Di luce detta
La terra
tutta tinta
di luce detta
qua e là.
Cammino
e mi ricordo.
Le messe fatte
Oggi ho piantato
un geranio
corallo
sulla terra
qualche ciuffo di timo
sdradicato piano
parlando parlando
di parola
fiorita
a parolaccia sfuggita
per la colpa di un riccio
caduto dal castagno
me ne sono andato pure infastidito
a fare un girotondo
intorno al rosmarino
prostrato
sul termine
dei fatti
di cuore
la ginestrella
si tiene nelle fessure
per reggere
le pietre
messe fatte
per il ricordo
di chi è
passato.
Consolato
A pezzi a pezzi
cadono i rami di quercia
sulla corteccia
sopra sopra
oscura verdeggia la peluria
sui cumuli
solo per uscire un poco
a sentire quell’ odore di muschio
e finire in silenzio
confinato nel fuoco
consolato dalle tarme
che si ricordano sempre
dove sta la memoria.
Tra gli spazi della Radura oggi ospitiamo tre poesie di Francesco Romanelli tratte dalla sua raccolta In cuor suo – versi in punto di morte (Selfpublishing, 2024). Leggendo i suoi versi, emerge quasi in maniera spontanea il rimando alla figura del rito, tanto nei suoi elementi attinenti ai movimenti del corpo quanto a quelli verbali e recitativi. La struttura, infatti, del verso è plasmata con una certa evidenza di intenti nella quasi totale assenza di punteggiatura: il risultato è un canale verbale, un rivo lemmatico all’interno del quale scorrono in un ritmo quasi frenetico le parole in un circuito definito e chiuso, ai suoi due estremi, solamente dal titolo e dal punto nella chiusa finale di ciascun testo. È appunto l’andamento ritmico fortemente ieratico – nonostante l’uso di un lessico semplice e diretto che, tuttavia, trova una maggiore significazione proprio in questa antitesi tra linguaggio e contesto sacrale sulla quale si innesta – che dà proprio il senso, agli occhi e alla mente del lettore, di trovarsi di fronte ogni volta alla messa in scena di un rito: dall’uso foltissimo di allitterazioni e assonanze e altre figure retoriche di suono e, soprattutto, alle numerose ripetizioni ostentate con l’evidenza del sacerdote che illustra agli iniziati la celebrazione alla quale prendere parte.
E in questo costante atto recitativo la narrazione che si dipana tra i versi con non meno evidenza – come in ogni rito che si rispetti – torna a insistere su una sola vera ed unica evocazione da raggiungere: quella del ricordo, della memoria delle vite passate che viene risillabata, non a caso, sempre e puntualmente al termine di ogni canto. Evocazione ritualistica che, a livello di immagini, si concretizza nel corpo del testo attraverso il richiamo agli elementi naturali nominando con precisione botanica le varie erbe, fiori e cortecce che finiscono inevitabilmente, ognuna di esse, per assumere un evidente significato simbolico all’interno del racconto poetico. Non a caso, è nel momento in cui l’io si descrive nell’atto di compiere danze, movimenti frenetici eppure precisi – dalle piantumazioni silenziose ai girotondi nervosi – che la somma delle cose della natura si schiude in rivelazioni che entrano e si fondono con l’animo di chi le canta: in questo spazio di gesti, percezioni olfattive e tattili, avviene ogni volta il ricordo.
- Paolo Andrea Pasquetti, 23 ottobre 2024
Un pensiero riguardo “Tre poesie da In cuor suo – versi in punto di morte di Francesco Romanelli”