Tre poesie da Spaesato di Luigi Mariani

Verso l’ufficio

 

, come esserci ancora, nonostante.

Come respirare piano il passo,

giù per Bourke Street, insieme:

io, il venditore ambulante e l’operaio stanco,

che scava in un tronco il suo riposo. Ritrovare persino lì,

nel muso dell’auto che sporge dal muro,

nel sole basso sul cantiere,

un sole altro, diverso, immutato

già sorto da tempo alle nostre spalle.


Raqqa

 

Siamo rovine nelle mani di Dio

ferite aperte che sanguinano nel deserto.

Pietà di noi, agnelli sacrificali, pietà di noi,

immolati sopra questi nudi altari,

siamo libagioni per mostri sotterranei

corpi intrappolati sotto strati di storia.

Qui la terra tremò in silenzio, allora

quando un solo giorno durava un’era

e silenziosa la polvere si posa, ora

sul crollo, sul collasso di ogni cosa.

Eppure c’è chi ancora veglia, qui,

chi impasta il fango per ricostruire,

pietra dopo pietra, il senso della vita

in questo eterno cimitero in fiore


Conversazione a Dohuk

 

“Non abbiamo amici, ma montagne”

(detto curdo)

 

Ti chiedo se leggi libri, quando vai in montagna,

che mi riesce difficile immaginarti solo,

al centro del mondo, senza niente o nessuno

a dare compimento al tempo che tieni sospeso.

E tu mi guardi come fossi io, quello solo,

che ancora non ha compreso l’allineamento

dei pianeti, o quale altro nascosto segreto

la natura ci ha rivelato dentro. Io,

il vagabondo errante che ha perso il filo

o il segno fra le pagine di ben altro libro.

«Leggo i fiumi e le stelle, parlo col fuoco – dici –

non ho bisogno di nulla che alimenti il mio ego».

Annuisco, perché altro non so fare

mentre ascolto le tue storie. Divento clandestino,

                                                                        ti seguo

nel silenzio sacro delle notti senza guerre;

corpo che lascia forme nella neve

e nelle acque dei torrenti; anima leggera,

che intreccia balli nella pioggia

scruta gli orizzonti, in attesa della bufera

si nasconde fra le nubi basse, portate dai venti


La poesia di Luigi Mariani, per come si distende nelle sua raccolta Spaesato (Nulla Die Edizioni, 2024), è senz’altro una parola di sentiero, di raccolta e incontro dei passi tanto dell’io che li narra tanto di quelli degli altri che il primo ascolta, assorbe e rielabora in un canto che, a tutti gli effetti, prende qui la forma quasi di altri, canti, da viaggio e per il viaggio. Quello che, infatti, risulta più interessante nel lavoro poetico dell’autore, dallo scorcio di testi che oggi trovano luogo qui, negli spazi della Radura, è senza dubbio una certa costruzione narrativa del verso poetico, una tensione a distendere, appunto, sulla pagina l’idea di un itinerario che non trova la sua realizzazione tanto nello sguardo dell’io di per sé nei luoghi che visita e osserva quanto, semmai, in ciò che quei luoghi stessi possono offrirgli a patto di un dialogo, un incontro sincero che a loro volta, per innescarsi narrativamente e sensibilmente, richiedano a priori di una sorta di decostruzione dell’io stesso che in quel dato momento li attraversa con i propri passi.

Questo “io” sì, compare grammaticamente, sintatticamente nel verso ma solo – per stessa ammissione del racconto poetico medesimo – in funzione di uno spaesamento, un vagabondaggio sfilato dal mondo e dalle cose che cerca, appunto, un esserci ancora, in un luogo. Eppure, è proprio su questa consapevolezza di una perdita soggettiva, di una delocalizzazione della propria voce che l’io può dirsi «insieme» agli altri e alle cose che incontra: è proprio in questo incontro che avviene ogni volta, nel verso che lo canta, un riconoscimento e un riconoscersi al mondo e nel mondo. Non importa se lo spazio di sfondo cambi: dalla metropoli al deserto, dalla calma al sangue della rovina al silenzio centripeto di un monte che assorbe ogni pensiero stanco per il cammino: essere insieme richiede, sempre, un disallineamento dei propri poli interni, per ritrovarsi intesi e allineati con quelli degli altri. E la parola affida questo riallinearsi al racconto del verso, un tentativo di tracciare a posteriori una traiettoria, una mappa interiore per tornare ad essere-in dopo essere-stati-con e, per questo, riscoprirsi forse più nitidi una volta tornati.

  • Paolo Andrea Pasquetti, 6 agosto 2025

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