Tre poesie da Raccoglivento di Stefano Errico

Scorrono i fiumi giocondi tra

i campi del granturco maturo,

traghettatori di tristezze di

lacrime soffocate di vergogna

primordiale, – acqua resisti che

ora più spesso secchi! –

donerò alla corrente

i ricordi di lei;

 

Fiume che molte bestie

abbeveri nei secoli portami

un suo sfiorare, ed io

non conoscerò più sete.


È la storia del signor Antonio;

che ama le sue piante

ne carezza le foglie le spalma

con apposite lozioni,

è la tenerezza con cui sfiora

il ricordo della moglie

lontana chilometri, pianeti

universi galassie mondi che

Antonio ha travasato

nei vasi marroni sul balcone.


Suonavamo l’erba

da bambini tra

i campi e

la casa dei nonni

sulla collina lontana;

 

torno ogni anno ed

ogni volta è più grigio.

 

Ora

stanno facendo la strada;

nonno,

raccoglierò per noi

l’uva che lacrima

da sotto il catrame.


Nei testi di Stefano Errico, tratti dalla sua ultima raccolta Raccoglivento (Another Coffee Stories Editore, 2025) e con i quali oggi torna sugli spazi della Radura, la poesia diventa senz’altro il mezzo, l’incastro e il recipiente intarsiato con la parola e custodito dal canto per le storie del proprio mondo – e quello degli altri – e il ricordo che da essi traspare con una stabile intermittenza. È proprio il ritmo stesso del verso infatti a trasmettere senza filtri la natura intermittente, appunto, di una storia, di un’immagine che si affaccia nei residui della mente dell’io attraverso la memoria. Da un lato, ad esempio, la voluta asimmetria delle strofe che si susseguono le une con le altre (oppure, laddove la strofa sia unica, attraverso enumerazioni slegate dalla punteggiatura insieme ad anafore e ripetizioni distanziate accuratamente) mentre, dall’altro, la continua alternanza all’interno del componimento stesso tra i vari tempi verbali – in bilico tra passato della memoria, presente dell’io che ricorda e futuro dello stesso io che si immagina e re-immagina – vanno insieme a creare un andamento melodico che procede tra sfarfallii di sillabe, di note cantate proprio come una storia più o meno lontana che può essere rievocata solo attraverso l’instabilità intermittente di una rimembranza.

E le storie, allora, in qualche modo ondeggiano tra uno sviluppo fotografico, più aderente al reale, nella camera oscura del proprio sguardo interiore e – invece ed insieme – la rielaborazione alchemica della mente stessa che le ricorda. In tal senso, ecco che le immagini si alternano tra concreta vividezza e una patina granulare, simbolica quasi. E non importa che la storia appartenga all’io stesso che le canta o ad altri personaggi che si muovono nel mondo tra le cose: ciò che conta è raccoglierle attraverso la parola per serbarle durante il proprio cammino percependole allo stesso modo, senza discrepanze mnemoniche, come fortemente personali proprio perché raccolte dallo stesso sguardo, la stessa lingua che le (ri)dice ancora nel ricordo. Così il verso, appunto, diventa (come detto all’inizio) il mezzo vivo, l’indumento adatto al quotidiano che risillaba ciò che rimane serbato al proprio interno per riscoprirlo, all’occasione, davanti allo sguardo di chi una volta è riuscito a raccoglierlo.

  • Paolo Andrea Pasquetti, 26 marzo 2025

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