LUNA-MADRE / STREGA-FALENA
A Craco,
sotto la Luna-Madre,
le donne non partoriscono più,
anche gli specchi
sono luci di pietra.
Dietro le volte del Conciaossa
nidifica il nibbio reale.
Le erbe officinali
hanno messo radici
più dell’olivo e del fico
e il nostro respiro
è avvelenato
dal giusquiamo.
L’atropina
scorre nei vasi linfatici
di un cielo miniato dai dèmoni.
In fondo alla navata sfondata
della Chiesa Madre,
la Veronica sconsacrata
dalla Strega-Falena.
LA TORRE NORMANNA
Nello scheletro di Craco
la Torre Normanna
è una colonna vertebrale,
nella cisterna del ventre
non conserva
sementi d’orzo e di grano,
non scaglia più frecce,
non zampilla più olio,
non trasuda catrame.
Nel plenilunio è invasa
da alluvioni di taccole e corvi,
d’estate si rigonfia
di un mestruo d’insetti
e d’inverno induce
ipnosi di nevi lunari.
Dappertutto,
un frinire della materia.
A Craco,
un orologio di marna
si sfalda giorno dopo giorno
nella mia gabbia toracica.
MEZZOGIORNO
Negli incubi estivi di Craco,
all’ora meridiana,
per strade assolate,
passano le processioni
di Erberto ed Arnaldo,
spettri con tuniche
e piviali di porpora,
le barbe ornate con filamenti
d’oro e di crusca.
Le madonne di Montalbano e di Tursi
franano da absidi scolpite in calanchi pluviali.
Fermentano mostarde d’uva e formaggio
nell’afa di case desolate,
dove sibilano ancora serpi
e battono ali di tafani.
Le contadine,
le Sempre-Madri di Craco,
tingono le volte azzurre
con sangue dolce di maiale
che è sangue del sangue di Craco.
La parola è, senz’altro, un modo, una postura di raccolta dei frammenti del mondo: un’azione successiva che tenta poi, tra quello che è rimasto tra le mani, un rincastro tra i bordi smussati e scheggiati nella speranza, forse, di una nuova coincidenza per sé stessi attraverso l’atto continuo e costante del canto, del verbo che dice le cose racimolate dal proprio sguardo. Se c’è un’operazione che delinea e definisce il solco che sta dietro e allo stesso tempo davanti Craco, la prima raccolta di Giovanni Magliocco (Edizioni La Gru, 2024), possiamo pensare a buona ragione che sia proprio quella descritta qui sopra. Le tre poesie tratte dalla medesima silloge che oggi ospitiamo sulla Radura, infatti, si offrono prima di tutto graficamente, formalmente e visivamente all’occhio del lettore come una disposizione di cocci lemmatici, frammenti di testo spezzati dentro la pagina proprio perché nati dall’assorbimento di frammenti del reale di una realtà – quella del borgo abbandonato di Craco – che nell’idea dell’autore assume su di sé la veste simbolica della frammentarietà stessa, della reliquia corrotta nel e dal tempo e che, tuttavia, invita lo sguardo dell’io a poggiarsi all’interno dei suoi luoghi più folti: c’è qualcosa di sacro benché – e proprio per questo, anzi – distorto che attende ad ogni angolo di essere ri-narrato perché (di nuovo) ri-visto con lo sguardo unico del cantore disperso nel mondo moderno che è andato avanti nel tempo ma sente, nelle sue corde, la possibilità di un rilancio, un recupero ora di un pezzo ora di un altro accettandone la storia svilita e infetta che ognuno di essi tramanda.
I testi di Craco diventano, allora, la riproposizione attiva di questa raccolta auto-narrante di brandelli di spazi, stralci di vite: così, infatti, nello spazio delimitato e frastagliato di ogni strofa il frammento in versi si popola di personaggi, azioni, immagini quasi ierofaniche che sembrano spingere per agganciarsi alla parte che manca, lo spazio svuotato che le separa dalla strofa accanto-e-sotto i cui bordi non coincidono mai del tutto. Ma è questa concisione costantemente disattesa – prima di tutto allo sguardo che al verbo – a dare vita a quella tensione incandescente che permette a ogni frammento di auto-narrarsi attraverso la voce dell’io che, prima, li ha guardati e per questo raccolti. E il racconto diventa, in un certo senso, un riscatto nel momento in cui è posto di fronte al proprio sgretolamento: sopra c’è, comunque, una voce che lo ricorda nel tempo.
- Paolo Andrea Pasquetti, 13 agosto 2025