Viandante, ti sei appena Risvegliato e infinite geometrie di luce ti avvolgono come un neonato in fasce per darti il tempo di abituarti alla Vita Nova, a quel rinnovamento spirituale concesso dalla bianchissima presenza dell’Amore. Allora, fermarsi a riposare sulla via – prima di rimboccarsi i calzoni per non infangarli – potrebbe essere un altro di quei Riti fruttuosi che permettono di preparare la terra e il cammino che ci aspetta verso la Radura.
Approfittando di tale momento di ristoro, che però parallelamente ben conduce verso lo stesso sentiero che insieme oggi intraprenderemo, vorrei con voi riflettere sull’etimologia della parola «pigrizia». Se avete letto i miei articoli precedenti, avrete sicuramente già notato questa mia propensione ad indagare sull’origine e sulla morfologia delle cose: credo fortemente che se l’ispirazione continua che ci spinge verso l’Essere immanifesto venisse affiancata dalla ricerca della radice di ogni parola, si potrebbe maggiormente influenzare (positivamente) e rivoluzionare il nostro modo di pensare. Scoprire, quindi, che in latino l’aggettivo piger vuol dire «lento», metterebbe in risalto una realtà che disapprova chiunque non riesca a raggiungere nel breve periodo i propri obiettivi. Riconoscere nel limite temporale imposto e non nella disposizione naturale il seme che porterebbe a questa attitudine trascinante favorirebbe, di conseguenza, una potente rivelazione.
Nella Radura delle parole vi è un microcosmo, una struttura ossea che racconta della memoria familiare dell’etimo: se il linguaggio – come espressione della mente e dell’intangibile – si genera con noi, è certamente esso stesso un riflesso del nostro corpo di dolore e, prima ancora, di quello dei nostri antenati. Rompere quei cicli disfunzionali significherebbe, allora, restituire un’accezione sana a tutti quei vocaboli che, da sempre, per significato abbiamo percepito più vicini alla società e ad una storia ereditata piuttosto che al nostro vero Io.
Quella «pigrizia», che non è che una risposta inconscia alla frenesia dogmatizzata – come un chiaro manifesto che esalta il valore della lentezza – potrebbe guidarci verso un sentiero più autentico che conduce ad un luogo di riposo e dissodamento. Comprendere che l’inganno più nocivo e che l’unica pigrizia infestante risiede nella cristallizzazione del linguaggio, offrirebbe alle parole un proprio tempo e un proprio spazio per rigenerarsi e allinearsi a noi per poi continuare, insieme, il cammino nel folto del bosco.

In questo momento, viandanti, siete fermi e appollaiati nel vostro stato di quiete ed è proprio qui che le parole vi raggiungeranno per assumere una nuova forma. Per preservare le radici, scegliete con cura un terreno che sia abbastanza solido per il vostro Rito e costruite intorno al fuoco un perimetro di pietre: dallo sfregamento e dal calore delle vostre mani, dalla preghiera e dalla fatica, nascerà quella Scintilla che vi riconnetterà all’Essere della Parola.
[…] L’estate cancella i ricordi proprio come scioglie la neve, ma il ghiacciaio è la neve degli inverni lontani, è un ricordo d’inverno che non vuole essere dimenticato.[1]
Lasciate che il sole, pian piano, sciolga quelli che credevate ghiacciai: quella preistoria che, per influenza di traumi collettivi irrisolti, ha abbandonato sul margine delle parole una penombra, un significato che non illumina la via. Plasmate un linguaggio che vi sia fedele, che segua il percorso del vostro respiro, che sia quel «ricordo d’inverno che non vuole essere dimenticato»[2] che narra unicamente delle vostre esperienze e del vostro vissuto.
In una civiltà che adopera tecnicismi per avvicinarsi alle bellezza naturale del creato, rendete e rendiamo la Parola il miracolo granuloso che, ogni notte, come brina si posa sulle fredde superfici e che, sempre un po’ di più, distende il suo abbraccio salvando la fede e la vitalità del nostro spirito. Nel silenzio – che come folletto lavora nel sottobosco tra rovi e cince trasformando velatamente le cose – una ad una risorgeranno, allora, nuove sillabe che indirizzeranno lo sguardo al cielo, verso l’invisibile.
Quando c’è una bella notte stellata, il signor Palomar dice: – Devo andare a guardare le stelle – . Dice proprio: – Devo, – perché odia gli sprechi e pensa che non sia giusto sprecare tutta quella quantità di stelle che gli viene messa a disposizione. [3]
Sentendo così lo stesso slancio vivace e necessario di Palomar, «tutta quella quantità di stelle»[4], di parole fulgide e fluide, non diverrebbero uno spreco, al contrario, un congegno per riattivare i sensi e afferrare quelle apparizioni, la morte e tutte quelle cose che – come saggiamente scrive Rainer Maria Rilke – sono affini a noi ma «sono state tanto cacciate per difesa quotidiana dalla vita»[5].
[…] Ma l’angoscia davanti all’inesplicabile non solo ha impoverito l’esistenza del singolo, anche le relazioni da uomo a uomo ne sono state ristrette, come trasportate da un alveo di infinite possibilità su un argine incolto, a cui nulla accade.[6]
Riscoprendo un linguaggio che è ed esiste prima ancora di essere pensato e dichiarato dal suono, che potenzialmente potrebbe toccare con mano «l’inesplicabile», l’imprevedibilità non rappresenterebbe più un limite nelle relazioni ma quel pungolo che spinge ad esplorarsi pienamente senza timore e indolenza.
Come delle lunghe gugliate le nostre ferite attraversano l’ago per rivedere la luce e, lungo la stessa scia, le parole si dipanano e distendono: la promessa di un cammino evolutivo condiviso – che avvicina e allontana dall’inviolabile – potrebbe davvero, quindi, svincolarci dal peso del giudizio sociale comprendendo che il significato assegnato ad ogni parola è semplicemente il frutto del percorso personale del singolo.
Concediamo, viandanti, all’inverno di raccogliere la fatica delle parole e della propria terra perché quel «sonno greve»[7] , di cui canta De André, sarà la lama per sconfiggere la pigrizia del linguaggio e del pensiero, per prepararci a quell’amore che «ancora ci passerà vicino / nella stagione del biancospino»[8].
La Radura ci aspetta!
- Valeria Pasquarelli, 21 ottobre 2024
[1]Paolo Cognetti, Le otto montagne, Einaudi, Torino, 2018, p. 119.
[2] Ibidem.
[3] Italo Calvino, Palomar, Mondadori s.p.a., Milano, 1994, p. 40.
[4] Ibidem.
[5] Rainer Maria Rilke, Lettere a un giovane poeta – lettere a una giovane signora su Dio, traduzione di Leone Traverso, Adelphi s.p.a., Milano, 1980, p. 59.
[6] Ibidem.
[7] Inverno, Fabrizio De André, in Tutti morimmo a stento, Bluebell Records, 1968, v. 18.
[8] Ibidem, vv. 15-16.