Ho sempre avvertito la necessità di afferrare con lo sguardo e con ogni piccolo muscolo ancora impreparato quelle cose che semplicemente sono ed esistono, di comprendere con quei miei occhi di bambina da dove derivasse quel gesto del braccio che si alza per poter avere dall’insegnante il consenso della parola o – ancora – di intuire il motivo per cui i colori primari decidano di non bastarsi e, allora, inizino a mescolarsi offrendo ad ogni falange-testimone una nuova sfumatura su cui indagare.
Ricordo vividamente che – ogni qual volta mi fosse possibile – trascorrevo precisamente in questo movimento fluente il mio tempo, che in quelle ore di scuola saltavo col pensiero su tutto ciò che si manifestava nella mia porzione di raggio e veduta e che, con fervore, mi interrogavo su quell’esplorazione per capire il mio posto nello spazio.
Ecco – viandanti – quando nasciamo, nel primissimo momento di vita già attraverso il pianto si compie quel bisogno istintivo, quell’estensione che cerca un significato da assegnare ai fenomeni, alle forme buffe delle nuvole e – soprattutto – a quella nostra nuova espressione corporea che ci spinge primordialmente ad avvicinare la bocca al seno materno per ricevere dal mondo luce e nutrimento.
Forse, però, pian piano questo nutrimento lo abbiamo perso un po’.
Ora che non siedo più tra i banchi di scuola continuo – inevitabilmente – a curiosare posando le mie pupille di terra sulle superfici degli oggetti, tra i gingilli dimenticati sulle mensole per offrire loro conforto e riconoscimento, quella carezza che li possa riscattare e librare in volo, che li possa accompagnare su quella poltroncina rossa (che mi regalò la mia cara nonna) per riposare accanto a me e ritrovare sulle mie ossa quella loro stessa fragilità e polvere che si aduna quando per troppo tempo non si viene visti e ascoltati.
Se, allora, nell’incontro tra la mia voce e quella che risiede nella materia più disparata ho la tangibile certezza di riuscire ad accogliere un conforto che liliale si espande circondandomi – tuttavia – riconosco nella Valeria di qualche anno fa un’urgenza di afferrare le cose circostanti senza, però, la fermezza di saperle anche trasferire – subito dopo – in quel mio vaso di porcellana per farle crescere in concordanza con i miei fiori, con quel peduncolo smarrito che attende di essere annaffiato per affacciarsi con coraggio alle infinite finestrelle dell’esistenza.
Sicuramente, quel nutrimento innato che riceviamo da nostra Madre e dall’Universo, quell’ossigeno che tramite la placenta raggiunge immediatamente ogni nostra particella crescendo abbiamo dimenticato come assorbirlo e – probabilmente – le nostre braccia assomigliano sempre più ad arboscelli che si agitano nel vento in grado di acciuffare cose che, difatti, non perdurano lungo la via del ritorno, che si smarriscono man mano che la nostra personale abitazione si fa più grande e vicina: ma avendo la consapevolezza di aver trasformato – pur solo in un periodo più recente – quella presa in una stretta che resiste, che non vede scivolarsi tra le dita la conquista, allora, le vette che si disegnano nel cielo mi dicono di continuare, che il sentiero è quello giusto, che è questa la via per ricominciare a sentire come allora, per essere bambina che conserva nelle tasche del grembiule il suo tesoro e – finalmente – pargolo che dal cordone ombelicale comunica ininterrottamente col creato.
Nella vita di ciascuno – viandanti – oserei dire che vi è un momento che giunge bruscamente e senza preparazione, un momento che presto si distende su ogni fronte e ogni palpebra annullando i tempi dell’infanzia e costringendoci, così, a confrontarci con una realtà che mai ci era stata raccontata quando ci coricavamo a letto in attesa della favola della buonanotte.
A nessun genitore viene consegnato un libro da cui apprendere e poter insegnare, a nessun uomo e a nessuna donna è svelato il motivo per cui la capinera debba gorgheggiare o la volpe guaire durante la stagione degli amori. Allora, se riprendessimo a fare le cose dei grandi ma con quelle mani paffute e innocenti, se ci allacciassimo le scarpe recitando quella filastrocca del coniglietto che agevolava ogni passaggio – forse – ci accorgeremmo che il segreto più importante per non aver paura del sentiero sta, unicamente, nel percorrerlo con quella stessa fiducia dei primi passi verso babbo: in questo modo, nel folto del bosco i rami degli alberi non appariranno più come spaventose creature che ci agguantano strappandoci i vestiti ma – al contrario – come quelle diramazioni da afferrare solo se si allineano con ogni nostro prolungamento.
Dunque, quando il carico diviene troppo pesante per le mie spalle minute immagino di mutarlo in un enorme masso su cui, poi, potermi appoggiare come un eremita per trovare un po’ di pace e ristoro: accovacciata su quel blocco di roccia, stretta in quel nascondiglio sicuro e avvolgente che mi permette di scorgere le cose dalla stessa altezza fanciullina – allora – sento di poter restituire a quella parola ormai così rigida e rettilinea la sua autentica circolarità, a quel violento afferrare quella dolce rotondità d’uva che nella bocca sa d’origine.
Così, nella mia mente è come se ogni lettera iniziasse a prendersi per mano per giocare al giro giro tondo e – sommessamente – canticchiasse quella melodia che avvicina alla terra, che (rotazione dopo rotazione) ti fa rannicchiare e desiderare di stringere solo quei germogli che si innalzano allo stesso ritmo del tuo passo.
Ecco, viandanti, se prima di muoverci nel mondo allacciandoci le scarpe riconoscessimo tra i nostri lacci quel coniglietto che con le sue due orecchie gira intorno all’albero e poi va nella sua tana – probabilmente – potremmo accorgerci che quella poltroncina è ancora lì, che le cose mai hanno smesso davvero di darci nutrimento poiché – in realtà – attendevano solo che noi riuscissimo a ritrovare quel pianto primordiale, quell’intesa con la vita che ti persuade ad afferrarti anche quando intorno tutto è – apparentemente – addormentato.
E – allora – mi piace pensare che non sia un caso che la parola abbraccio abbia due b, che se al principio nell’alfabeto proto-sinaitico questa lettera corrispondeva alla forma di una casa è perché già i nostri antenati sapevano bene che l’unica via per far ritorno a Beth (casa) è quella, appunto, di abbracciarsi e che sempre soltanto custodendo questa stretta avremmo potuto riafferrare anche il Canto delle cose e rievocare quella ninna nanna che mamma ci intonava per ricordarci la formula melodica che si nasconde in ogni lemma.
- Valeria Pasquarelli, 17 marzo 2025