Tre poesie da Atlante delle ferite di Stefano Calemme

Ad oggi il gioco che ci lega

è trovare la giusta posizione

alle curve distratte delle labbra.

Prova a spostare un po’ il bacio

verso l’aria che lo sorregge,

troveresti le nuove regole del patto

che duri di più tu di tutte le singole parti

delle cose eterne.

Ogni tempo ha un imprevisto

in cui è ancora bello inciampare insieme,

sto con te imperfetto in migliaia di voci

fino a quando l’urlo sarà solo mio

la tua una scia lontana, del tradimento

alla vita che mi ha fatto morire veloce.


Se ti scrivo

tornano ad esistere tutte le parole

salite al silenzio e quelle cadute

nel palmo dove la vita e la morte

raccolgono le lacrime di chi in bilico

non sa.

Ci sono lettere più dure

che mi sanguinano di ricordo,

altre restituite al custode della tua ora

futura in cui non scocco mai. Se resisto

alla fine avrò ancora una pagina

da indossare, un corpo depositato al margine

pesante come l’aria di chi tradisce.


Tu che fai compagnia ai giorni di notte

quando l’idea di un loro vecchio tempo

trascorso a brillare ora li tiene svegli

mentre allungano la coperta

per un calore che non ne prosciughi il volto,

concedimi fra i loro segreti gli impolverati

ai margini dello scrigno, lo slancio

con cui cercano di saltare indietro

nei calendari in cui la vita sembrava fiorire.

Magari così saprei immaginare la forma del mio letto

quando quell’insonnia prenderà me

e tutte le mie ossa cammineranno senza meta

alla ricerca del loro angolo di riposo.


Non sempre scrivere dei propri frammenti, dei propri distacchi ancora vivi e sanguinanti si risolve in un’operazione fortunata: c’è sempre il rischio dello scivolìo dentro il canale dell’autoreferenzialità che ingorga il canto, inghiotte la parola in una sfocatura più densa del solito. Stefano Calemme, tuttavia, riesce bene a superare questa impasse comune: già a una prima lettura dei versi tratti dalla sua raccolta Atlante delle ferite (Fara Editore, 2025) che oggi ospitiamo sulla Radura, infatti, risulta abbastanza chiaro come l’io che li compone, li narra al lettore abbia già sapientemente avviato un’operazione di auto esegesi cronologica, spezzettata lungo il tempo del passaggio del dolore. C’è proprio, in effetti, la volontà riconoscibile di disporre attraverso la partitura metrica un sistema di coordinate emotive, temporali e psicologiche che possano offrire un risultato, probabilmente, ben definito non tanto a chi (ora) legge quanto a chi ha (prima) scritto: rammemorarsi di sé e dei propri inciampi, dei tagli interni che ancora bruciano sulla lingua.

Allora, l’intento principale – che dà luogo all’operazione altrettanto principale – della raccolta sta proprio in questo tornare scrivere a sé, per sé e all’altro e per l’altro. L’immagine posteriorizzata nel verso diventa quindi il simbolo, la tessera screziata dal colore che insieme alle altre compone man mano, strofa dopo strofa il mosaico della storia della propria crescita nel mondo. E la crescita si distende nel distacco, nella spaccatura di un pezzo del ricalco che si è perso lungo il cammino ma, al contempo, nel guadagno che resta nel trasformarlo in un ricordo che ancora scalda e brilla sul fondo. Rileggersi, ricantarsi nel tempo è illuminare la strada che si ha di fronte nel resto.

  • Paolo Andrea Pasquetti, 08/10/2025

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