Tre inediti di Andrea Loliva

costruisco una casa con le mani che ho tenuto nascoste.

nato con le mani per costruire case

immagino percorsi di muri

chiudere gli spazi, amore di materiali

plastici

modellabili

 

finisco pietra su pietra e mattoni

roccia cruda che non guarda

fondamenta sepolte

sono l’ampio spazio che respira l’edificio

nuovo, immacolato, io cavo

vergine pronto ad ospitare l’immensa catastrofe

della tua vita frequente


pratica il segno con il ramo

lo stesso che si usa per avvicinare i frutti più lontani

e ora questa è la casa, due minuti più tardi 

diventa la gabbia e il gioco si scopre

 

intanto il becco è riuscito a strappare l’ultimo fico rimasto

e porta con sé questi semi altrove

lo sguardo segue la parabola del volo

la sente tra le dita, le piume non hanno suono

si dissolvono e così è in alto


i piedi per terra e le mani nel succo rosso delle ciliegie
snocciolate una ad una con il rocchetto che affonda nella polpa
chirurgicamente
fino al cuore saldo e solido.
Lo tira alla luce dove ognuno dei nostri due occhi
convalida, affronta, soppesa
che sia bello e brutto, paradiso e inferno
e via in vasi canopi di marmellata
chiusi questa estate che siamo insieme
riaperti la prossima vita
sostanza al di là


Nello sguardo di chi narra tra i versi, in questi inediti di Andrea Loliva oggi ospiti della Radura, la poesia è strumento concreto, materiale e artigianale per farsi casa, costruirsi e ricostruirsi uno spazio nel mondo dove poter assomigliare a ciò che si conosce di sé e degli altri. L’impressione metrica di un costruire costante, di modellare impalcature tra un verso e l’altro e tirar su murature distinte e stabili in ogni strofa si offre al lettore proprio dalla medesima costruzione ritmica dei componimenti: nonostante, infatti, l’assenza pressoché totale della punteggiatura e di una omogeneità sillabica tra i versi stessi ognuno di essi, tuttavia, alla lettura sembra ritagliarsi un tempo, una battuta tutta sua e ben stabilita che si intervalla a quella del verso precedente e subito successivo. C’è, per l’appunto, una formula sintattica (e, di conseguenza, metrica) che si ripete nei testi dell’autore che trova la sua realizzazione più evidente nell’aprire il verso ora con un verbo alla prima persona o un participio, ora con un sostantivo o un aggettivo estremamente vivido e delimitato nella sua significazione. In questo modo, allora, l’andamento della narrazione poetica assomiglia proprio a quello della cazzuola che, con gesti precisi e ripetitivi, strato dopo strato, depone e modella la malta mattone dopo mattone linguistico, per costruire una struttura definita e, forse, definitiva all’interno della quale far risuonare la propria voce facendo attenzione agli angoli, alle risonanze sonore che esse potrebbero generare una volta terminato il progetto che si srotola ora tra le strofe.

E in questa struttura, questa casa progettata dal verso, il racconto è un racconto estremamente al presente dell’io, del tempo verbale del proprio canto. Ogni cosa, infatti, sembra accadere esattamente nel momento all’interno del quale viene detta o invitata ad esprimersi, a svelarsi con una concretezza non solamente cromatica, visiva ma anche ontologica di fronte allo sguardo dell’io stesso. È così, quello del verso, un nominare continuo in un continuo presente della parola che lascia – proprio in virtù della sua stretta temporalità così adiacente al ritmo stesso – spazio anche all’immaginare una discrepanza da poter realizzare in un momento ancora non dato che, tuttavia, intanto pare trarre i suoi primi movimenti di nascita, di fondamenta lemmatiche da ciò che nel qui ed ora viene cantato. La poesia, in questo senso, diventa così quel movimento quasi da manovale, chirurgico (tra dolore e attesa) di voler tirare alla luce – non solamente per sé ma anche per gli altri che sono lì accanto, nei propri luoghi di casa – le cose, poterle soppesare con l’occhio di chi attende che, un giorno, si realizzino in una forma che si possa abitare davvero, nel mondo.

  • Paolo Andrea Pasquetti, 16 aprile 2025

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