Tre inediti di Michele Lionetti

Mentre la penso

 

‘Se il nome/ fosse una conseguenza delle cose,/ di queste non potrei dirne una sola/ perché le cose sono fatti e i fatti/ in prospettiva sono appena cenere’

(E. Montale)

 

Ho una sfinge di promesse nella mente,

ma la lingua non è edipo,

né ha sacre confidenze

con l’enigma – e parole

avessi anche di magma,

comunque non avrei una bocca

forte da resistere alla fiamma delle cose …

Come luce troppo chiara

da indicare, perché non appaia

scura, dura da capire – dico, tuttavia:

colpisce ancora, il mio pallone

quel cartello della scuola elementare

‘Ariosto Ludovico’; dico:

sta ricrescendo,

sta ricrescendo, da qualche parte

la mia infanzia – mentre la penso.


D’estate muoiono anche le pietre

 

‘io guardo da lontano il mio paese, ancora fatto disfatto, offeso nel suo avvenire, e io penso il suo oltraggio, e la disperazione’

(E. Villa)

‘È morto solo chi pensa alle cicale’

(E. Montale)

 

D’estate muoiono anche le pietre

come cicale: piene di sole

e di sete. Dal mio balcone muto

appare un rosario di colombi

chiusi all’ombra di un ingiallito muro;

e poi pallide persiane, e quel lampione

ancora svelto dal lampo d’una sera, come maschera

rotta sul marciapiede. M’affaccio a sentire la voce

di quell’apollo di stoviglie che travaglia

a mezzogiorno, dalle case

lo sento risvegliarsi in un dialetto

stretto come denti d’animale –

Sud, che ci azzanna.

Sud, di maceria e di manna.

Sud, che mi fa pensare:

homo homini pus1. È Sud, la serratura

da cui – più inosservabile che mai –

il mondo spiamo come fosse una madre

che suda e piange zucchero e sale.

Gli altri non sanno

che qui ci fasciamo la testa

soltanto prima di sbatterla

al cielo.

 

1 trad. l’uomo è un’infezione per sé stesso.


È amara davvero

 

discendens ait

(Fedro)

 

Ti sei offesa perché ho detto:

‘ti hanno insegnato ad attaccare

l’asino dov’è che il suo padrone vuole –

ma l’asino sei tu!’.

Stizzita mi hai risposto

che proprio non capisco la grammatica

che impera negli uffici, nelle carte,

e che solo assomiglio a una volpe –

quella che la favola immagina già rossa,

furbissima, che non arriva all’uva

e dice che poi è amara.

Ma qui s’annida

ora l’inganno, l’intrigo: l’uva

è amara davvero, ma nessuno

più s’azzarda ad afferrarla:

si aspetta che marcisca

così che per paura di un’accusa

tutti dicano poi quanto sarebbe

stata buona, e dolce.

A questo punto, mi tengo stretta

la figura della volpe – ma per un altro verso,

per un altro aspetto: starò in silenzio,

e farò come certi uomini per sopravvivere

– come certe volpi –

fingersi morti, o sorridere.


La peculiarità degli inediti di Michele Lionetti – oggi nostri ospiti qui sulla Radura – che risalta subito all’occhio del lettore, certamente, è quella di una specifica esperienza grafica dietro la quale si pone l’intenzione, altrettanto specifica, dell’autore di costruire una narrazione poetica che abbia, a sua volta, una struttura definita tanto a livello metrico quanto a livello tematico. È, infatti, nell’uso che viene fatto delle numerose citazioni di autori classici spalmati su un asse temporale assai lungo – da Montale a Fedro passando da Emilio Villa, per intenderci – che i testi in questione si innestano sui rami della tradizione per raccontare la quotidianità vissuta dall’io. In tal senso, la virtù dell’autore sta tutta qui a ben vedere: laddove di fronte a un uso così denso di citazioni (fuori e dentro il corpo del testo poetico) si rischi di scivolare nella fossa infida del citazionismo, il canto dell’io riesce invece ad assimilarli alla propria voce, alle proprie immagini utilizzandole semmai come veri e propri strumenti di incursione nel quotidiano; dal riaffiorare dei ricordi dell’infanzia all’estate riarsa della terra d’origine fino all’intrico amaro tra amore e lavoro.

In tutto ciò l’altra singolarità riposa proprio nello sdoppiamento delle citazioni stesse: tra quelle isolate ed integrali, poste in apertura del testo e quelle invece fluidificate e disciolte all’interno dei versi. Tuttavia, entrambi i tipi riescono a svolgere la medesima funzione “incursiva”, appunto, lasciando al lettore la percezione di una continuità strutturale che aumenta poi, come accennato in apertura, di fronte alla resa grafica del testo. Tra l’uso particolarmente misurato da un parte di pause, assonanze, anafore, ripetizioni e via dicendo e, dall’altra, di aperture all’interno del testo stesso, scanalature tra i versi che slittano sui carrelli della metrica ora in avanti e ora di nuovo indietro, l’impressione melodica che ne deriva assume il corpo sonoro proprio di un oggetto della quotidianità così legata alla narrazione dell’io: una cassettiera ben montata e oliata che scorre senza problemi ora aprendo ora chiudendo agli occhi del lettore, quegli sprazzi di immagini corpose e vivide che si  alternano tra un verso e l’altro. Così, la realtà di ogni giorno rimane forse, per chi canta, sempre un poco opaca e solo parzialmente comprensibile ma, tuttavia, continua nella consapevolezza di attimi, disvelamenti giunti grazie alle parole di altri accorsi a legarsi insieme alle proprie, per tenersi stretta un’immagine, una melodia o un silenzio, in attesa del prossimo lampo che s’insinui tra le cose.

  • Paolo Andrea Pasquetti, 25 settembre 2024

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