Poiesis – come foglie d’Edera sempreverdi

Provo un’immensa gratitudine verso le parole scritte, trattenute e quel loro spazio di esistenza che, a dispetto di ogni legge temporale, come edera persevera anche nei luoghi più ombreggiati continuando a raccontare di qualcosa, a durare. È un’arrampicata di foglie sempreverdi che attraverso i tronchi e tutta la verticalità dei muri mira al Cielo, ad un intreccio costante e fedele tra carne e invisibile: è quella celeste «corrispondenza d’amorosi sensi»[1] che ci ricongiunge ai nostri morti e a ciò che fummo, che assottiglia il velo tra noi e gli antichi. E, proprio da quelle altezze, adesso mi si avvicina nuovamente una mano e si schiarisce una voce che – ormai da molto – accompagna i miei silenzi e le mie giornate. Come un talismano dal potere magico che si conserva e porta ovunque con sé, allora, riecheggiano queste parole:

Se la vostra vita quotidiana vi sembra povera, non l’accusate; accusate voi stesso, che non siete assai poeta da evocarne la ricchezza; ché per un creatore non esiste povertà né luoghi poveri e indifferenti. [2]

Viandanti, se le nostre parole lungo la via del riposo avranno raccolto abbastanza pane e acqua per divenire ossa, riconosceranno immediatamente in quelle di Rilke un tessuto che fiammeggia, quella componente che –  tramite giunture d’oro – assicura sostegno e direzione. Con questa speranza, ecco che ricalcare la sua orma significherebbe riscoprire la sacralità dell’uomo, il suo essere Poeta che trasmuta il non-essere in essere, che produce nel mondo ciò che ancora non è esistente seguendo il medesimo processo evolutivo del linguaggio e del pensiero.

Tuttavia, nel quotidiano spesso i luoghi ci appaiono «poveri e indifferenti»[3], come quei gingilli di cui non puoi privarti ma che sistemi sulla cristalliera tra noia e pulviscolo. Se per l’uomo spirituale della poetessa Cvetaeva l’anima è quasi carne, gli sarà naturale ammettere che «il creatore dev’essere un mondo per sé e in sé trovare tutto, e nella natura, cui s’è alleato»[4], gli verrà con tenera affezione posare lo sguardo sulle cose ordinarie percependo grandezza incommensurabile. Forse, però, se la crescita interiore diventasse il nostro Rito – offrendoci una visione diafana e rilucente sulla nostra essenza – potremmo con maggiore consapevolezza individuare il sogno che più ci chiama: in questo modo, omaggiando la vita terrena con aspirazioni e ambizioni, ci identificheremmo anche noi in quell’uomo spirituale poiché stringeremmo tra le mani quella materia più densa e tangibile che, gradualmente, ci condurrebbe a credere nella nostra indole creatrice, manifestandola. Allora, se avere una ritualità a scandire il nostro tempo abituale ci invoglierebbe la mattina a stendere le gambe piantando i piedi a terra, prima ancora di ogni cosa è il custodire il calore di un sogno che spingerebbe le nostre palpebre ad aprirsi, a scorgere e afferrare ricchezza anche nell’improbabile e nel consueto.


Confermando la fertilissima influenza della scrittura e del riverbero che si espande a raggiera dalla lettura di un buon libro, una nuova voce – quella di Richard Bach – giunge a rammentarci quanto sia vana e inconsistente un’esistenza che non riesce a provare meraviglia di fronte all’infinita bellezza segretamente sonora che, continuamente, fluisce attraversando le cose.

La maggior parte dei gabbiani non si danno la pena di apprendere, del volo, altro che le nozioni elementari: gli basta arrivare dalla costa a dov’è il cibo e poi tornare a casa. Per la maggior parte dei gabbiani, volare non conta, conta mangiare. A quel gabbiano lì, invece, non importava tanto procurarsi il cibo, quanto volare. Più d’ogni altra cosa al mondo, a Jonathan Livingston piaceva librarsi nel cielo.[5]

Jonathan Livingston non è un gabbiano come gli altri, egli non si limita a sopravvivere e, con amore e dedizione, intravede coraggiosamente nel volo quel sogno e quel disegno perfetto che gli concederebbero di godere «della luce e del calore del sole, del soffio del vento, delle onde spumeggianti del mare e della freschezza dell’aria»[6]. Allora, anche noi, se elevassimo ogni nostro gesto, ogni intenzione – attribuendo così non solo alle parole ma anche alle azioni un significato più intimo e divino – avvicineremmo la nostra vita a quell’aspirazione, a quel volo acrobatico che trova sconfinato appagamento semplicemente in se stesso. Pian piano la nostra anima senza la necessità d’essere «lontana dalla sua veste d’argilla»[7], poiché il corpo – più leggero –  da ostacolo si trasformerebbe in quell’etereo arsenale che fabbrica e sperimenta sulla terra, potrebbe iniziare con lo sguardo a spaziare «in mondi di luce»[8].

Imparare a sognare, a confidare nello stesso soffio vitale – rendendolo la ragione di ogni respiro e desiderio – aggiungerebbe a quello spazio in salita altre foglie d’edera sempreverdi, donerebbe a tutte quelle parole scritte e raccolte nella storia del tempo una perseveranza più devota: la linfa che genera i nostri sogni si fonderebbe all’inchiostro degli scrittori prolungando la vita alla loro penna e, da questa unione amorosa, le infinite immensità dell’Universo – anche quelle apparentemente più nascoste – inizierebbero a far capolino.


Cari viandanti, è mio pensiero sincero credere che se gli occhi venissero, allora, educati alla bellezza del quotidiano, tutta questa ricchezza ci spingerebbe ancor di più ad avere fede nei piccoli miracoli e in noi accorciando – di conseguenza – ogni distanza che ci separa dalle nostre aspirazioni. In questo modo davvero ritrovare il Poeta che vive dentro di noi, riscoprirci come gli unici creatori della nostra realtà – affidandoci con maggiore consapevolezza alle sagge parole di Rilke – ci spronerebbe a ricambiare i doni della natura con altra arte, a compiere movimenti più autentici e vicini al nostro Essere.

Tuttavia, quel rapporto con la lettura – quello scambio reciproco e fraterno in cui le parole si investono di una luce rivelatrice mostrandoci la via, aiutandoci a plasmare i nostri sogni per poi ricevere dagli stessi la floridezza del sangue e l’immortalità – potrebbe incrinarsi offrendoci una spada affilata piuttosto che un germoglio. Se restassimo imprigionati come Emma di Flaubert nelle pagine di quei romanzi precipitando così nel bovarismo – in quell’insoddisfazione spirituale causata dal distacco tra reale e aspirazioni personali – negheremmo al verosimile di accadere, alle nostre dita di produrre, non avremmo la possibilità di imparare «a riconoscere che quello che noi chiamiamo destino esce dagli uomini, non entra in essi da fuori»[9]. Ma se, invece, per merito di un lungo cammino interiore riuscissimo ad estendere il tempo della lettura in due fasi, se distinguessimo un primo momento –  quello delle parole come luogo d’accoglimento e via di fuga – da uno subito successivo che tramuterebbe quella disillusione iniziale in un incitamento a raggiungere i propri ideali allora, ancora una volta, ci accorgeremmo che siamo gli unici artefici della nostra vita.

Nel tragitto verso la Radura, tra il verde tappeto vellutato e le chiome spoglie degli alberi, incomincerebbe a filtrare quella bellezza che non appaga «l’ardore immediato»[10] del cuore: più gentile e silenzioso, il suo è un tepore che nasce lentamente ma che – giorno dopo giorno – costruisce delle radici durature che conducono nel profondo dell’Essere, dove vivono tutti i legami più sinceri.


In questa esistenza «l’universo in realtà è buio, non c’è alcuna luce, le stelle non brillano, il sole non è luminoso, la luna non riflette i suoi raggi, tutto è nero, spaventosamente nero»[11]. È l’essere Poeta a evocare quella luce primordiale nascosta nel letargo della tana, a risvegliarla per diffonderla come parola che –  tra le cose – crea e profetizza, distrugge e trasforma.

Si potrebbe dire che il cosmo si accende solo quando appare l’uomo che sa non soltanto vedere queste luci ma interpretarle.[12]

Se anche la Scienza confessa che «la luce esiste solo se ci sono degli occhi e un cervello capace di trasformare delle onde elettromagnetiche in segnali luminosi»[13], se è la nostra luce interiore ad accendere il cosmo, dovremmo anche percepirci come quei messaggeri del Verbo che apportano altra sapienza alla parola già compiuta – quella che riposa tra le pagine ingiallite – ma che si scuote e riecheggia.  Il vuoto, allora, diverrebbe il luogo dell’incontro, il centro in cui ogni energia luminosa si propaga e in cui passato, presente e futuro coesistono in armonia.

Viandanti, abbracciamo il Poeta che scorre nelle nostre vene, concordiamo il ritmo del nostro passo a quello metrico del verso e  quel Canto – eternamente fecondo – avvolgerà il quotidiano sempre con nuove vesti: da ogni scorcio si apriranno, proprio come nella poesia, infinite possibilità che ci condurranno spontaneamente verso il cuore della Radura, lì dove il Sogno è uno scricciolo che non cessa mai di cantare.

  • Valeria Pasquarelli, 11 novembre 2024

[1] Ugo Foscolo, Dei Sepolcri, v. 30, in U. Foscolo, Poesie, a cura di Matteo Palumbo, Bur Rizzoli classici / Mondadori Libri S.p.A., Milano, 2018, p. 111.

[2] Rainer Maria Rilke, Lettere a un giovane poeta – lettere a una giovane signora su Dio, traduzione di Leone Traverso, Adelphi s.p.a., Milano, 1980, p.15.

[3] Ibidem.

[4] Ivi, p. 16.

[5] Richard Bach, Il gabbiano Jonathan Livingston, traduzione di Pier Francesco Paolini, Bur Rizzoli s.p.a., Milano, 2013, p. 14.

[6] Ivi.

[7] Emily Brontë, Sono felice quanto più conduco, in Poesie, traduzione di Silvio Raffo e Anna Luisa Zazo, Mondadori s.p.a., Milano, 2022, v. 2, p. 517.

[8] Ibidem, v. 4.

[9] Rainer Maria Rilke, Lettere a un giovane poeta – lettere a una giovane signora su Dio, p. 57.

[10] Gustave Flaubert, Madame Bovary, traduzione di Maria Luisa Spaziani, Mondadori s.p.a., Milano, 2001, p. 42.

[11] Piero Angela, L’universo è buio, in Super Quark, 2018.

[12] Ibidem.

[13] Ibidem.

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