canto mio, da osservatore quale sono, guardo le cose e le metto dentro le mie canzoni.
Se i navigatori smettessero di funzionare e il viaggio stesso divenisse la meta, quale tra le tue canzoni ti farebbe da bussola lungo la via trasformandoti in uno di quegli «uccelli migratori che hanno in tasca il cielo»?
Un canzone a cui sono molto legato è Per andare dove che nasce per un motivo: il titolo è preso da una brevissima poesia di una persona che ho conosciuto ed è purtroppo venuta mancare qualche anno fa e che, per me, è stata un po’ proprio quella bussola per quanto riguarda la questione sociale, politica, dei diritti che coinvolse noi ragazzi come gruppo che ha vissuto un determinato territorio nel mio paese. Noi lo abbiamo seguito per parecchi anni: era una persona straordinaria che si occupava del territorio, di tutelare quel mondo anche passato, contadino etc. e io ho scritto questa canzone pensando soprattutto a quel gruppo di miei amici che sono rimasti lì, in quel territorio a combattere e continuare a percorrere quel sentiero. Quella realtà che io ormai per scelte di vita vivo pochissimo mentre loro hanno deciso di rimanere e costruire tante cose importanti. L’idea, quindi, che ci fosse qualcuno che abbia portato avanti quel modello di società fatto di valorizzazione del territorio me lo fa a sua volta sentire come un posto mio, in cui tornerei, una sorta di mondo ideale che uno sogna in qualche modo che resti, resista. Questo brano, quindi, è dedicato a questa storia, è dedicato a questi miei amici e a questa persona che è anche una sorta di figura paterna, per il mio vissuto personale… Ho cercato la figura paterna in altri posti e ci sono state quelle tre/quattro figure che in qualche modo mi hanno più o meno cambiato la vita: qualcuno in ambito universitario, nell’ambito della mia formazione, qualcuno in ambito politico-sociale, altri in ambito umano e a me piace sempre ricordarli. Lui è stato uno di questi: devo a lui la mia formazione politica e di visione del mondo legata a certi principi. Se devo scegliere una canzone come bussola è indubbiamente questa.
Un’ultima domanda, un po’ più proiettata in avanti lungo il tuo personale sentiero. La tua vena poetica ti apre alla speranza e alla fiducia di credere che quel tempo storto possa riallinearsi, che quei passanti incontrati sopra il tram – prima o poi – possano scendere e andare «dove ci si riconcilia con la vita»?
Io penso che si vada sempre peggio – ridendo – . La vita non ha un lieto fine: viviamo una società che ha tantissime contraddizioni. È bello pensare che questi personaggi possano trovare una sorta di riconciliazione con la vita etc. ma il tempo storto di cui parlo è una costante, in fin dei conti. Quel tempo storto che ho raccontato in quel periodo (Cronache di un tempo storto) era quel periodo particolare del Covid ma, in realtà, ogni volta cambia: di roba storta oggi c’è n’è davvero tanta e ben altra. Per questo, per un momento pensavo di scrivere anche un Tempo storto vol. 2 perché in quest’ultimo album ci avevo messo davvero tutto ma ora mi sto occupando di altro, scrivendo altre canzoni… Tornando alla mia visione personale, più passano gli anni, più invecchi, più ti porti addosso la tragedia dell’umanità; pensi che siamo solo dei sopravvissuti. Quando sei giovane vedi il mondo con altri occhi ma a quarantatré anni è diverso… io ho la fortuna di stare al mattino con i miei studenti e vedo, in loro, una luce diversa ma già sai che quella luce si spegnerà perché dovranno fare i conti con quella società che abbiamo costruito e che è completamente fallita e distruttiva. Un modo alternativo non esiste: c’è solo l’adattamento, come animali che si adattano. E difficile salvarsi in questa società, siamo dei sopravvissuti, appunto. Tuttavia, l’arte in tutto questo è quel luogo in cui possiamo rifugiarci perché ci dice cose che tutto il resto non ci dirà mai ma dev’essere, secondo me, un’arte autentica. Io sono un pessimista di mio, forse anche le mie canzoni lo sono ma in qualche modo mi aiutano proprio ed esorcizzare queste cose e stare un po’ meglio. È pure vero, però e ogni tanto me ne stupisco, che in chi le ascolta queste mie canzoni lasciano un po’ di speranza e me lo vengono spesso a dire allora, ecco, se non ci fosse l’arte sarebbe molto più difficile.
Grazie ancora, Emanuele, per questo incontro e le parole e riflessioni che ne son venute fuori. Senza dubbio l’idea che ci hai offerto dell’arte, della musica e della parola in genere come rifugio e strumento da portare con sé durante il proprio cammino tra le storture che, inevitabilmente, lo caratterizzano, rimarrà una tappa preziosa sulla quale continueremo a riflettere sulla nostra via. Prima di salutarci, un caro saluto e un augurio per il tuo personale sentiero: chissà che non ci rincontreremo ancora… dopotutto «Se il viaggio è atteso, conta solo spezzare il fiato. / La fine non si decide, si indovina».
Emanuele Galoni (Giulianello,1981) è un cantautore e docente di italiano attivo da oltre un decennio nel panorama musicale italiano a partire dal suo album d’esordio, Greenwich (29RECORDS/BELIEVE, 2011) confermandosi solidamente poi con il secondo disco, Troppo bassi per i podi (Goodfellas, 2014). Successivamente, ha pubblicato il suo terzo album, Incontinenti alla deriva (Goodfellas, 2018) fino ad arrivare alla sua pubblicazione più recente con Cronache di un tempo storto (Freecom Hub e Amor Fati, 2023). Nelle sue canzoni si sofferma spesso sulla narrazione di storie e personaggi offendo uno sguardo poetico e sensibile sulle realtà sociali, politiche, culturali ed oltre della contemporaneità, tra intimità e sguardi sul mondo e su chi, ogni giorno, lo abita.
Foto in copertina per gentile concessione di Emanuele Galoni.
Un pensiero riguardo “Incontri sulla via • Galoni – Perché raccontare storie è un modo di salvarsi”