La danza delle Menadi – verso il Canto della Sorgente

Un uomo si Svegliò, si sistemò le maniche troppo libere e sospese della giacca e in quel movimento, in quel viaggio di ritorno della stoffa che si piega su stessa intravide – primo fra tutti – un aggancio di tessuto che avrebbe protetto la Parola fermandola nel tempo ma per farla camminare, trascinare con le sue vesti di Profeta lungo il polso, lì dove scorre la vita e il sangue.

C’è sempre un inizio, un gesto di partenza che spesso può confondere (come la stessa introduzione a questo articolo) perchè mai compiuto: c’è sempre un primo uomo, delle prime mani che – a poco a poco – concedono a tutto l’anulare, al mignolo, all’indice di indicare, di esplorare l’inesplorato e – dunque – inevitabilmente c’è stato anche un primo artigiano della Poesia che improvvisamente ebbe il dono di comprendere la potenza che vi è nel linguaggio, di scorgere in tutto il suo lignaggio una condizione che con naturalezza si sarebbe adattata all’arte del suono.

Certamente la Poesia è nata in forma orale poiché la scrittura era un luogo ancora da scoprire – tuttavia – credo che nulla sia lasciato al caso e che – di conseguenza –  il Canto di quelle Ninfe delle Sorgenti trovasse precisamente nella trasmissione a voce la propria pendice montana da cui poter sgorgare senza intralci lungo il suo intero corso.

Seguendo – allora – questa legge sacra creata probabilmente dallo stesso cavallo Pegaso con i suoi colpi di zoccolo sulla terra la via più sincera per onorare quelle divine figure femminili, per costruire degli altari a quelle Muse si rivela e si compie nel momento esatto in cui la Parola viene detta, letta ad alta voce perché ritmo, accenti e sonorità che agli albori forgiarono i suoi passi riescono a raggiungere la loro massima espressione.


Recitare, chiamare per nome le cose ma due volte: in quel re-, in quel prefisso vi è una profetica ripetizione che si avvera appena i versi si innalzano dalla carta e si incontrano-scontrano, fanno dolcemente frastuono con i movimenti fisiologici di contrazione della laringe e di vibrazione delle corde vocali.

Ecco, in quel citare si racchiude un moto che scuote, che incita e sollecita, che solletica l’aria e pizzica le corde dell’arpa e che si sposta sul corpo, che si appropria del nostro corpo e che così facendo ammette immediatamente quella ripetizione poiché ogni muscolo, ogni nervo è invitato ad obbedire ad un’antichissima danza che aggiunge nuovi strati alle parole, che come una balia continua ad accudire e ad offrire nutrimento a quel Canto che – ormai – vive in uno spazio sconfinato.

Allora, le nostre gambe risvegliate dall’impulso dionisiaco e primigenio della Poesia divengono quelle Menadi con in testa una corona d’edera che non riescono a smettere di vagare come animali per monti e foreste, che non riescono a non inseguire e rispettare quella musicalità d’acqua che scorre dalla terra: così ogni pausa metrica, ogni figura retorica, ogni sillaba tonica che gioca e si alterna lungo il corso con ciascuna sillaba atona è un incoraggiamento che ci esorta ad avanzare e a percepire il ritmo passo dopo passo, un incoraggiamento che trasforma quella danza rituale in un’estensione della Parola concedendole rinnovo ed eternità, quel pezzo di stoffa che possa trattenerla ma per lasciarla defluire insieme al sangue.


Ecco che se c’è stato, cari viandanti, un uomo che per primo si è avvicinato alla dimensione musicale e armonica del linguaggio producendo quella che è la Poesia allo stesso modo – dunque – qualcuno per primo ha anche colto in quell’iniziale e necessaria trasmissione orale un sentiero da proseguire poiché dirseli (i versi), intonarli con la voce e con tutto il tronco consegna alle nostre mani ago e filo, un progetto sartoriale che abbraccia con cura ogni misura del nostro corpo, che cresce e resiste con slancio e vitalità al tempo.

E, allora, affinché da quella fonte di Aganippe sacra alle Muse l’acqua possa continuare con impeto a zampillare, a conservarsi attraverso quell’intima declamazione non dovremmo mai separare l’arte poetica da quella del suono.

Probabilmente, vi è già nel quotidiano, in quelle espressioni abituali con cui comunichiamo con l’altro un preciso schema ritmico: sento  –  in qualche modo –  come se già dentro di noi ci sia una metrica, una struttura innata a regolarci che – inconsciamente – ci spinge, spesso, ad esprimerci attraverso quell’unione armonica e bianca di parole che si è soliti indirizzare con dolcezza ai bambini e che – di conseguenza – con prontezza ci permette di salvarci, di apprendere e memorizzare le cose con più facilità, di raccontare una storia, di lasciarla in eredità ai nostri figli.

Dunque, ritornare in quel bosco sacro dell’Elicona, raccogliere nella conca dei propri palmi il Canto della Sorgente e – seduti con le gambe incrociate – recitare una prima volta le poesie nella mente per avvertire i movimenti della grammatica, una seconda a voce alta e viva per sentirle risuonare più intensamente nelle proprie fibre e – infine – un’ultima volta che non sa finire per poter restare, per poter concedere loro di echeggiare come ruscello, torrente, fiume.

  • Valeria Pasquarelli, 31 marzo 2025

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