Spesso non scrivo perché non ho niente da dire.
E se scrivo è puro esercizio formale, è scrivere scrivere
parole che agli altri non faranno mai male, è fare qualcosa
di veramente importante, stilare il vademecum fondamentale:
tendere l’arco e mai tirare, scrivere avvisare sbraitare
di tenersi a debita distanza dall’animale, dalla bestia di sangue
che finge, se dorme, di non ascoltare.
Se penso che uno di questi giorni
la pazzia deciderà di prendermi sul serio,
spero che almeno mi venga esaudito un ultimo desiderio:
battere la mia acerrima nemica sul fattore tempo
impazzire, per prima, a tradimento.
(Gli occhi adagiati sui palmi delle mani,
chiusi in silenzio, aspettano
– intanto ecco il bagno di marmo
e la camera pesca-arancio).
Così inizia sempre la discesa, così l’intraprendenza
di un movimento lento e bisbetico,
così l’ossessione che sia stato tutto
un terribile fraintendimento.
Nei testi di Annarita Di Palma – tratti dalla sua raccolta I cani neri possono aspettare (Affiori, 2025) – che oggi trovano una pausa dal loro sentiero qui sulla Radura, il gesto della scrittura poetica sembra volersi assorbire tutto in un esercizio, fisico e verbale, proprio dell’io che solo sulla superficie delle parole vuol apparire distaccato dal proprio sé per poi alludere, tra le intercapedini dei versi, a una discesa che scricchiola costantemente alle pareti interiori alle quali si resta aggrappati. Infatti, l’impronta stilistica dell’autrice si distende nella forma quasi di un ritornello costante ripetuto a bassa voce per sé stessi, più che per gli altri: un ritmo da scandire accovacciati in un angolo dei propri luoghi per tenere saldo un sentiero tra i margini che sbiadiscono ad ogni scalino percorso verso il fondo. Ripetizioni, rime e assonanze legate ad un lessico quotidiano e, in un certo qual senso, colloquiale – ma di un colloquio senza filtri con la propria mente, i propri contorni del corpo – livellano ad ogni verso un andamento scorrevole, in grado di accompagnare chi legge in questa sensazione di discesa progressiva all’interno dell’io stesso.
E l’io, dunque, scrive e scrive per dare non tanto una coordinata di discesa ai suoi passi, alle sue mani che sfiorano le pareti buie nascoste quanto, semmai, un velo che copra il varco aperto lì in alto, una membrana di lemmi che rassicuri sul fatto che – ad ogni modo – ci sia sempre un corpo che contenga sé stessi, una membrana esterna che possa reggere l’urto dal di dentro nonostante (e soprattutto) sia porosa e lasci sempre la possibilità di una discesa ulteriore, più che di un’emersione. La parola, allora, diventa nella voce assorta e accorta dell’io quella scelta – dettata dalla consapevolezza di sé – di coprire e avvolgere le cose non per comprenderle ma per avvertirle, e avvertirsi di loro. Scegliere, anche, di poter squarciare poi quel velo battendo sul tempo una riemersione che sta, comunque e sempre, in agguato: più che affrontarla, cantarla in attesa di un’altra discesa avviluppati insieme, insieme legati dalla parola.
- Paolo Andrea Pasquetti, 23 aprile 2025