Proseguendo sulla nostra via di incontri che abbiamo da poco iniziato a tracciare, oggi troviamo tra i boschi della Radura il professor Marco Grimaldi che ha fatto di Dante e della sua poesia, negli anni, parte centrale dei suoi sentieri di ricerca e studio. Siamo molto contenti di incontrarla qui sui nostri spazi, professore, per scambiarci parole e riflessioni che – speriamo – possano essere fruttuose per entrambe le parti prima di riprendere ognuno la propria direzione sul cammino dal quale, per il momento, abbiamo preso una pausa per sederci tra i tronchi e parlare. In effetti, pensando alla figura dantesca alcune domande, inevitabilmente, sorgono alla mente durante il nostro incontro e ci piacerebbe discuterne insieme.
Per iniziare, una domanda che pensando anche alla sua attività divulgativa su Dante stesso – citiamo qui alcuni titoli a partire da Dante nostro contemporaneo – perché leggere la Commedia (Castelvecchi, 2017) fino al più recente, Dante in dodici parole (Fila 37, 2023) – non può che essere la prima, eppure, con una certa sfumatura più specifica: perché leggere Dante oggi ma, soprattutto, che valore può avere la sua poesia agli occhi del lettore contemporaneo, nella sua vita e quotidianità?
È una domanda che definirei istintiva, ma anche pericolosa. Chiedersi che valore possa avere la poesia – ogni poesia, ogni opera letteraria, non solo la poesia di Dante – nella propria vita quotidiana è molto naturale. Francesco Petrarca, nel Secretum, confessa per esempio di aver letto le Confessioni di Sant’Agostino cercando di ritrovare in quel libro di molti secoli prima non la storia delle peregrinazioni di Agostino, ma quella «del suo proprio peregrinare». Ed è quello che ci spinge esplicitamente a fare Dante, quando all’inizio della Commedia, come tutti sanno, dice di essersi ritrovato – lui, in prima persona, Dante Alighieri da Firenze – nel mezzo della nostra vita: l’esperienza di chi racconta vuole avere un significato universale. Ma è una domanda pericolosa perché nel porla dobbiamo essere consapevoli che Dante – o Petrarca, o Boccaccio – non hanno necessariamente un valore in quanto “utili”: utili, per esempio, per diventare dei cittadini migliori. Le idee politiche di Dante sono infatti lontanissime dalle nostre. Chi vorrebbe oggi, come Dante auspica, vivere sotto un impero universale retto da un sovrano onnipotente la cui autorità discende direttamente da Dio? E chi vorrebbe tornare a vivere in un mondo in cui l’omosessualità è ritenuta un peccato molto grave e la donna intellettualmente inferiore all’uomo? Perché è questo che Dante crede e sostiene. Allo stesso tempo, ci sono sì delle idee in Dante che possono tornare utili anche oggi: ad esempio l’idea che la letteratura non sia slegata dal suo messaggio. Il titolo del libro che ha citato era in realtà provocatorio: in Dante, nostro contemporaneo mostro infatti le ragioni per le quali Dante non è nostro contemporaneo. L’utilità della letteratura sta anche e forse soprattutto nel mostrarci dei mondi diversi dal nostro, nel tempo e nello spazio.
Azzardando ora, invece, una lettura più intima della poesia dantesca, soprattutto di quella della Commedia: il «trasumanar» dell’essere, quel momento di incontro tra umano e divino si potrebbe dire che Dante lo abbia raggiunto attraverso il vascello della sua poesia nonostante i continui moti del mare e dell’esistenza?
Sì, certo, è un’ottima chiave di lettura. Anche perché l’immagine della vita come un viaggio per mare è una metafora di grande diffusione in tutta la letteratura occidentale, dall’età classica lungo il Medioevo e poi ancora oggi. E nell’età di Dante il viaggio per mare era estremamente pericoloso e allo stesso tempo irrinunciabile, specie per i mercanti. Anche Dante, anche i manoscritti della Commedia potrebbero aver viaggiato per mare: forse, ma è solo una bella immagine, l’autografo del poema sacro potrebbe essersi inabissato poco dopo la morte del poeta assieme a qualcuno che già sapeva quanto fosse prezioso. Tuttavia, formulerei la domanda in maniera leggermente diversa: Dante raggiunge quel momento di incontro tra umano e divino non nonostante i continui moti del mare e dell’esistenza, ma attraverso quei moti. Dante non nega mai l’essere, non nega mai la bellezza di quel mare tanto pericoloso, non afferma mai che l’uomo deve rifiutare il corpo e la carne. E questa è una delle molte differenze che ci sono tra la Commedia e la letteratura religiosa. Dante non condanna mai il mondo. Lo guarda dall’alto dei cieli e lo dipinge come «l’aiuola che ci fa tanto feroci», certo. Ma benché credesse che il mondo avrebbe avuto una fine – forse prossima – quella fine non è il suo obiettivo. Gli uomini devono essere felici nel mondo affinché possano salvarsi nell’aldilà. Tutta l’esistenza del poeta, del protagonista dell’opera e dei suoi lettori, tutti i moti del mare – come lei ha detto molto bene – possono condurre alla salvezza (o alla perdizione), qui sulla terra come nel mondo ulteriore.
Su Radura Poetica, lo avrà inteso, siamo molto affezionati concettualmente all’idea di percorrere un sentiero, essere viandanti su un proprio cammino personale fatto di parole ed esperienze, accompagnati dallo strumento della poesia. Proprio per questo, non possiamo non chiederle… al di là delle visioni critiche più utilizzate riguardo il viaggio ultraterreno del più conosciuto Dante della Commedia, quanto e perché è importante il sentiero che Dante stesso percorre prima del suo punto di arrivo letterario e filosofico? Pensiamo soprattutto al poeta delle Rime e della Vita Nuova: si potrebbe definire, quello poetico e filosofico dantesco appunto, un cammino lineare o, al contrario, uno fatto di svolte inaspettate sul percorso, ripensamenti o sentieri interrotti?
Ci sono due risposte corrette a questa domanda. Dal punto di vista di Dante, il suo è certamente un cammino lineare: dalla Vita nova, il libro in lode della più perfetta tra le donne che si chiude con la promessa di cantare di lei come nessuno ha mai fatto prima, attraverso la molteplice varietà delle poesie liriche fino alla Commedia, dove quella donna lo conduce in paradiso non prima di avergli imposto di fare ammenda e di pentirsi di ogni deviazione dal percorso – e come ho detto prima anche gli errori di cui ci si pente sono importanti. E quel cammino è lineare anche sul piano ideologico: Dante si raffigura infatti come un cittadino innocente ingiustamente esiliato e come un uomo al di sopra delle parti che aspira alla pace universale sotto il potere dell’Imperatore. Dal nostro punto di vista, quel cammino è fatto di svolte inaspettate, ripensamenti e sentieri interrotti. Per esempio, in una delle canzoni non incluse nella Vita nova Dante racconta una storia diversa dell’inizio dell’amore per Beatrice (non a nove anni, come tutti ricordano, ma dalla nascita) e subito dopo l’esilio comincia a comporre un’opera come il Convivio dove elogia prima di tutto la ragione e la filosofia, laddove nella Commedia solo attraverso la grazia e la conoscenza teologica è dato giungere alla visione ultima del divino. E oggi sappiamo bene che a Firenze e per qualche tempo durante l’esilio Dante è stato certamente un uomo di parte e che probabilmente la sua condanna, per le leggi del tempo, è stata giusta. Come hanno fatto in molti, come ha fatto ad esempio Giuseppe Ungaretti, che è stato intimamente fascista – o comunque mussoliniano – da subito dopo la Prima guerra mondiale fino alla morte e che dopo il crollo del regime si è raccontato come un giusto e come un uomo di pena, anche Dante si è illuso di poter riscrivere la propria bella biografia.
Tornando, un’altra volta, alla questione divulgativa (ma anche educativa) attorno agli argomenti danteschi: senza dubbio il concetto di amore in Dante rappresenta uno di quei temi trattati maggiormente e nelle maniere più disparate, soprattutto a scuola e ancor di più con gli studenti più giovani. Quale potrebbe essere, secondo lei, una sorta di segnavia, di bussola da poter utilizzare tra divulgazione ed educazione per riuscire a comunicare una visione dell’amore il più vicina possibile a quella che Dante, effettivamente, intendeva nelle sue opere?
Qualche tempo fa un insegnante delle superiori mi chiese se l’amore di cui parlano Dante e Cavalcanti è una cosa completamente diversa da quello che s’intende oggi. È un punto critico, perché questa frase è giusta e sbagliata allo stesso tempo. Non c’è dubbio che la concezione dell’amore di Dante e Cavalcanti sia qualcosa di difficile da comprendere e quindi da descrivere. Ma non avrei detto “completamente diversa” perché temo sia un modo scorretto di porre il problema, sia per gli alunni delle superiori sia per gli studenti dei primi anni dell’università. È scorretto perché non è vero che l’amore di cui parlano Dante e Cavalcanti (e quindi anche i siciliani e gli stilnovisti) sia una cosa completamente diversa da quello che si intende oggi. Metterla in questi termini è il modo migliore per allontanare gli alunni da un tema la cui importanza è scontata e che proprio a quell’età interessa loro moltissimo, forse più di ogni altra cosa. Ma sarebbe sbagliato anche fare come alcuni divulgatori, che se la cavano sostenendo che l’amore di Paolo e Francesca è quello che tutti abbiano provato, e che l’importanza di Dante sta proprio nell’aver raccontato un amore che tutti possiamo comprendere. Così si dice il falso credendo di semplificare. Le cose stanno in modo diverso. Se per amore intendiamo le passioni, le sensazioni e il racconto che ne fa la poesia, l’amore di cui parlano Dante o Cavalcanti non è completamente diverso da quello che proviamo noi oggi: è lo stesso amore semplicemente perché i nostri vecchi cervelli provano istintivamente ancora le stesse sensazioni di quelle degli uomini del Paleolitico. Se si dice agli studenti che quell’amore è qualcosa di diverso si rischia di non far più capire loro il motivo per cui possono emozionarsi davvero leggendo Saffo, Ovidio, i trovatori, Dante, Petrarca, Boccaccio. Si deve spiegare bene, invece, che è diverso il modo in cui Dante, Cavalcanti e forse anche i poeti siciliani, inseriscono l’amore in un codice letterario e soprattutto in un sistema ideologico, in un ragionamento sul mondo, in un quadro teologico e religioso ben strutturato. Detto in un altro modo: non è l’amore in sé a essere diverso, è diverso il discorso sull’amore. E questo vale soprattutto per Dante, che è l’autore che ci interessa di più e per il quale questa distinzione è più utile perché spiega sia uno dei motivi per i quali la Commedia ci emoziona ancora sia perché è così lontana da noi nella sua architettura complessiva. Si potrebbe dire, infatti, che il poema di Dante ci emoziona ancora perché la rappresentazione delle passioni, specie nell’Inferno, tocca corde profondissime proprio nel momento in cui descrive le stesse passioni che proviamo ancora oggi: l’amore, l’ira, l’invidia e via dicendo. Dante, tuttavia, inserisce la rappresentazione delle passioni, e dell’amore in particolare, in un quadro teorico che non è più il nostro. E anche per questo può giudicare e condannare quell’amore, quell’ira, quell’invidia. Solo in questo senso l’amore di Dante è completamente diverso dall’amore come lo intendiamo oggi. Non è diverso per il fatto che Dante ci dice di aver amato per tutta la vita una donna morta giovanissima con la quale non sembra aver avuto alcun rapporto sessuale; questo, benché la maggior parte di noi si dedichi nella propria vita ad amori molto più concreti, è un tipo di amore che riusciamo ancora a comprendere fino in fondo.
Poesia, per Dante e i suoi altri amici (e non) poeti contemporanei all’epoca significava senza dubbio una forma tecnica ben definita, con regole retoriche e non solo da rispettare e rielaborare all’interno di una propria ricerca e stile personali ma sempre, ineludibilmente, a strettissimo contatto con la tradizione precedente. Pensando un po’ all’evoluzione della poesia nel corso del tempo fino ad arrivare al panorama di oggi, all’atto della scrittura poetica stessa spesso – tanto tra i poeti più giovani ed esordienti quanti tra i più affermati – più o meno consapevolmente slegato da un certo rapporto come lo si intendeva in precedenza con la tradizione e con la sua controparte, se vogliamo così definirla, tecnica, che valore può avere ai nostri giorni, appunto, un modello poetico come quello di Dante per chi scrive poesia?
È indubitabile che oggi il rapporto con la tradizione di chi si definisce o è definito poeta si sia allentato rispetto a cinquanta o cento anni fa. Almeno fino alla metà del Novecento, chi scrive una poesia solitamente lo fa in modo non troppo dissimile da Dante, a partire da strutture tradizionali abbastanza ben interiorizzate che possono essere riprese, rielaborate, persino capovolte o infrante. Ma quegli istituti metrici, retorici, stilistici e linguistici restano comunque più o meno ben riconoscibili. Per dirla in altri termini: chi scrive un verso sente l’endecasillabo e sa riprodurlo. Che possa scegliere di non praticarlo o di scompaginarlo è in fondo meno importante. Oggi le cose sembrano stare in modo diverso, anche perché chi scrive non sempre conosce bene quella tradizione. Ma è possibile che sia una fase storica temporanea. Poco tempo fa ho ascoltato per caso un cantante che si chiama GattoToro, che introducendo una sua canzone ha detto più o meno: «Non so bene perché l’ho scritta, forse perché mi sono accorto che alcune parole stavano bene assieme in metrica». O si pensi alle canzoni dei Baustelle, che con quella tradizione hanno ancora un rapporto molto stretto e sono spesso estremamente raffinate sul piano metrico e retorico (su questo argomento ha scritto di recente un bel saggio uscito sulla rivista «Scaffale aperto» l’amico e collega Alessandro Carlomusto).
Un’ultima domanda, se ce lo permette, un po’ più personale dato qui sulla Radura cerchiamo sempre di trattare la poesia con una certa aderenza alla propria crescita personale, di vita. Cosa è stato e cosa è per lei, cosa rappresenta come Marco Grimaldi appunto, la poesia di Dante, l’incontro con essa che ha avuto nel suo personale cammino?
Dante è stato prima di tutto una sfida, legata a un episodio della mia giovinezza. All’esame di maturità c’era un commissario esterno particolarmente severo che si era convinto, poiché avevamo quasi tutti voti di partenza molto alti in italiano, che fossimo tutti impreparati. Mi chiese Montale, e andai abbastanza bene. Poi mi chiese se avevo studiato anche l’ultimo canto del Paradiso. Io risposi di sì e lui replicò: «E pensa di averlo capito?». Io ovviamente fui preso dal panico e andai abbastanza male. Molti anni dopo, quando ero ormai diventato un dantista, pensai di inviargli i miei scritti, per una sorta di compensazione (o di vendetta, chissà). Ma non l’ho mai fatto. Dante è stato per me l’argomento più arduo che si potesse scegliere, il poeta che pone le domande più difficili. E ciò che continua ad appassionarmi di Dante è non sapere se sono in grado di dare le risposte giuste.
Grazie ancora, professore, per aver dialogato con noi sulla Radura offrendoci spunti e riflessioni su Dante e con Dante, tra passato che torna e presente che continua – a modo suo ma non troppo – insieme al primo. Dopo questo incontro, ne siamo certi, riprenderemo la via con qualche consapevolezza in più sul sentiero pensando a questa chiacchierata dantesca ma fermandoci, comunque, ancora un po’ in questo luogo d’incontro «come gente che pensa a suo cammino, / che va col cuore e col corpo dimora».[1]
Marco Grimaldi (Napoli, 1979) è professore associato di Filologia della letteratura italiana e Filologia dantesca presso il Dipartimento di Lettere e Culture Moderne della Sapienza – Università di Roma, dove condirige anche il Centro di studi sulla poesia medievale. Si occupa prevalentemente di Dante, di letteratura italiana e di poesia occitana medievale. Tra le sue pubblicazioni in materia dantesca troviamo testi più specialistici, come un commento alle Rime dantesche (Salerno, 2015-2019) o il manuale Filologia dantesca: un’introduzione (Carocci, 2021) e altri di taglio maggiormente divulgativo come Dante nostro contemporaneo. Perché leggere la ‘Commedia’ (Castelvecchi, 2017) e Dante in dodici parole (Fila 37, 2023). Ha da poco pubblicato una raccolta di saggi sulle rime di Dante: Dante lirico. Saggi sulle ‘Rime’ (Vallecchi, 2024).
[1] Dante, Purgatorio; II, vv. 10-11.