Le cose continuarono a rimanere ferme e a non concedere segnali né sospiri.
Le cose diventarono facce che, nella guazza di terra e acqua, divennero fango, e poi forme, e per finire pietra lontana,
mentre Gabriel esortava la pioggia a riempire la pozza, gli squarci a reagire, a vomitare un segnale per lui, la donna e le altre statue, ricevendo in cambio poco più che sbuffi di coraggio e inviti al riposo.
Ci sarà da stancare le dita, tutto è in assetto, aspetta e se non riesci muori ancora un altro poco, suda, trema, cammina in cerchio, abbandona la melma se vuoi, le tue gambe lo meritano… è giusto per te, cerca il pulito, cercalo e fanne il tuo rosario.
Ma non ti avvicinare all’ombra, lascia che marcisca, non ti avvicinare. Perché la scuoti, perché le urli addosso?
“Cosa vuoi? Non capisco cosa vuoi. Hai troppa luce, poca luce, poca memoria, nessuna memoria, niente sangue, nessuna ferita? Volevi l’acqua, avevi sete, volevi la rabbia, il ghiaccio, la noia, le messe, le feste, i balletti? Volevi i balletti, una casa per i balletti e poi abbandonare la casa. Cosa vuoi?”
“Guarda la luna, Gabriel, scompare. E tu rimarrai vivo.”


Molti si limitarono a proseguire il destino e respirare, immobili nel sudore, sempre necessario.
Una stretta ostinata continuava invece ad accanirsi in cerimonie come la pulizia dei crani o nella progettazione della processione futura, disegnando i percorsi sugli strati di terra accumulati.
Bisognava lasciarli fare, senza interrompere giochi e bozzetti e rischiare la catalessi, in una stagione dove la sonnolenza era già in eccesso, tra le narici e nel dormiveglia dei ricordi di ricchezze e bagni di ghiaccio, gomme sulle labbra e oro liquido a riempire i bicchieri. Bisognava convivere tra gli appagati e chi pensava ancora di dover essere perdonato, e si affannava ad appoggiare sulle ultime lamiere e specchi su cui versare vernici. Le tinture, colando, storsero i riflessi; le mani presero le forme dei rami e dei busti, e l’ombelico si stringeva verso l’interno, raggiungeva l’anima per recuperare le sembianze del Dio, in aperta lotta con chi decise di lasciarsi inghiottire nella certezza di diventare il Dio.
Qualunque sia la croce, ogni sfogo andrà comunque a formare la verità e aria nuova.
- Un racconto di: Gianni Romano
In copertina: Jean-Baptiste Siméon Chardin, Stilleben mit Brioche, 1763.