Il tempo lungo le rotaie – verso mete verticali

Immagino la vita di un uomo scorrere nel quotidiano della sua routine: posso vederlo piegarsi per allacciarsi le scarpe, sbuffare mentre con impazienza stringe il nodo alla cravatta e, ancora, sistemarsi i capelli con sguardo dritto e scrupoloso verso lo specchio. Tutte queste semplici azioni che si ripetono regolarmente plasmano, almeno in modo diretto, unicamente la sua esistenza finché un giorno – però – l’avvento di un’idea, di una sua intuizione ingegnosa, non rovescia i grandi sistemi che regolano la collettività.  È mia speranza più profonda, allora, che quando quell’innovazione giungerà non abbia alcun interesse a violare le leggi temporali, a infrangere i patti segreti tra durata e osservazione fenomenologica delle cose.

Per intenderci, se svegliandosi quell’uomo con un colpo di genio scoprisse un meccanismo per raggiungere istantaneamente luoghi fisicamente da noi distanti, per superare la velocità di qualunque veicolo, io non riuscirei a gioirne e a scorgerne alcun tipo di progresso e – di conseguenza – con ogni mio potere confiderei di riuscire a persuaderlo nel non diffondere la sua scoperta, nel non prepararsi quella mattina facendo il nodo Windsor delle grandi occasioni alla sua cravatta. 

Sicuramente, qualche viandante tra voi starà già storcendo il naso o corrugando un sopracciglio poiché in tale prospettiva – per quanto irrealizzabile e illusoria – vedrebbe un’opportunità altamente funzionale ai bisogni pratici di spostamento ma, come sempre in questi spazi verdissimi su Radura Poetica, a starci davvero a cuore è il progresso umano. Non potrei – dunque – riconoscere nella scomparsa dei treni, delle autovetture e degli aerei una condizione che favorisce l’evoluzione dell’uomo poiché quel tempo di viaggio circoscritto, obbligandoci alla sosta, crea reti di contatto potentissime: dalla contaminazione di elementi eterogenei, dall’incontro con persone con storie di vita diverse dalle nostre, abbiamo la possibilità di recuperare quell’eredità storica che – per natura – spinge verso l’integrazione con l’altro e fa riaffiorare la volontà di indagare sul senso delle cose.


Ecco che, allora, proprio grazie ad uno di quei locomotori lungo la linea ferroviaria conservo il ricordo di uno scambio poetico tanto inatteso quanto luminoso. Era il 29 giugno di questa estate e, dal binario 2, attendevo il treno che da Trani mi avrebbe condotta a Bari. Stranamente, non fu preannunciato nessun ritardo. Raggiunsi i miei amici già accomodati in una delle carrozze per passeggeri e, esattamente nel momento in cui stavo per occupare il mio posto, un uomo che sedeva di fronte a me mi chiese la cortesia di scambiarci il sedile perché da lì il sole era troppo fastidioso per la sua vista. Cari viandanti, se come scritto anche nell’ultimo articolo (https://radurapoetica.com/2024/11/25/incrinare-i-sentieri-un-dialogo-sulle-conseguenze-dellaffetto/) ogni incrocio tra due strade non è mai una pura contingenza, quel compagno di viaggio – materializzato nella persona di Sergio Racanati – esisteva in quel preciso luogo e momento come mancorrente per aiutarmi a dipanare il mio filo senza direzione e, difatti, fu sufficiente l’intrusione miracolosa di un fascio di luce per incoraggiare il nascere di una preziosa interazione.

«Sei piena di vita e amore però devi aprirti al mondo e scrivi, scrivi, non smettere mai di scrivere». Non so cosa lesse nel mio sguardo, ma oggi quelle parole ancora mi risuonano e preparano il passo come se continuamente dovessi entrare in un nuovo ordine compiendo un rito di iniziazione, un rito che sempre più mi avvicina alla mia personale Radura. Dio, Universo o in qualunque altro modo lo vogliate chiamare, con le sue dita aveva preparato per me l’incontro con quell’artista pugliese – di cui nonostante la vicinanza territoriale ignoravo l’esistenza – per rassicurarmi che il sentiero fosse quello giusto, che nella Poesia avrei trovato la mia semente. Riesco, allora, a consolidare la certezza che ogni incontro non è casuale, che ogni persona a cui ci avviciniamo, in realtà, già vive nel nostro inconscio e che (quindi) quell’uomo fosse un mio stesso riflesso poiché – solo dopo un’iniziale presentazione di circostanza – ebbe la capacità di dar voce ai miei dialoghi più intimi e nascosti, a quella penombra che spesso sentivo distendersi lungo l’uscio delle cose sconosciute.


Viandanti, se quell’arco temporale del viaggio venisse persuaso con tenera blandizia a non ridursi ai limiti meccanici dell’attesa e incominciasse a desiderare altre dimensioni più vive e tangibili, quasi subito ci accorgeremmo che la vera ricchezza non la si trova a destinazione ma tra quelle carrozze in transito. Infatti, volendo riprendere il mio racconto per lasciarvi qualcosa di vero e che duri oltre le mie stesse parole, è proprio lì – in uno di quei vagoni – che quel patrimonio eterogeneo trionfò attraverso la vicendevole lettura dei nostri versi, attraverso l’incontro-scontro tra le nostre distanze anagrafiche, di vita e di stile poetico.  E, al riguardo, quella sua ricerca di un linguaggio quotidiano scandito dal suono e da un fluire torrenziale quasi del tutto privo di punteggiatura – adesso – riporta alla mia mente una riflessione che sempre segue le rotaie di quel treno, le dinamiche che intercorrono tra viaggio e punto di arrivo.

Se a quella scrittura in cui le parole tra di loro risultano slegate accostassimo la frammentarietà, l’elemento della brevitas – che sicuramente in modo più immediato può favorire una risposta emotiva nel lettore – cercherei un approccio che non rispetta il classico tempo di lettura richiesto dai singoli vocaboli ma che, al contrario, lo distende e afferra negli spazi bianchi sia le pause di silenzio sia l’inespresso. Quel momento di folgorazione poetica, di improvvisa intuizione che consente soprattutto lo sbocciare di queste poesie più brevi non dovrebbe – dunque – condividere lo spirito privo di romanticismo di quell’ipotetica innovazione che spezza le leggi fisiche spazio-temporali: senza dubbio, nella loro essenzialità quei componimenti risvegliano prontamente uno stato del cuore – tuttavia – se ci lasciassimo condurre da quell’uomo in cravatta e riconoscessimo in quella destinazione priva di percorso, scomodità e confronto l’unica e reale meta, annulleremmo ogni significato etimologico del viaggio.


Io credo – viandanti – che quel viaticum, quelle provviste che ci portiamo da casa per affrontare un cammino dovrebbero essere alimentate dalla disposizione del nostro animo e, poiché non posso in alcun modo distinguere il percorso poetico da quello della vita, non riuscirei a non avvicinarmi con lo stessa vivacità sia alla lettura di quei versi che a quei momenti trascorsi nel convoglio ferroviario. Allora, con occhi più premurosi individueremmo nella brevitas quel pungolo che stimola i nostri passi ad avanzare e poi subito indietreggiare, a cercare l’indicibile tra le parole dei poeti. Inizieremmo a recuperare in quell’assenza di punteggiatura, che ci obbliga ad una maggiore meditazione, la storia e i turbamenti provati dall’autore per – successivamente – ricongiungerli ai nostri. Ecco che, come scrive Italo Calvino ne Gli amori difficili, potremmo accorgerci che al termine di un viaggio la vera notte d’amore è quella passata «in uno scomodo scompartimento di seconda classe»[1] e che – quindi – è nella durata dell’incontro e dello scambio con quei versi che si compie il senso più antico della lettura: la raccolta dei segni e la loro interpretazione.

Ne avrei tanti di racconti, di segni raccolti e interpretati lungo i vagoni, infiniti brevi momenti condivisi con perfetti sconosciuti che – nella loro limitatezza rispetto all’intero arco della vita – hanno ancora da dire qualcosa e riecheggiano con più fedeltà rispetto agli stessi propositi del viaggio.

Miei cari viandanti, probabilmente se anche solo per un attimo ci distaccassimo dalla frenesia quotidiana quei treni non ci apparirebbero più come dei meri mezzi di trasporto e – quella luce insistente che filtra e bussa dal finestrino – non solo creerebbe un pretesto per l’inizio di una comunicazione ma profetizzerebbe un lento, intimo e caldo progredire, fermata dopo fermata.

  • Valeria Pasquarelli, 2 dicembre 2024

 


[1] Italo Calvino, Gli amori difficili, Arnoldo Mondadori Editore S.p.A, Milano, 2015.

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