Tre poesie da Ismi di Mirea Borgia

predicavamo il sogno, in riva

il simbolo aveva lasciato le vestigia

il mare e i morti a cancellare tutto

 

dio si era già confessato orfano

 

eppure, restavamo ancora dritti

‒ di umanità infine ‒ decretando

le norme della nostra visione

 

fine dell’umanità, primo punto

libera la rotazione di accelerarsi


resistiamo alla stagione secca

mentre il fiume pensa le ore a scorrere

e il divenire si scopre immobile

 

osserviamo

ma guardiamo altro

 

un ragno che cede la sua pigna

schiantata dall’alto

il tronco ustionato che spiega l’impatto

 

e ogni cosa appare contorta

perché non vegliamo

 

e ogni cosa si volta

lasciandoci come siamo

nati nudi lagnosi e sporchi

ad amare senza proferire

e divorare senza cacciare

 

perché l’incompreso sia comunque nostro

 

precoce nel dirci

che stiamo ingannando l’attesa

che la realtà si realizza sempre

che radunarci ci consola


in questo giorno

e in tutte le ore del domani

il pavimento freddo tirerà a lucido l’uomo

soffocherà l’identità che scopre nella graffiatura

scivolerà di olio cera sguardi e volti tersi

e in questo giorno

 

e in tutte le ore del domani

dovrò turbare il sonno dei morti

appesi alle pareti invano

pestare merda nascosta nell’erba del vicino

e ancora

perdonare la mia rinnovata sobrietà


Nello scorcio di Ismi (Il Convivio Editore, 2025) che Mirea Borgia ci offre oggi con le tre poesie poste tra i sentieri della Radura, la convinzione che vien fuori per chi legge è quella di un atto di veglia su ciò che resta della parola dopo il balzo, il fuoco, l’esser stata strappata da un’appartenenza originaria. L’io che abita la narrazione di questi componimenti accetta con uno spartito decisamente assertivo – di quell’assertività tipica dell’adepto che veglia in attesa di un ritorno dell’evento – di lavorare e modulare il proprio canto sulle ceneri, sui segni incavati sulle superfici nei quali infondere di nuovo il simbolo fuggito nel tempo e nella caduta del mondo circostante. E un io che gioca sul filo dell’auto negazione, del diniego quasi autoironico per sviare dal proprio sentiero agli occhi esterni, evitare di rivelare il segreto della propria iniziazione a un mondo nuovo e più spesso sotto le mani. Per questo l’andamento è franto, interrotto in singulti dove si afferma di non vegliare, di sbiadire tra cose contorte, di auto ingannarsi in attesa di altro impastando il linguaggio dallo scarto, dal turpiloquio incandescente per trattare con forza ciò scorre sotterraneamente, dentro di sé.

«È osceno il mondo» sembra dirci l’io nel suo canto «e osceno il passaggio da percorrere per riscattarlo». Bisogna inzupparsi nei liquami più neri e sudici, strappare la lingua ai morti dove essersi cavata la propria per poter arrivare a vegliare su ciò che resta, muti sul fondo del proprio interno più nero. Così, i versi di Borgia riescono a fare qualcosa che, nella poesia contemporanea è tutt’altro che scontato e abbastanza raro: realizzarsi – attraverso il testo e le immagini sulle quali si costruiscono – in simbolo, allo sguardo del lettore, di una figura seduta e vegliante che non parla ma, col braccio levato, indica un segno, un luogo e un cammino da percorrere e a sua volta percorso. Nella via di là da venire il canto è lo scorno dell’orfanità slegata, dell’attesa sulla riva dei morti spiaggiati. Ma in questa discesa sul fondo si cela il compenso di un possesso ritrovato, perché mutato tra le proprie mani.

  • Paolo Andrea Pasquetti, 20 agosto 2025

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