PASTO FRUGALE
In questo scantinato di Dio
uso gli occhi – e tanto
Chi è come me
è morto
oppure
è come me
mi viene da mangiar l’aria
baciarla e piangere e godere
me ne imbruttisco
giusto al momento sbagliato
ma sono comunque giusto:
e il dramma si fa docile e ingrato
Credevo in qualcosa
che mi sciupasse
una vita
che non ho ancora concepito
E rintano il disordine del digrignare
dietro il figlio bravo, quello che lavora
«fossero tutti come te»
se lo fossero, si ucciderebbero
sono io come io so essere
e lo stagno è la mia rinuncia e il mio trionfo
se usaste gli occhi – e tanto
notereste questa mia intercapedine
ma va bene così
almeno ci vedo
è luglio e ne apprezzo solo la notte
come di un quadro la sola cornice
e su quel baratro si vive esperti
volete provare?
Badate che si cade
e poi non venite a dirmi
che noi no, noi sarebbe stato meglio di no
E sì
lo scantinato dove mangio
è quello della vostra casa
quello coi vetri sottili
è angusto e umido di ricordi frattali
ma più ci sto, più mi sento uomo
perché quello scantinato mi contiene
allora l’ingombro siete voi.
SACRARIO
Scavato il cielo nelle reni
avremo requia
allo scoccare del mondo
lasciato lontano a sciogliersi
Spedito l’ultimo alito di cuore
sul fondo del silenzio primordiale
incolume asteroide
piuma di Dio
(la cenere è cenere
non ha parole)
Specchio impossibile
non ti vedo perché ormai sostanza
nuotiamo a gambe intrecciate
ci porta via un riflesso d’opale
Siamo piccoli
piccoli torsoli
non c’è cosa che sappiamo
eppure ci facciamo liquidi
senza temere
d’esser bevuti.
SHIBBOLETH
Riluce d’ebbrezza
l’ormai vecchio cortile
ombra di soglia
caddi con una foglia
un giorno di primavera
inspiegabile nel sole proficuo
spesi il respiro
in balìa d’ormeggio
– le onde socchiuse
nell’orizzonte magro
di una fune
quell’aria di golena
vergine di vita
dove ristavo
in tenue deriva
Allora l’acqua
mi sussurrò alle dita
che il fiume
cercava il mare
perciò m’inventai di nuovo
strenua ala
che il cielo consuma
e sferza e ama
Stesso e diverso
nasco ogni ora
insonne ardore
delle rive tentate.
Le poesie di Pierfrancesco Trocchi che oggi ospitiamo qui sulla Radura offrono un’angolatura interessante e peculiare all’interno della quale, nel verso, dar luogo al racconto poetico stesso. È, infatti e riprendendo a piene mani dal testo dell’autore, un vero e proprio ritmo «frattale» quello attraverso il quale Trocchi costruisce la narrazione dell’io che si dà nel verso ogni volta. Se, appunto, per frattale si intende quella figura geometrica che si ripete nella sua stessa e propria forma (però) su scale diverse, l’impressione che il lettore ottiene sin dalla prima lettura dei testi in questione è proprio quella generata da un andamento melodico, ritmico e sintattico che – pur in una sua costanza di costruzione – si offre sempre e continuamente in battute e tempi variabili e differenti. Da una parte c’è la riconoscibilità della forma data dall’assenza quasi assoluta della punteggiatura, dalla costruzione sintattica basata sulla ripetizione lessicale costante e dall’altrettanto costante formula sostantivo-aggettivo o soggetto-complemento di specificazione mentre, dall’altra, c’è la varietà quantitativa, incostante e screziata delle strofe, all’interno della quale la prima sempre si ripropone allo stesso modo. Il risultato è, così, proprio un ritmo che avanza a getti – di strofa in strofa – di una forma stabile eppure ogni volta di dimensioni e contorni differenti, creando nell’insieme del singolo componimento una musicalità sincopata, tratteggiata da una ripetizione instancabile proprio perché frattale, varia e stabile allo stesso tempo del canto in cui si offre.
E la narrazione che scorre all’interno di essa è quella senza schermi, senza ornamenti retorici di un io che si cerca e nel cercarsi si conosce e riconosce, tra scontro e incontro con il mondo, le cose e gli altri che lo abitano. Si alternano, infatti, immagini quotidiane screpolate dall’uso della vita stessa ad altre impressioni cromatiche che sembrano realizzarsi quasi su altri piani d’esistenza: eppure – proprio le seconde – altrettanto e forse più palpabili per l’io che le descrive proprio perché rappresentano i suoi simboli interni in cui darsi al mondo, la propria mitologia personale che può essere ri-attinta ogni volta dalla parola poetica per darle espressione e riscatto nel canto. Per questo il ritmo di questa narrazione poetica non può essere – come detto – altro che un getto alterno, promiscuo eppure riconoscibile di un’interiorità che affiora nella necessità di darsi continuamente per darsi poi da sola delle coordinate di viaggio, delle traiettorie da seguire nel mondo. È, così, nel salto da una strofa all’altra, in quello spazio bianco dove si trattiene il respiro in attesa della prossima forma che fuoriesca dal proprio sé che l’io può trovare la propria consapevolezza nel narrarsi e, quindi, darsi al mondo senza timore di scorrere al suo interno, offrendosi in un sorso a chi voglia berne nel tempo vero di un incontro.
- Paolo Andrea Pasquetti, 9 aprile 2025