Siamo il raggio di un mondo
che cigola. Una lettera al posto
di un’altra che le somigli ma parli
un’altra lingua.
Non c’è un’anima. C’è chi ci insegue
ma Mattia butta giù una torre
e dormono qua e là cani e gatti
che vanno e vengono.
Con le cosce lunghe le zingare cantano.
Il mondo non è ancora perduto.
Dario dice cose che lasciano l’aria fresca;
dalla finestra, un rumore al piano di sotto.
È notte e il mondo non è ancora perduto
ma pesa e occorrono quattro mani e molta
erba per farsene una ragione. Lontano pare
che qualcuno affondi il cucchiaio nel brodo.
Il mondo è un uccello dall’ala rotta.
Se ne vanno di notte.
Fanno attenzione all’ultima borsa,
un gettone nella tasca
da comprarci una mappa
dai gatti con la botteguccia nel villaggio.
Compiamo un anno.
Forse è vero che siamo gli idioti da indicare,
quelli da farci le pernacchie, da fargli battere
le manine.
Forse è vero che il sole
è un supersantos che scotta.
Mi dici scappiamo, scappiamo
ma non puoi cambiare casa
se non hai qualcosa da portarci,
ma non puoi cambiare casa
se casa non l’hai avuta mai,
se l’occlusiva e la vocale
centrale restano incompiute
come la fricativa alveolare sorda
come il suono delle zanzare
che qui no non le abbiamo mai viste:
a casa non c’è più sangue da mangiare.
L’ultimo gettone nelle tasche
lo useremo per le giostre.
Se la poesia è anche, più o meno consapevolmente, il tentativo – da parte dell’io che ne fa uso – di costruire e costruirsi un’estetica riconoscibile, un paradigma attraverso il quale ricondurre parole e significati, i testi che oggi ospitiamo sulla Radura di Nicola Barbato dalla sua raccolta I cani nel cervello (Eretica Edizioni, 2024) ben si riallineano quasi spontaneamente a questo solco di scrittura. Ci sono infatti, all’interno del racconto poetico dell’autore, due elementi che in maniera fisiologica – inanellandosi e fondendosi tra di loro verso dopo verso – concorrono alla creazione, agli occhi del lettore, di un orizzonte estetico, una pellicola audiovisiva che quasi si srotola nel proseguire della lettura. Da una parte, ad un livello maggiormente narrativo, la presenza costante di personaggi a volte definiti a volte solo accennati, a volte nominati e altre solo allusi nei loro contorni: tutti però accomunati dalla funzione di generare essi stessi la medesima narrazione poetica della quale sono parte, interagendo tanto con il mondo esterno quanto, vicendevolmente, con l’io stesso che li osserva, ci dialoga e descrive. Dall’altra, a un livello più specificatamente stilistico, l’intenzione dell’autore di determinare all’interno dei propri versi dei riferimenti lessicali precisi, in grado di traslare la visione su un livello marcatamente quotidiano da lui stesso vissuto ed attraversato, eppure coperto da una patina sottile e abbacinata causata da quegli stessi eventi che si sostengono su e inglobano i lemmi medesimi: dal supersantos al brodo, dai cani ai gatti, per intenderci.
L’estetica che ne deriva, appunto e volendo tentare dei paragoni più scoperti, assomiglia in parte a quella proprio di alcune pellicole cinematografiche di autori come David Cronenberg (Crimes of the Future, 2022) o Lars von Trier (Melancholia, 2011). Più precisamente: nel racconto di Barbato la realtà appare scossa da un degradarsi progressivo, osservato e percepito da occhi, orecchie, naso, lingua e polpastrelli attenti che sono in grado, tuttavia, di captarvi, riconoscervi e infine (ri)dipingervi al suo interno una certa grazia nell’esistenza di chi popola quella medesima realtà frastornata, soprattutto nei suoi urti dolorosi e doloranti. In tutto questo, la parola stessa nella sua forma più nuda e semplice assume forse il ruolo di protagonista centrale: se non altro perché, attraverso il gioco di richiami linguistici, fonetici e metaforici evidenti, diventa esattamente la raffigurazione simbolica di quella grazia ferita che l’io indica, ora da una posizione nel mondo ora da un’altra, ad ogni componimento. La visione dell’io, allora, è una visione che cerca e coglie, raccoglie e accoglie tra nocche e dita ferite dal mondo una percezione sottile per custodirla, portarla con sé nel proprio cammino forse distorto dalle cose ma percepito.
- Paolo Andrea Pasquetti, 8 gennaio 2025
– Fotografia in copertina: Sofia Cartuccia.
Un pensiero riguardo “Tre poesie da I cani nel cervello di Nicola Barbato”