Incrinare i sentieri – un dialogo sulle conseguenze dell’affetto

Accade, alle volte, di trovarsi a condividere il sentiero che si percorre con altri, come te, in viaggio verso la propria meta, la propria personale radura. Non è qualcosa di banale, il far proseguire i propri passi paralleli a quelli di un altro lungo la via una volta avvenuto, dopo una svolta o due da quando si è partiti, l’incontro con chi come noi cammina. Incontrarsi significa sapersi riconoscere nella pausa tipica del fermarsi, sedersi l’uno di fronte all’altro davanti ad un fuoco che scoppietta o, semplicemente, su uno spiazzo nel sottobosco e scambiarsi vicendevolmente, approfondendo le proprie parole mentre ci si riposa a una pausa nel proprio cammino. Solitamente, dopo un incontro del genere sulla via, la mattina seguente ognuno prosegue per il proprio cammino serbando, dentro di sé, le parole scambiate e ricevute la notte precedente: annotarle nella propria mente come fosse un diario di viaggio per poterle recuperare all’occorrenza ad ogni svolta futura sul sentiero, ad ogni incontro arricchendo le proprie pagine personali.

Accade, ed è più raro ma ancor più significativo, che l’incontro sia l’inizio di una condivisione non solo più contingente per quella singola giornata di cammino ma diventi un vero e proprio sentiero condiviso: dopo la notte passata insieme davanti al fuoco ci si accorge che la direzione seguita fino a quel momento pare la stessa di entrambi i viandanti, le parole scambiate risuonano più evidenti e sensibili alle loro orecchie. Così, la mattina seguente, si decide di proseguire il cammino sul medesimo sentiero. Diventa obbiettivo comune impegnarsi, vicendevolmente, nel saper riconoscere e segnare i punti significativi sulla via; scoprire tesori inaspettati nel sottobosco; condividere le asperità di certe scarpate e progettare insieme un piano di viaggio da seguire.

In tal senso, una comunione d’intenti del genere si realizza ed è possibile solo grazie all’affetto che si instaura tra chi cammina sullo stesso sentiero: è, appunto, l’affetto il coagulante sensibile tra parole e pensieri condivisi, quella spinta del petto che genera ogni volta il movimento del passo, della falcata sulla strada tra ciottoli e rami sempre protesa in avanti e rinsaldata dal suono degli stivali del proprio compagno di via. Potremmo dire, tra le righe, che l’affetto sia l’elemento ineludibile per un viaggio condiviso, per una progettualità d’intenti qualsiasi tipo di rotta si intenda proseguire.


Tuttavia, è esperienza comune il rischio di dimenticare che l’affetto – come ogni cosa, d’altronde – porta sempre con sé le proprie conseguenze, altrettanto ineludibili. Di che fibra sono composte, queste conseguenze? Quale motivo distinto presentano ai nostri occhi? Non saprei dirlo con certezza ma, senza dubbio, posso tentare tra questi paragrafi una riflessione ulteriore, continuando – come ci piace fare qui sulla Radura, e ormai ve ne sarete accorti – sulla scorta dell’immagine iniziale del  sentiero condiviso nel bosco. 

Direi, con una sorta di certezza (se così la si può definire), che tra le conseguenze dell’affetto risalta allo sguardo il saperlo mettere da parte quando necessario. In altre parole – spigandomi meglio – il calappio dell’affetto sta proprio nella poca lucidità che si innesta in noi quando sentiamo, ci accorgiamo, che la compagna o il compagno di viaggio stanno incrinando il sentiero percorso finora insieme.  È l’affetto a creare quella nebbia vischiosa che, unita alla foschia della buona fede, ci porta spesso a non voler dare ascolto a sensazioni più interne e dirette dentro di noi, sofferenze e dolori che – al contrario – parlano con più evidenza come quelle chiarie tra le fronde degli alberi in pieno mezzogiorno. Diventa allora difficile e ancor più doloroso riuscire non solo e più soltanto a sentire, ma anche (successivamente) a capire e comprendere che chi ha camminato con noi fino a quel momento sta, appunto, incrinando il sentiero condiviso, forse senza neanche rendersene conto a sua volta lei stessa o lui stesso.


Che significa, però, incrinare i sentieri? Credo, ancora, che la risposta riposi in qualche modo non in prospetti teorici spalmabili su ogni situazione ma, appunto, nella nostra esperienza comune. Quando uno dei due (o più) viandanti in realtà non condivide davvero la stessa meta con gli altri – forse neanche consapevolmente, in fin dei conti – è inevitabile che i suoi passi inizino, man mano, dopo gli entusiasmi iniziali del cammino condiviso, a impostare (o tornare a) un proprio ritmo: inizialmente risuona alle orecchie quasi indistinto da quello comune ma, di giorno in giorno sulla via, la dissonanza cresce sempre di più fino a raggiungere l’evidenza propria di uno spartito a sé stante. A questo ritmo diverso iniziano a legarsi anche pratiche fino a quel momento sconosciute ai due o al gruppo di viaggiatori. Spesso, queste pratiche mostrano un interesse minore verso il sentiero partecipato: chi ha assunto – o riassunto – un ritmo a sé stante non presta più l’attenzione necessaria agli eventi e luoghi lungo il percorso o, al contrario, attratto da un albero o uno spiazzo in particolare rimane considerevolmente e volutamente indietro agli altri, nonostante il passo di marcia stabilito. Altre volte ancora, stufo dell’andatura del gruppo, lo si trova ben in avanti notando la tendenza a volere prendere vie e svolte che, un passo dopo l’altro, sembrano sempre con più evidenza condurre lontani da una meta che si pensava comune. Nei casi peggiori, chi si distanzia presta anche poca cura al sentiero: un falò non costruito a modo rischiando un incendio; una raccolta eccessiva di funghi non lasciandone la giusta misura al bosco; una sgroppata su un versante ripido spinta da un’impazienza egoistica che porta ad una frana e costringe l’altro a deviare il percorso. In questo modo, appunto, il sentiero si incrina: quando chi lo percorre non ne condivide più la meta finirà per danneggiarlo, trascurarlo, facendo soffrire inevitabilmente chi cammina con lui.

Ed è in queste contingenze di strada che l’affetto presenta il lato della moneta delle proprie conseguenze. Una volta accortisi della dissonanza gli altri viaggiatori hanno di fronte a sé, nel folto più cupo del bosco, un bivio evidente ma allo stesso tempo opaco: mettere da parte l’affetto per la propria compagna e compagno e dividere i rispettivi sentieri o – proprio in virtù di quell’affetto –  tentare di trattenerla o trattenerlo sulla via fino a quell’ora, sofferta, percorsa assieme. Nondimeno, l’ulteriore conseguenza della seconda scelta affettiva sarà ben più gravosa: il sentiero, dopo essersi incrinato, finirà per divenire impraticabile, per tutti. Perché chi ormai ha scelto (con consapevolezza o meno) un proprio passo distinto dagli altri viandanti inevitabilmente danneggerà, ad ogni giornata di cammino, il sentiero condiviso: questo fino alle estreme conseguenze che riguarderanno non più e (e non solo) lui ma anche gli altri viaggiatori nella foresta. In questo sta – in tutta la sua consistenza pungente – la conseguenza dell’affetto: saper dissipare con una mano (o una torcia stretta dalla stessa) quella foschia degli affetti – così densa perché sincera – per accorgersi che il sentiero si è incrinato. Dunque, dividere i propri passi per salvaguardarlo.

Se non credessi nei legami, in quell’interazione tra atomi che si scambiano elettroni nelle loro orbite esterne, in quei vincoli chimici e fortemente umani e primordiali, non potrei concedermi la tenera fermezza di riconoscere lungo il mio cammino un compagno che non giudica l’andatura dei miei passi, che rispetta il mio tempo sulla roccia di silenzio e recupero: aggiungere la mia voce a quella di Paolo senza scavalcarla – ma piuttosto accompagnandola offrendole, magari, nuove possibili sfumature – è per me testimonianza, allora, di un sentire comune che avvicina i nostri sguardi anche quando le cose dalle nostre rispettive visuali di vita vengono percepite diversamente.

In virtù proprio della ricchezza che può nascere persino maggiormente da uno scambio di riflessioni non condivise – ma pur sempre accolte con sincera osservazione e cura – riesco con chiarezza a scorgere un’altra via, a intravedere lo schiudersi di una stradicciola dalle parole del mio compagno di penna e di percorso.

Dissipando con una mano quella foschia degli affetti, sicuramente potremmo accorgerci che il sentiero si è incrinato ma, simultaneamente, comprendere che dividere i propri passi non significherebbe necessariamente dirsi addio. In memoria di un bene autentico, dargli modo di svilupparsi ancora seguendo l’evoluzione della natura umana ci concederebbe l’opportunità di raccogliere nuovi frutti nel sottobosco, di scoprire nuove sezioni di luce dai densi roveti abbracciati: intraprendendo un cammino fisicamente lontano e che aspira ad una diversa meta, nascerebbe un tempo che si ricongiunge e che si cerca, un tempo che anche se «non condividiamo / comunque è un tempo che ci raccontiamo»[1].  Ci si potrebbe incontrare davanti ad un ruscello, lì dove la corrente si avvolge in piccoli gorghi attorno ai ciottoli, lì dove creando spruzzi gioca coi sassi, coi perimetri d’erba. 


Se con la volontà di ritrovarsi ci fermassimo ad osservare i millenari processi geologici dell’acqua, quei meccanismi fluidi e vitali che alimentano ogni elemento in natura ci suggerirebbero un ritorno all’Unità e, di conseguenza, non percepiremmo più il distacco con le cose, con quei compagni di viaggio che hanno intrapreso sentieri apparentemente divergenti. Allora, accogliendo dentro di noi la connessione universale – profondamente consolidata da un affetto mutato ma pur sempre vivo – avremmo l’occasione di far emergere da quella relazione una nuova ricchezza: con ancora il gorgoglio ininterrotto del rivolo nelle orecchie, radunarsi dinanzi ad un falò diverrebbe un momento per condividere le proprie esperienze, per raccontarsi di volta in volta e consigliarsi, per immaginare quei sentieri che altrimenti nemmeno con la mente avremmo mai percorso. Salutarsi, per riprendere poi ognuno il rispettivo cammino, risuonerebbe come un continuo arrivederci, come quella certezza di rivedersi – prima o poi –  e riconoscersi trasformati eppure identici.

Ovviamente, questa è solo una possibile versione della storia ed è più che onesto confessare che il desiderio di riaccendere quella Scintilla – che rendeva l’intenzione atto – potrebbe gradualmente affievolirsi. Tuttavia, riesco a percepire in questo allontanamento corporeo una fine meno amara, che non muore ma piuttosto cambia forma come l’acqua nei suoi stati di aggregazione. Proprio per quella geometria universale che ci governa e ci allinea, confrontare le probabili fasi di una qualunque tipologia di rapporto umano ai passaggi di stato dell’acqua potrebbe aiutarci meglio a interiorizzare le dinamiche relazionali: se allo sbocciare dell’affetto, che perdura rinvigorendosi, le nostre molecole sono unite da un legame molto forte che conferisce loro immobilità e un ordine perfetto – per determinate condizioni ambientali e variazioni di temperatura (che rispecchiano l’animo umano) – dallo stato solido di grandine le nostre particelle inizierebbero a scorrere le une sulle altre comportandosi come rugiada sui campi appena svegli, ma conservando la volontà tenace di rincontrarsi lungo il cammino per far convergere i propri sentieri.

Come preannunciato, però, la possibilità che un legame già debole si spezzi, che quell’intima determinazione di cercarsi possa dissolversi, non deve essere ignorata e – soprattutto – osservata con rancore perchè ci lascerebbe un testamento spirituale, un’eredità formativa per la nostra crescita personale. Allora – allo stato ormai gassoso e sotto forma, magari, di nebbia – le nostre molecole prive di qualunque legame chimico si muoverebbero liberamente e in ogni direzione. Ciononostante, sarebbe qualcosa di estraneo alle stesse leggi biologiche e sociali credere che tutto debba interrompersi restando immutato, credere nell’impossibilità della condensazione del vapore acqueo che dà vita alle goccioline: se il rispetto reciproco non è mai venuto meno, quei legami più deboli – ma presenti e vivi – dell’acqua allo stato liquido potrebbero ricrearsi e, addirittura, rafforzarsi donando radici più mature al rapporto. Nell’effettiva eventualità – invece – di un distacco permanente, la separazione avverrebbe lentamente e in modo naturale, come roccia madre che si disgrega e che, a poco a poco, saluta i suoi frammenti. Ad ogni passo con cui ci allontaneremo dal nostro compagno di viaggio la sua voce si farà più dispersiva unendosi al coro sommesso dell’acqua che, raggiungendoci, troverà sempre nuove vie per trasformarci, per ricordarci la nostra comune natura.


Cari viandanti, per rispetto proprio della nostra essenza di vento che fruscia abbandoniamo l’idea di dover essere subito e necessariamente risoluti nei riguardi di quell’affetto e di quel rapporto che si sta incrinando: anche quando può sembrarci di essere bloccati in una fase di stallo, nulla resta davvero inalterato perché le stesse emozioni che – all’apparenza – ci avrebbero fissato i piedi al suolo sono, in realtà, in continua e latente operosità. Allora – come protette da quel cumulo di foglie secche che creando una lettiera consente la proliferazione della miriade di piccole creature presenti sulla terra – anche le nostre emozioni inizierebbero a crescere, a propagarsi sotto gli strati dell’Essere finché non svilupperebbero la capacità di trasformare il proprio turbamento iniziale in azione, in moto che da dentro si spinge fuori.

Se davvero dovessi riconoscere in questo fluire, nell’estrema variabilità delle cose e dell’acqua – che ci compone e ci circonda – un punto fermo, lo individuerei nella certezza che l’abbaglio più tormentoso si verificherebbe nel momento esatto in cui ci sentissimo disimpegnati verso noi stessi, verso il dialogo e l’ascolto interiore. Probabilmente è da lì, da quei luoghi così intimi e poco conosciuti, che il sentiero più importante e eterno si incrinerebbe. Ma se – invece – ci innamorassimo della nostra solitudine e con premura ci scrutassimo, potremmo accorgerci che ogni incontro non è mai del tutto accidentale e che si realizza solo quando entrambe le parti sono pronte a elaborare il proprio rispettivo percorso. Discernere nell’altro quei lati che ci appartengono e che inconsciamente per difesa abbiamo soppresso oppure, ancora, quegli aspetti verso cui proviamo ammirazione e che crediamo irraggiungibili (ma in realtà già in noi presenti allo stato latente), è il segno di quanto tutto sia armoniosamente connesso.


È mio desiderio confidarvi, allora, che non riuscirei a non scorgere in questo esistere condiviso un piano più alto, un sussistere e durare per compiersi e scambiarsi, per evolversi insieme lungo il cammino. In questo modo accettare che le strade si possano dividere significherebbe comprendere che quel preciso compagno ha ormai risvegliato ogni sentinella del nostro animo, che ha alleggerito gli anelli di quelle catene disfunzionali che ci trasciniamo da tempo.

Dare un nome alle cose facilita il progredire del loro corso rendendoci partecipi consapevoli di quei meccanismi che regolano le relazioni umane, di quella connessione assoluta che ci vuole in costante arrampicata: osservare dall’altezza rocciosa e isolata delle guglie quell’affetto devoto che – ovviamente – ancora persiste nonostante il sentiero si sia incrinato, ci permetterebbe di far pace con i suoi lenti movimenti di ghiacciaio, con il suo graduale scivolare verso valle. Riprendere così il cammino da dove ci si era fermati preservando nel petto questa cauta dolce intesa con la vita, restituirebbe al nostro passo quella agilità fanciullina, quella corsa smilza e leggera che acciuffa il vento. Racchiudere, poi, in quello stesso passo anche quello di ogni compagno conosciuto e ormai lontano, libererebbe un ritmo più costante che – premendo sulla memoria – ci spingerebbe a trasformarci ancora l’un con l’altro, a divenire un unico organismo naturale che pulsa con il battito del bosco, con lo scroscio fragoroso delle cascate, con l’acuto frinire delle cicale.

Viandanti, se sentite che la Radura sia la vostra meta unitevi al nostro sentiero: io e Paolo vi aspettiamo per raccogliere nuove parole, per restituire alle nostre Voci quel dolce ticchettio della pioggia.

  • Paolo Andrea Pasquetti – Valeria Pasquarelli, 25 novembre 2024

[1] Le rovine di Pompei, Emanuele Galoni, in Cronache di un tempo storto, Freecom Hub / Amor fati, 2023, vv. 15-16.

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