Il linguaggio della luce – attraverso Una lunghissima ombra di Andrea Laszlo De Simone

È come se improvvisamente tessiture orchestrali di festa rompessero il silenzio di un paese addormentato, come se una marcia ancestrale che giunge da molto lontano sempre di più si avvicinasse tamburellando, dum… dum…, per affievolirsi – poi – solo dopo un urlo che supera l’umano, un unico urlo acuto e drammatico che –  ovattato da un ronzio di fondo – inizierebbe a distendersi, a legittimarsi moltiplicandosi per poter esprimere pienamente la propria presenza nello spazio.

Il buio è uno spazio da abitare.

Attraverso riverberi e pulsazioni invisibili il suo respiro che è cosmico e primordiale, che rievoca l’inizio dell’universo e di ogni cosa – allora – si impone con solenne trambusto sulle coscienze di quel popolo avvolto nel tepore per svelare la propria spinta creatrice.


Ed è Andrea Laszlo De Simone – in un campo sonoro e visivo cauto e afferrabile – a proiettarcelo così, a prepararci alla sua Una lunghissima ombra con un preludio che sembrerebbe provenire da un tempo che non coincide semplicemente con la nascita del suo nuovo album ma che – addirittura – troverebbe le proprie radici nelle stesse del creato, in quel luogo che vive anche dentro di noi e che grazie alle mani di Krónos riesce a tramutare il nulla in suono e il suono in luce.

Forse, è da un antico grammofono che la sua voce si diffonde, una voce distante graffiata da epoche e galassie, una voce che non appartiene più ad un corpo ma ad una memoria universale che con i suoi battiti di tamburo fa riecheggiare il palpito originario.

È esattamente da lì che Il buio attuerebbe la propria epiphàneia portando a compimento la propria natura, ciò che già è dentro di sé: quindi, tutto ciò che segue – la luce, l’ombra, il ritorno al buio – non è che il dispiegarsi di quel soffio vitale primigenio, l’espansione di una coscienza che prende forma nel suono.

La primissima emanazione della luce – allora – seguirebbe quel gesto orfico che apre le impercettibili feritoie ancora incerte del giorno, quel Canto germinale in cui i suoi infiniti pulviscoli fluttuano in una danza circolare – che ricorda quella aggraziata delle dodici figure femminili di Previati – per cercare di raggiungere la propria pienezza e armonia in quel presente che è eterno poiché non conosce altro che sé stesso.

E se tutto ciò che si rannicchiava in posizione fetale, per proteggersi, si desta grazie a quel respiro musicale – tuttavia – è sempre grazie ad Esso che non smette di ricordare che «trovare l’alba dentro l’imbrunire»[1] non significa annullare il buio ma attraversarlo.


Così è da questa oscillazione continua tra luce e buio, da questo incontro che brucia e trasforma senza distruggere che quelle particelle iniziano davvero a pulsare, a rincorrersi e riconoscersi, a scoppiettare come le resine della legna: il carbonio, abbracciandosi ardentemente con l’ossigeno dell’aria, libera energia e disegna la prima fiamma, il primo Ricordo tattile del mondo, una luce che non abbaglia ma scalda e custodisce ogni percezione conquistata.

Inevitabilmente, è in questo momento di passaggio che la visione di Novalis diviene quella fiaccola che rischiara e assicura quell’accordo segreto in cui la luce promette di non uccidere mai La notte ma di parlarle, di trovare un proprio linguaggio per non essere mera apparizione ma manifestazione dell’interiorità che prende forma dall’oscurità.

Ed è proprio attraverso questo nuovo sentiero lemmatico – un percorso di diciassette brani che si richiamano come lemmi di un unico discorso cosmico – che De Simone ci conduce nel nostro microcosmo, quel luogo in cui febbrilmente i nostri pensieri non smettono di tormentarci.

È come se per l’intera durata dell’album – e anche dopo – costantemente ci mettesse e togliesse dalla fronte quel panno umido, quell’unguento che tiene a bada la sofferenza per prepararci – poco a poco – a sentire circolare sempre più liberamente l’infiammazione nel nostro sangue.

La luce, allora, non è soltanto oggetto del mutamento ma diviene – soprattutto – lo strumento che ci guida a decifrare le lunghissime ombre che si abbattono su di noi quando restiamo intrappolati nella trama sottile e tenace tessuta dai sensi di colpa, dalla nostalgia di ciò che si è dissolto e dal timore del futuro che avanza in silenzio.


Iniziamo, così, a confrontarci con la Diffrazione della nostra stessa luce, quel fenomeno fisico-interiore che ci costringe a riconoscere come ogni bagliore – una volta attraversato dall’esperienza – cambi traiettoria e si frantumi in molteplici sfumature di sé per poi – nel necessario processo di Rifrazionelasciarsi incrinare, attraversare e trasformare dalle cose conservando, però, sempre la propria essenza.

In questo alternarsi di dispersione e metamorfosi, di perdita e rinascita si riflette l’anima dell’album.

Ogni traccia è una deviazione, una nuova angolazione della stessa energia luminosa che, nel suo fluire, ci aiuta a riconciliarci con le nostre incrinature per poter infine – come la luce che si specchia nel proprio mistero – imparare a interrogarci su noi stessi.

Allora, le richieste pulsanti «Noi / Cosa sappiamo di noi? / Cosa ci illumina? / Cosa ci spinge? / Cosa ci domina?»[2] che rimbombano in Non è reale potrebbero essere anche le nostre, domande che, tuttavia, non nascono per cercare una risposta ma un ascolto poiché la verità – esattamente come la luce – esiste solo nel suo continuo farsi e disfarsi, tra la limpidezza e l’ombra.

E così – «quando viene sera»[3]pure noi proiettiamo la nostra «lunghissima ombra»[4], ma possiamo farlo con la consapevolezza che essa è la misura invisibile della distanza e dell’appartenenza che ci lega all’universo, che in essa convivono le nostre preghiere e le nostre attese, le nostre luci e i nostri bui e che – forse più di ogni altra cosa – è proprio lì, in quella penombra infinita, che riusciamo davvero a riconoscerci e a planare – almeno per un istante – «sui raggi del sole»[5].

  • Valeria Pasquarelli, 1 dicembre 2025

[1] Prospettiva Nevski, Franco Battiato, in Patriots, EMI Italiana, 1980, v. 30.

[2] Non è reale, Andrea Laszlo De Simone, in Una lunghissima ombra, 42 Records, 2025, vv. 1-5.

[3] Ivi, Una lunghissima ombra, v. 3.

[4] Ibidem, v. 4.

[5] Ivi, Planando sui raggi del sole, v. 14.

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