Grindavík
Le doglie all’albeggiare degli incendi islandesi
Dai secoli a noi resi, l’aurora delle zolle
Legata in reticelle sconosciute alle foglie
In riposo sui cieli ho visto, e all’astro nero;
Forzo un nodo nel collo ricacciando via il pianto
Presentita la faglia sottintesa alle cose.
Questo udì anche il vegliardo arrivare al suo letto:
Sconforto al suo cospetto, e di tutte le forze
Non fu che un Sì di lacrima; è sublime la resa.
Antinoo
La testa pallida d’un manichino
con gli occhi al cielo, lunare, divelta
dal collo stava accanto a me, sgomenta
mentre scuotevi gli astragali a riva
e dondolavi le gambe sul fiume
come mia madre, sul ponte che vedi,
fredde le mani, fin quasi al confine –
ed io ti entravo nel collo sottile
sentendolo esile, docile al vento
in così denso accalcarsi in un punto
di luce e allerta, colpevole ebbrezza
che vidi nel mio fiume irrequieto;
Sai, c’è una fitta singolarità
varcata la tua porta sorridente
in cui s’incontrano simboli opposti
di vita e morte, e quel giorno fu un rito
che vissi lì con te nell’ansia muta
con cui passai dalla morte alla vita.
Nelle poesie di Rosario Cambrea che oggi trovano luogo, sedimento e riparo nella Radura si può ben immaginare, probabilmente, l’idea antica – e per questo, radicalmente vera – del poeta che si pone dentro i luoghi che narra e là performa il suo canto, battendo sul terreno il ritmo col suo bastone ed i piedi. C’è, infatti, una fortissima musicalità nei versi di Cambrea che risulta costruita tutt’altro che in maniera inconsapevole e fortuita: anzi, l’agglomerato lessicale di rime, assonanze e consonanze disposte nei versi riescono perfettamente a creare lo scorrere di onde marine o di correnti fluviali attorno alle quali si dipinge e viene dipinta la narrazione dell’io. La stessa conformazione grafica dei componimenti, densa e spessa eppure vistosamente fluida al suo interno – nel passaggio da un verso a quello successivo e così via – offre al lettore con la chiarezza del simbolo poetico più antico l’idea del fluire del canto nel mondo e tra le sue cose.
L’occhio del canto, dentro e fuori le correnti dei luoghi, osserva e descrive cose e persone toccandone con le parole le apparenze esteriori simultaneamente a quelle interiori (gli astragali e le gambe, il nodo e il collo) intrecciandole in una comune rappresentazione visiva, visuale ai colori, alle partiture cromatiche di ogni scena che avvolgono il racconto e si dispongono con intensità nella mente di chi legge. E, in qualche modo, alla fine dell’ultimo verso ogni volta il rito risulta compiuto, il canto ha raggiunto il suo scopo: mostrare una connessione sottesa alle cose, un legame che brucia nelle faglie più profonde del mondo dove guardare, dove seguirne il corso fino a una foce. Lì, forse, ritrovare il proprio corpo dove lo si era lasciato all’inizio del viaggio della voce, la propria e quella di tutti.
- Paolo Andrea Pasquetti, 25 giugno 2025