Translazione XVI
Bramo un tempo mancato
seduta sulle lancette
dei secondi, di quell’attimo che pare
non esser più tornato,
ormai etereo.
Rimembro attimi non
goduti, smarriti
nella voglia precoce di crescere,
appropriatasi delle mie
memorie, in un arcano
trascendentale.
Rimpiango quegli
istanti, rinnego oggi
quel desiderio di voler
dimostrare, ora tramutato in
necessità, che vive in
una metamorfosi occulta.
Suggestione
Elogio ciò
che non so,
sopprimendo l’ignoto
di fronte all’evoluta
negligenza umana.
Il superfluo, tossina
dell’avanguardia. L’assenza di
prospettive, l’abbondanza
di penurie.
Il bisogno insondabile
di possedere conoscenza
dei responsi
alle nefaste perplessità.
Accolgo visioni
poliformi, che mi conducono
a desideri tribulanti.
Agogno ad una tregua velata,
che sazia gli interrogativi
dell’enigmatico.
Odiare
formicolio non percepito
palpebre stanche e pesanti
sguardo fisso, indagatore
ricerca del misero dettaglio
che incide.
impossibilità di risolvere
che insoddisfazione,
delirio silenzioso, morboso
e palpabile, muscoli
tesi ed urla piatte.
che contrarietà oscena, questo
disagio, non ci sopportiamo,
ma ci sosteniamo, che urto,
che esasperazione, mi ritrovo
ancora qui a suggellarmi.
In questi inediti che oggi ospitiamo tra le pieghe della Radura, l’autrice Nosrat Zakaria dà un’impronta sicuramente ben visibile al verso che imposta per sé stessa ed il lettore. C’è, infatti, una scelta riconoscibile e stabile nell’utilizzo di un linguaggio volutamente alto in molti angoli dei componimenti – a volte anche su un piano più spiccatamente metafisico – che, tuttavia, accoglie il rischio di incastrarsi nelle traiettorie del ritmo, della musicalità dei versi per, invece, avvolgerlo e rielaborarlo felicemente al suo interno. Questo anche grazie allo spezzare il verso ora in quel punto, nel porre (o sottrarre) la punteggiatura ora in un altro o, ancora, sperimentare annullando le maiuscole nel salto da una strofa all’altra, creando un ponte sinfonico più certo. Il risultato, così, è quello di un canto che si distende in una melodia fluida, scorrevole nel proprio racconto.
Per questo la narrazione poetica stessa è, appunto, un fluido di lingue che cantano e osservano, man mano che si calano all’interno dell’io che le autoproduce costantemente, nel tentativo di narrarsi a sua volta. E questo racconto non può darsi se non nella forma, appunto, di una descrizione quasi costretta da una parola esterna che vive e sente, tuttavia, il paradosso di essere prodotta dall’interno che lei stessa deve descrivere: l’attacco così, ad ogni strofa, con il verbo alla prima persona o con un sostantivo preciso riesce a trasmettere al lettore l’idea di una sequenza di diapositive del proprio sé, delle lastre impilate e spillate le une sulle altre dall’andamento dei versi nei quali sono narrate. Ecco che, allora, il tempo e la nostalgia dell’io che a lui non torna o il dolore di una conoscenza parziale, tra superfluo e suggestioni, fino all’irrompere di sentimenti urticanti come l’odio stesso si danno e offrono – proprio grazie a quella descrizione di una prima persona traslata in una terza apparente – in una forma, un’immagine che forse può lasciare, appunto, un’impronta dalla quale trarre una linea sulla quale, forse, proseguire il proprio percorso nei giorni.
- Paolo Andrea Pasquetti, 19 marzo 2025