predicavamo il sogno, in riva
il simbolo aveva lasciato le vestigia
il mare e i morti a cancellare tutto
dio si era già confessato orfano
eppure, restavamo ancora dritti
‒ di umanità infine ‒ decretando
le norme della nostra visione
fine dell’umanità, primo punto
libera la rotazione di accelerarsi
resistiamo alla stagione secca
mentre il fiume pensa le ore a scorrere
e il divenire si scopre immobile
osserviamo
ma guardiamo altro
un ragno che cede la sua pigna
schiantata dall’alto
il tronco ustionato che spiega l’impatto
e ogni cosa appare contorta
perché non vegliamo
e ogni cosa si volta
lasciandoci come siamo
nati nudi lagnosi e sporchi
ad amare senza proferire
e divorare senza cacciare
perché l’incompreso sia comunque nostro
precoce nel dirci
che stiamo ingannando l’attesa
che la realtà si realizza sempre
che radunarci ci consola
in questo giorno
e in tutte le ore del domani
il pavimento freddo tirerà a lucido l’uomo
soffocherà l’identità che scopre nella graffiatura
scivolerà di olio cera sguardi e volti tersi
e in questo giorno
e in tutte le ore del domani
dovrò turbare il sonno dei morti
appesi alle pareti invano
pestare merda nascosta nell’erba del vicino
e ancora
perdonare la mia rinnovata sobrietà
Nello scorcio di Ismi (Il Convivio Editore, 2025) che Mirea Borgia ci offre oggi con le tre poesie poste tra i sentieri della Radura, la convinzione che vien fuori per chi legge è quella di un atto di veglia su ciò che resta della parola dopo il balzo, il fuoco, l’esser stata strappata da un’appartenenza originaria. L’io che abita la narrazione di questi componimenti accetta con uno spartito decisamente assertivo – di quell’assertività tipica dell’adepto che veglia in attesa di un ritorno dell’evento – di lavorare e modulare il proprio canto sulle ceneri, sui segni incavati sulle superfici nei quali infondere di nuovo il simbolo fuggito nel tempo e nella caduta del mondo circostante. E un io che gioca sul filo dell’auto negazione, del diniego quasi autoironico per sviare dal proprio sentiero agli occhi esterni, evitare di rivelare il segreto della propria iniziazione a un mondo nuovo e più spesso sotto le mani. Per questo l’andamento è franto, interrotto in singulti dove si afferma di non vegliare, di sbiadire tra cose contorte, di auto ingannarsi in attesa di altro impastando il linguaggio dallo scarto, dal turpiloquio incandescente per trattare con forza ciò scorre sotterraneamente, dentro di sé.
«È osceno il mondo» sembra dirci l’io nel suo canto «e osceno il passaggio da percorrere per riscattarlo». Bisogna inzupparsi nei liquami più neri e sudici, strappare la lingua ai morti dove essersi cavata la propria per poter arrivare a vegliare su ciò che resta, muti sul fondo del proprio interno più nero. Così, i versi di Borgia riescono a fare qualcosa che, nella poesia contemporanea è tutt’altro che scontato e abbastanza raro: realizzarsi – attraverso il testo e le immagini sulle quali si costruiscono – in simbolo, allo sguardo del lettore, di una figura seduta e vegliante che non parla ma, col braccio levato, indica un segno, un luogo e un cammino da percorrere e a sua volta percorso. Nella via di là da venire il canto è lo scorno dell’orfanità slegata, dell’attesa sulla riva dei morti spiaggiati. Ma in questa discesa sul fondo si cela il compenso di un possesso ritrovato, perché mutato tra le proprie mani.
- Paolo Andrea Pasquetti, 20 agosto 2025