Tre poesie di Pierfrancesco Trocchi

PASTO FRUGALE

 

In questo scantinato di Dio

uso gli occhi – e tanto

 

Chi è come me

è morto

oppure

è come me

 

mi viene da mangiar l’aria

baciarla e piangere e godere

me ne imbruttisco

 

giusto al momento sbagliato

ma sono comunque giusto:

e il dramma si fa docile e ingrato

 

Credevo in qualcosa

che mi sciupasse

una vita

che non ho ancora concepito

 

E rintano il disordine del digrignare

dietro il figlio bravo, quello che lavora

 

«fossero tutti come te»

se lo fossero, si ucciderebbero

 

sono io come io so essere

e lo stagno è la mia rinuncia e il mio trionfo

 

se usaste gli occhi – e tanto

notereste questa mia intercapedine

 

ma va bene così

almeno ci vedo

è luglio e ne apprezzo solo la notte

come di un quadro la sola cornice

e su quel baratro si vive esperti

 

volete provare?

Badate che si cade

e poi non venite a dirmi

che noi no, noi sarebbe stato meglio di no

 

E sì

lo scantinato dove mangio

è quello della vostra casa

quello coi vetri sottili

è angusto e umido di ricordi frattali

ma più ci sto, più mi sento uomo

perché quello scantinato mi contiene

 

allora l’ingombro siete voi.


SACRARIO

 

Scavato il cielo nelle reni

avremo requia

allo scoccare del mondo

lasciato lontano a sciogliersi

 

Spedito l’ultimo alito di cuore

sul fondo del silenzio primordiale

incolume asteroide

piuma di Dio

 

(la cenere è cenere

non ha parole)

 

Specchio impossibile

non ti vedo perché ormai sostanza

nuotiamo a gambe intrecciate

ci porta via un riflesso d’opale

 

Siamo piccoli

piccoli torsoli

non c’è cosa che sappiamo

eppure ci facciamo liquidi

senza temere

d’esser bevuti.


SHIBBOLETH

 

Riluce d’ebbrezza

l’ormai vecchio cortile

ombra di soglia

 

caddi con una foglia

un giorno di primavera

inspiegabile nel sole proficuo

 

spesi il respiro

in balìa d’ormeggio

– le onde socchiuse

nell’orizzonte magro

di una fune

 

quell’aria di golena

vergine di vita

dove ristavo

in tenue deriva

 

Allora l’acqua

mi sussurrò alle dita

che il fiume

cercava il mare          

 

perciò m’inventai di nuovo

strenua ala

che il cielo consuma

e sferza e ama

 

Stesso e diverso

nasco ogni ora

insonne ardore

delle rive tentate.


Le poesie di Pierfrancesco Trocchi che oggi ospitiamo qui sulla Radura offrono un’angolatura interessante e peculiare all’interno della quale, nel verso, dar luogo al racconto poetico stesso. È, infatti e riprendendo a piene mani dal testo dell’autore, un vero e proprio ritmo «frattale» quello attraverso il quale Trocchi costruisce la narrazione dell’io che si dà nel verso ogni volta. Se, appunto, per frattale si intende quella figura geometrica che si ripete nella sua stessa e propria forma (però) su scale diverse, l’impressione che il lettore ottiene sin dalla prima lettura dei testi in questione è proprio quella generata da un andamento melodico, ritmico e sintattico che – pur in una sua costanza di costruzione – si offre sempre e continuamente in battute e tempi variabili e differenti. Da una parte c’è la riconoscibilità della forma data dall’assenza quasi assoluta della punteggiatura, dalla costruzione sintattica basata sulla ripetizione lessicale costante e dall’altrettanto costante formula sostantivo-aggettivo o soggetto-complemento di specificazione mentre, dall’altra, c’è la varietà quantitativa, incostante e screziata delle strofe, all’interno della quale la prima sempre si ripropone allo stesso modo. Il risultato è, così, proprio un ritmo che avanza a getti – di strofa in strofa – di una forma stabile eppure ogni volta di dimensioni e contorni differenti, creando nell’insieme del singolo componimento una musicalità sincopata, tratteggiata da una ripetizione instancabile proprio perché frattale, varia e stabile allo stesso tempo del canto in cui si offre.

E la narrazione che scorre all’interno di essa è quella senza schermi, senza ornamenti retorici di un io che si cerca e nel cercarsi si conosce e riconosce, tra scontro e incontro con il mondo, le cose e gli altri che lo abitano. Si alternano, infatti, immagini quotidiane screpolate dall’uso della vita stessa ad altre impressioni cromatiche che sembrano realizzarsi quasi su altri piani d’esistenza: eppure –  proprio le seconde – altrettanto e forse più palpabili per l’io che le descrive proprio perché rappresentano i suoi simboli interni in cui darsi al mondo, la propria mitologia personale che può essere ri-attinta ogni volta dalla parola poetica per darle espressione e riscatto nel canto. Per questo il ritmo di questa narrazione poetica non può essere – come detto – altro che un getto alterno, promiscuo eppure riconoscibile di un’interiorità che affiora nella necessità di darsi continuamente per darsi poi da sola delle coordinate di viaggio, delle traiettorie da seguire nel mondo. È, così, nel salto da una strofa all’altra, in quello spazio bianco dove si trattiene il respiro in attesa della prossima forma che fuoriesca dal proprio sé che l’io può trovare la propria consapevolezza nel narrarsi e, quindi, darsi al mondo senza timore di scorrere al suo interno, offrendosi in un sorso a chi voglia berne nel tempo vero di un incontro.

  • Paolo Andrea Pasquetti, 9 aprile 2025

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