Tribolazione
Vorrei esser disteso
in un fondale di perdizione.
Vorrei andar sempre più veloce
per dimenticarmi tutto lo scibile.
Privo di parole,
privo di speranze,
privo di sentimenti,
colmo di dannazione.
Ho soffiato troppo
sulla fiamma
del mio morto spirito.
E’ tempo di andare,
nella pace maledetta
dei sensi occulti.
Amore III
Il disinteressato malumore
prevalica lo zuccherino incanto.
La noia spietata
trucida la mia ingenuità.
Cado nell’abisso
del pensiero.
Mi spremo,
fino a morire di sazietà.
Non credo più
che il dolce seme
un giorno solcherà il duro terriccio.
Appassisco
come il flebile scheletro
di un giglio ferito.
La sofferenza è lenta ed atroce.
Magari spegnermi in un battito di ciglia.
Morire
Esorcizzo i miei pensieri
fino ad implorare
di ridondare
in lievi fiumi di fumi neri.
Ammazzo la speranza
con il desiderio
di rischiarare
l’eterno inferno superfluo.
La mente
cardine
dei miei misteri.
Il veleno
carburante
delle mie intenzioni.
I testi ospiti della Radura oggi, scritti da Alessandro Laszlo Amatucci, danno l’idea abbastanza vivida, palpabile, di una poesia “avvelenata”, un canto che fa della sofferenza interiore che narra il proprio ritmo essenziale sul quale costruirsi. È proprio a partire dalla scansione dei versi, infatti, che l’io offre al lettore – ancor prima di soffermarsi sull’effettiva narrazione – le pulsazioni essenziali del suo dire tra una strofa e l’altra: anafore e, soprattutto, folte rime (in particolare interne) vanno a creare una cadenza ossessiva e convulsa che mima con perfetta adiacenza la fissità dei pensieri, chiodi infitti nella mente che cerca, nel canto, un modo di slegarsi da essi, esorcizzarli nella parola che tende al mistero e all’oblio del proprio mondo interiore.
La concisione strofica dei componimenti, all’interno di questo solco narrativo e poetico, contribuisce ad infondere alla pagina l’andamento di un inciso che, ogni volta che viene ripetuto, sembra affermare con sempre più forza la sua ineluttabilità, la volontà dell’io di immergersi fino in fondo al proprio interno tralasciando del tutto all’orizzonte la possibilità di un ritorno al punto di partenza. L’utilizzo poi di verbi forti, quasi al limite della colloquialità – dallo spremere all’ammazzare – si incorpora e da allo stesso tempo ulteriore corpo alle immagini che l’io offre ad ogni strofa, tra metafore vegetali e abissi della mente e dell’animo che hanno il compito di raccontare visivamente queste stessa immersione che aspira a una profondità della quale non sembra contare dove si trovi il fondo. Così, in tal senso, si dipana il racconto di un balzo senza ritorno, senza attesa.
- Paolo Andrea Pasquetti, 11 dicembre 2024