Inventarsi
Si guarda allo specchio
nella penombra di una luce fioca.
Aspetta morbosamente l’arrivo
delle parole per denudarsi. Impara
a conoscersi nell’osservare la propria impalcatura.
Scioglie nodi ai capelli meticolosamente.
Lei sa, che appena comincerà il dialogo
con sé stessa, non sarà più riconoscibile.
Memorizzarsi non serve a nulla –
i nodi, cambiano sempre posto.
Ascoltami
Se una delle mie parole ti sfiora,
e i tuoi occhi, senza suono,
mi svelano che hai ascoltato,
sento il cuore aprirsi,
ma tremo –
come chi teme d’essere scoperto.
È come mostrarti un segreto,
nudo, appena nato,
e tu lo guardi, lo sfiori,
senza dire nulla,
solo un sorriso nascosto.
Mi sento fragile,
come una promessa sussurrata,
rossa sulle guance,
come una bambina che ha appena capito
di essere vista per la prima volta.
Un tempo
A quel tempo avevo diciott’anni,
ed ero pazza.
Dormivo su treni regionali e panchine
di legno, con l’orizzonte di altre città
a cullare l’amore che coltivavo in grembo.
Riempivo lo stomaco dell’amato con le poesie –
Sazio e innamorato, stendeva le braccia dritte e rigide
in attesa che posassi i miei indumenti colmi della
passione che portava il suo nome.
Montagne, cimiteri, alberi e scale erano testimoni
della nostra gioventù.
A Roma, abortì.
Negli inediti di Sophie Di Silvio, oggi raccolti tra i sentieri della Radura, si registra con quell’evidenza tipica di un tema fortemente sentito dall’io – e, per questo, risillabato con veemenza e nervi in ogni verso – il gesto della parola che entra negli spazi abitati delle cose e lì infonde i suoi effetti. La parola, infatti, evocata contestualmente in ognuno dei tre testi, sembra agire come tocco sui corpi – ora dell’io che canta ora di chi a lui si muove attorno nell’intreccio amoroso con esso – in grado di attivarli emotivamente, provocando vibrazioni e urti fisiologici dai quali, a sua volta, scaturisce la narrazione poetica. In tal senso, però, l’attivazione fisica della parola non sembra portare automaticamente a una maggiore conoscenza, riscoperta e consapevolezza del corpo stesso: al contrario, l’effetto che ne segue è lo scaturire di movimenti nervosi, caotici ed avvolgenti tra emotività incandescente e sentimenti che ora legano ora tagliano l’io con il tu del racconto dei versi.
La cartina da tornasole di un simile avvolgimento disorganico delle sensazioni fisiche ed emotive riposa, senza dubbio, nell’andamento altrettanto frenetico del verso: l’uso (densissimo) della punteggiatura concorre a dare luogo a componimenti formati, a loro volta, da un insieme di periodi brevi o brevissimi. Il ritmo scatta irrequieto da una virgola all’altra, proprio come le sensazioni fisiche profonde attivate dal tocco – altrettanto fisico – della parola sui propri contorni umani. Così, la parola diventa ora chiavistello che sfiora per aprirsi o arrivo che confonde, ora nutrimento per l’amato con il quale tentare un canto in comune. Tra singolarità e dualità amorosa dunque il lemma, il vocabolo pronunciato, ascoltato e/o impresso sulla pagina porta – attraverso uno sconvolgimento emotivo che solo sulla superfice sembra pendente verso crinali negativi – a un rinsaldamento (tanto nella proprio interiorità quanto verso il mondo esterno) del nocciolo del proprio vitalismo più intimo, tra integumentum della pelle sfiorata dalla parola e midulla del cuore infuso dalla stessa.
- Paolo Andrea Pasquetti, 27 novembre 2024