Ci sono queste due foto di Jack Kerouac che ogni tanto – da quando lo frequento nei suoi libri, nelle sue parole – torno a guardare con un certo interesse. La prima, dove con una certa leggerezza e delicatezza dipinte negli occhi socchiusi e avvolte intorno alle dita poggiate sulla rotellina del volume, è chinato ad ascoltare la musica che proviene da una radio lì accanto: una sorta di postura che sembra allinearsi in perfetto equilibrio tra la stasi dell’ascolto e l’ondeggiamento tra corpo e mente sulle note che sopraggiungono proprio grazie al primo. La seconda, invece ma non troppo dissimile nelle intenzioni alla precedente, lo ritrae appoggiato ad un muro, una mano nella tasca dei pantaloni e l’altra a sorreggere la sigaretta alla bocca mentre dirige lo sguardo in un punto indefinito per chi lo osserva solo ora, solo nel limite circoscritto dalle dimensioni dell’inquadratura della macchina fotografica che lo ha ritratto decenni prima. Di questa seconda foto, tuttavia, mi ha sempre attirato un dettaglio meno vistoso: un libro o, forse, taccuino personale un po’ stropicciato che spunta dalla tasca del giaccone e che tradisce, probabilmente, la sua funzione di volumetto tascabile che il suo proprietario si portava con sé nelle proprie (e non poche, per chi conosce il soggetto in questione) peregrinazioni per il mondo.
Tutto questo mi fa pensare con non meno insistenza a come ora, qui da me, sia arrivata la primavera e con le temperature un po’ meno amare abbia ripreso a portare la mia giacca leggera di velluto verde con due taschini sul petto. In uno di questi, quando esco, sono solito infilare il cellulare per averlo lì sempre pronto: mento a me stesso dicendo «… per scrivere nelle note qualche verso o simili che altrimenti mi sfuggirebbe dalla mente» ma so che la vera continuazione del pensiero sarebbe «… per averlo lì in ogni caso, ad ogni notifica o ricerca da digitare su Google».
Mi sono allora posto la domanda, ripensando a Kerouac, se non potrebbe essere una buona idea – ogni tanto o, almeno, nelle passeggiate più brevi come quelle con la mia cagnolina – operare uno scambio di materiali e d’intenti, ispirandomi a quel tizio sicuramente stravagante ma non meno sicuramente saggio della beat generation: infilare in quello spazio della giacca il mio taccuino nero (che ha rielaborato suo malgrado il proprio uso in quello di “collettore cartaceo di polvere”) e lasciare sulla mensola il cellulare, a meditare sull’idea di non doversi sempre trovare in una delle mie tasche, ogni tanto.
Quel taccuino, comunque, non lo porterei con me con l’idea – che in questo modo trasformerei in obbligo autoimposto – di scriverci sopra a tutti i costi qualcosa. Fare il poser da intellettuale seduto su qualche panchina sbilenca, insomma. No: semplicemente, portare nel taschino un oggetto insolito per le mie abitudini e che, probabilmente, non utilizzerei (anche un po’ per vergogna di sembrarlo davvero, poi, un poser intellettualoide). Quello che davvero conterebbe per me, in quel momento, sarebbe semplicemente la sensazione che sia avvenuto uno scambio significativo, appunto, di spazi ed oggetti e che ora il mio sguardo, invece di cercare chino su uno schermo dei caratteri o delle immagini, possa semplicemente guardare verso quel punto indefinito di cui non conta davvero sapere la direzione: l’importante è la consapevolezza che, in quello sguardo, il margine solito, quotidiano, è stato superato con quella naturalezza e leggerezza che ci è propria ma che, a volte, dimentichiamo di avere.
Altre volte, infatti, l’intenzione diventa una gabbia, il gesto ripetutamente cercato dalla mente che toglie ogni spontaneità alle cose e a noi che, quelle cose, le viviamo. Riallacciandomi al tema che a gennaio abbiamo lanciato per questo anno insieme a voi viandanti sulla Radura, non potremo mai davvero contare sull’andare incontro ad una nostra epifania se continueremo a cadere nel fraintendimento che, per trovarla, occorra a tutti i costi stabilire una meta a priori, posizionare il proprio andamento sul sentiero all’interno di un’inquadratura precisa che selezioni solo alcune cose, escludendone (molte) altre.
Kerouac – forse più nelle sue foto che tra le parole, a volte – mi ha insegnato questo: sulle cose ci si può appoggiare con una certa postura a metà, guardarle senza pretese di avere uno schema fisso nel quale inserirle per darle una denominazione che, probabilmente, più che a noi serve agli altri che ci osservano da fuori. Ciò che conta all’interno del proprio sentiero è, semmai, il modo in cui decidiamo di lasciar accadere quelle cose, piuttosto che afferrarle tra le mani: accettare che si trovino fuori fuoco dalla nostra attuale inquadratura e, in quel caso, poggiare sull’erba la macchina fotografica e riportare l’occhio a uno sguardo privo di filtri, senza la pretesa di rincorrerle per trovarle subito, già ora a disposizione.
Le cose accadranno per noi, davanti a noi e alla nostra vista, in questo spazio che non abbiamo delimitato ma, al tempo stesso, ci comprende nel nostro viaggio.
Maybe that’s what life is… a wink of the eye and winking stars.[1]
- Paolo Andrea Pasquetti, 14 aprile 2025
[1] J. Kerouac, Letter to Alan Harrington (23 April 1949), in Kerouac: Selected Letters: Volume 1 1940-1956, 1996.